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Così il Made in Italy nasconde un fiume di oli stranieri miscelati
La gran parte delle importazioni finisce in aziende olivicole della Liguria, della Toscana o del Pavese. E non va dimenticato il "laboratorio Puglia", terra di oliveti straordinari ma anche centro di grandi truffe internazionali, portate alla luce da indagini di qualche anno fa.
Dove vengono prodotte le miscele straniere imbottigliate dagli imprenditori italiani dell’olio? Perché queste terre, sfruttate da importatori scaltri, hanno dopato il mercato? C’erano una volta la Puglia, la Calabria, la Sicilia, la Campania. Le prime due insieme producono il 66% del nostro olio. La Toscana solo il 3%. Per capire come mai, geograficamente, e nel core business degli imprenditori, le regioni italiane sono state soppiantate da terre lontane, bisogna allungarsi nel Sud della Spagna: il primo paese europeo produttore di olio (nel 2010 ce ne ha dato 426milioni di chili). Jaén è una cittadina dell’Andalusia. A nord di Granada, confina con la Castiglia-La Mancha. La sua provincia è un’oliva gigantesca. Se si scende a Sud fino a Malaga e si sale a Nord fino a Madrid si possono vedere 400 chilometri di uliveto ininterrotto. Coltivazioni intensive. Un chilo d’olio — ottima qualità — costa 50 centesimi. Gli importatori italiani lo rivendono a cinque volte tanto. Ora andiamo in Tunisia. Stiamo parlando del primo produttore di olio d’oliva di tutta l’Africa, e del secondo paese del mondo per superficie coltivata. Per produrre un chilo di olio qui bastano 10 centesimi. In Italia, a seconda dei frantoi (seimila), ci vogliono 4-5 euro. (7 al Centro-Nord, 3.53 in Puglia, 3.64 in Calabria).
Sul mercato africano all’importatore l’olio costa dai 20 ai 23 centesimi. Le navi in partenza per i porti di Gioia Tauro, di Livorno, di Genova, non aspettano altro che riempirne le cisterne e portarlo da noi. La stessa cosa accade sull’Adriatico, con i cargo boat che salpano dalla Grecia diretti a Ancona carichi di derrate.
Dove finisce l’olio che arriva dal bacino del Mediterraneo e dal Peloponneso? E in che percentuali arriva? Secondo il rapporto 2010 Coldiretti/Eurispes sulle agromafie, il 93,1% del vergine e dell’extravergine importato dai paesi extracomunitari viene dalla Tunisia. Quando entra in Italia inonda la provincia di Pavia (33,3%), di Lucca (19,1%) e di Genova (10,1%). Tra Toscana e Liguria c’è un alta concentrazione di aziende olivicole (a Firenze due dirigenti e un funzionario della Carapelli sono sotto inchiesta della procura per una sospetta frode alimentare). Idem nel Pavese. Poi si scende: Perugia, Roma, Firenze. Fino in Puglia: Bari, Lecce, Taranto. Un mese fa proprio nella città dei due mari la Guardia di Finanza ha arrestato due imprenditori baresi: stavano spedendo in Giappone e a Taiwan 50mila litri di olio taroccato nelle loro aziende. L’etichetta sugli imballaggi e sulle bottiglie — orgogliosamente italian sounding — copriva in realtà un fiume di oli stranieri miscelati.
Laboratorio Puglia. La terra degli ulivi. Olio straordinario, unico. Ma anche terra di imbrogli. Fu scoperta qui, nel 2008, una delle truffe più grosse degli ultimi anni. Duemilatrecento tonnellate di olio proveniente dall’estero sequestrate. Controlli su 250 operatori. Venti aziende coinvolte in tutta Italia. La cabina di regia del finto olio extravergine italiano al cento per cento — con interi scatoloni di documenti falsi — era una azienda di Andria (la “Basile snc”). L’olio arrivava dai soliti serbatoi: Spagna, Grecia, Tunisia. Acquistato come extravergine, miscelato con olio locale, e infine rivenduto come "prodotto italiano al cento per cento" non solo in Italia ma anche all’estero. In parte veniva spacciato anche come "biologico". "E’ ora che il governo colpisca l’agromafia con nuovi strumenti — conclude Stefano Masini di Coldiretti —. Bisogna indagare come si fa con il 416 bis. Queste non sono semplici frodi in commercio, sono organizzazioni criminali strutturate che controllano i prezzi e tengono in mano un’intera filiera. E’ la mafia dell’olio".
Leggi anche, dello stesso autore: Ecco come i "furbetti del frantoio" ci rifilano il bluff dell'oro liquido
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Umberto Bossi
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