| CULTURA - Altro |
immagine documento Il problema della cultura in Italia ? La consumiamo e non la produciamo più. Da decenni la cultura in Italia è ossessionata dai “grandi numeri”. La vera cultura la fanno i piccoli numeri che si ripetono, particolarmente nelle città. È il cittadino che frequenta concerti, va al cinema ed al teatro, che ritorna a vedere le opere d’arte nei musei della propria città il protagonista e il motore della vita culturale urbana e nazionale.
Non è quindi il concerto di Bruce Springsteen, per quanto sold out possa essere, a creare il tessuto culturale di un luogo e di una nazione. È la vita dei teatri, la produzione di nuovi film, la creazione di nuovi spazi dedicati alla musica di tutti i tipi, generi e dimensioni, l’insegnamento delle discipline artistiche nelle scuole, elevate a materie fondamentali e non marginali, a far tornare la cultura il motore di una società e, conseguentemente, in parte anche della sua economia.
Essendo stati benedetti da un territorio ricco geograficamente e storicamente di opere d’arte ci siamo lentamente ritrovati a essere non più produttori, ma consumatori, dimenticando che quello che consumiamo culturalmente un tempo lo producevamo. Per questo ha ragione chi non vuole buttare al vento centinaia di milioni di euro per un evento come le Olimpiadi che strema una società ed i suoi centri urbani per non lasciare in cambio abbastanza.
Una società in crisi deve investire in produzioni, non in eventi. Deve investire nella formazione di professionisti della cultura, registi, musicisti, artisti, direttori di musei e cosi via.
Il sistema di gestione statale della cultura ha prodotto perverse anomalie nella gestione del nostro patrimonio artistico. Prima fra tutti la piaga di onesti funzionari che da semplici amministratori hanno assunto cariche di direzione artistica di importanti istituzioni culturali. Come se un bravo amministratore dei bilanci della Ferrari diventasse il progettista della F1. Oppure per prendere un esempio, non eccelso ma in questo caso adeguato, è come se il Festival di Sanremo fosse condotto da un funzionario della macchina amministrativa che con pazienza ha aspettato il proprio turno anziché da un professionista dello spettacolo.
Tutto questo perché la cultura si è trasformata nel corso del tempo da strumento di formazione della nostra coscienza civile in strumento di propaganda politica e spartizione del potere.
Abbiamo importantissimi musei gestiti con la burocrazia e le gerarchie di antichi ministeri. Gli istituti di cultura italiana sono ancora macchine burocratiche imbarazzanti, segna posti per strategie di nepotismo politico, finanziate al limite della sopravvivenza anziché essere gli avamposti della produzione culturale del nostro paese, del dialogo e lo scambio con le altre culture.
La televisione, che un tempo con tutti i suoi limiti aveva pur sempre una funzione didattica e di distribuzione culturale, è oggi il più delle volte trasformata in una vetrina del nostro sempre più volgare e rumoroso narcisismo di massa.
Bene, è arrivato il momento di invertire la rotta. Ridando alla cultura il ruolo centrale che le spetta in una nazione che della cultura a 360 gradi è stata e vuole tornare ad essere la culla. Per fare questo va combattuta l’eventocrazia ricucendo il tessuto culturale quotidiano, investendo massicciamente in produzione e formazione culturale, programmando ben oltre i limiti imprevedibili della vita politica di qualsiasi governo.
Cultura vuol dire futuro e il futuro è dentro la nostra cultura.
Uno dei più importanti curatori e critici d’arte a livello internazionale, già direttore della Biennale di Venezia nel 2003. E' direttore artistico della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, della Fondazione Pitti Immagine Discovery di Firenze e di Enel Contemporanea. E' il primo italiano ad aver ricevuto l'incarico di curatore della prestigiosa Biennale di arte americana al Museo Whitney di New York.
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In pochi ne erano a conoscenza. Era nascosto in una stanza con pareti rinforzate. Nessuno sa il perché. Un reattore nucleare nascosto giù in cantina. Nel quartier generale della Kodak di Rochester nello stato di New York. Il marchingegno è rimasto nel palazzo dal 1974 fino al novembre 2007, all'insaputa della maggior parte degli impiegati.
Negli anni della tecnologia digitale e della banda larga, le città italiane si rivelano sempre più lente. A Roma, Milano e Napoli ci si sposta a una velocità media di 15 km/h, con minimi di 7-8 orari quando il traffico si fa caotico. Impiegavano meno i nostri antenati, quando il motore a scoppio era ancora ben lungi dal venire, e ci si muoveva con cavalli e carrozze. Secondo Confcommercio, che ha presentato il Libro Bianco sui trasporti «Sciogliere i nodi per competere», tale è l'arretratezza delle infrastrutture italiane che alla fine del 1700 la velocità media era la stessa di oggi. Almeno nelle metropoli.




Chissà cosa penserebbero Giuseppe Verdi, Giosuè Carducci, Francesco De Sanctis, Edmondo De Amicis ed i tanti altri illustri esponenti della cultura italiana che tennero a battesimo la – un tempo gloriosa – Società italiana autori ed editori nel leggere il testo del nuovo statuto, messo a punto dal Commissario straordinario Gianluigi Rondi e dai due sub-commissari Mario Stella Richter e Domenico Luca Scordino.
Umberto Bossi
Come se non bastasse oltre alla pessima applicazione della legge sull’affido condiviso, la crisi economica aumenterà le vittime nei genitori separati a discapito dei nostri figli.











