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A rischio 80 mila giornalisti. Ora che il premier Monti ha ricevuto il tesserino da giornalista, chissà se sarà più sensibile al tema. Secondo una norma contenuta nella “manovra Salva Italia” del suo governo da settembre 2012 l’albo dei giornalisti pubblicisti potrebbe infatti essere abolito. Un provvedimento che se andasse in porto rappresenterebbe una rivoluzione per il mondo dell'informazione. La proposta di Monti in realtà non è una novità, ma una nuova norma che recepisce le direttive europee sulle professioni redatta già in passato da Berlusconi e confermata da questo governo. La norma che compare al punto “Riforma degli ordini professionali”, prevede infatti l’annullamento della distinzione tra giornalisti pubblicisti e professionisti. Il comma 5 dell'art 3 dl 138/2011 prevede che l'accesso a tutte le professioni intellettuali sia vincolato al superamento dell'esame di Stato previsto dalla Costituzione. Risultato, chi non avrà conseguito il praticantato e sostenuto la prova di idoneità per accedere all’albo dei professionisti entro il prossimo settembre potrebbe non aver diritto a svolgere regolarmente il proprio lavoro.
SOLUZIONI E IPOTESI - Il ministero di Giustizia in ottobre aveva già riunito i presidenti degli ordini professionali invitandoli a formulare delle proposte di modifica. E ora la possibilità sta gettando scompiglio tra i circa 80 mila pubblicisti iscritti al relativo ordine, oltre a tutti quelli in procinto di concludere i 24 mesi previsti per la tessera di pubblicista. E ha suscitato dibattito nel mondo del giornalismo. Per Franco Abruzzo si potrebbe trovare una "soluzione empirica" basata sulla misurazione del reddito per verificare chi è "giornalista vero" in modo da sanare le posizioni occupate negli elenchi da chi in realtà non esercita ed è giornalista solo di fatto. Dalla consigliera dell'Ordine Antonella Cardone è arrivato invece un tentativo di fare chiarezza. In un messaggio girato su Facebook da altri colleghi, scrive: «La ratio sta nel voler liberalizzare l'accesso alle professioni, tenendo come unico criterio di accesso l'esame di Stato. Per noi giornalisti si trasforma in una restrizione, ma penso sia anche un'occasione per qualificare a meglio la categoria, che ricordo essere composta da 110 mila persone in tutta Italia di cui appena 50 mila versano i contributi all'Inpgi (vuol dire che 60 mila persone o non fanno la professione o lavorano in nero)». Il nodo della questione diventerebbe allora "salvare" quei 15-20 mila pubblicisti che solo per questioni di reddito e contratto non vengono iscritti professionisti, ma che svolgono regolarmente la professione. E non solo. Sul tavolo finirà anche il problema dei contributi versati fino all'entrata in vigore della norma, anche se è presumibile pensare che saranno tutelati coloro che, come da regolamento, hanno fatto regolarmente i versamenti in regime di Gestione separata (Inpgi2). Intanto, mentre si attende una riunione del Consiglio nazionale dell'Ordine per stendere una proposta al Governo Monti prevista per il 18 e il 20 gennaio, il dibattito sulla rete continua.
DA FACEBOOK AI BLOG - Nel suo sito personale il giornalista Antonello Antonelli, che ha seguito la vicenda negli ultimi mesi, ha provato ad azzardare tre ipotesi plausibili, la prima su un possibile blocco dell'elenco a partire da agosto, la seconda su una disciplina transitoria, per cui verrebbero emanate nuove norme per l’accesso all’esame che porterebbe alla cancellazione dall’albo di tutti quelli che decideranno di non affrontarlo e superarlo, e come terzo scenario un ordine diviso nei due elenchi, professionisti e pubblicisti, per essere iscritti nei quali occorrerà comunque un esame di Stato. (da corriere.it)
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In pochi ne erano a conoscenza. Era nascosto in una stanza con pareti rinforzate. Nessuno sa il perché. Un reattore nucleare nascosto giù in cantina. Nel quartier generale della Kodak di Rochester nello stato di New York. Il marchingegno è rimasto nel palazzo dal 1974 fino al novembre 2007, all'insaputa della maggior parte degli impiegati.
Negli anni della tecnologia digitale e della banda larga, le città italiane si rivelano sempre più lente. A Roma, Milano e Napoli ci si sposta a una velocità media di 15 km/h, con minimi di 7-8 orari quando il traffico si fa caotico. Impiegavano meno i nostri antenati, quando il motore a scoppio era ancora ben lungi dal venire, e ci si muoveva con cavalli e carrozze. Secondo Confcommercio, che ha presentato il Libro Bianco sui trasporti «Sciogliere i nodi per competere», tale è l'arretratezza delle infrastrutture italiane che alla fine del 1700 la velocità media era la stessa di oggi. Almeno nelle metropoli.




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Umberto Bossi
Come se non bastasse oltre alla pessima applicazione della legge sull’affido condiviso, la crisi economica aumenterà le vittime nei genitori separati a discapito dei nostri figli.











