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ECOFINANZA - Finanza

Rimuovereste voi dall’incarico un amministratore che in un anno ha portato i vostri conti da meno 8 milioni di euro a più 34? Probabilmente no, ma le vie del Signore, oltre che infinite, sono anche imperscrutabili. E così a monsignor Carlo Maria Viganò è stata tolta la guida della struttura che gestisce gli appalti e le forniture del più piccolo e, in proporzione, potente Stato della Terra: il Vaticano. In realtà però in questa vicenda il Signore con la “s” maiuscola c’entra poco o niente. I motivi dell’affidamento ad altro, prestigioso per carità, incarico di Viganò sono molto più prosaici: nella sua opera di risanamento forse ha scoperto un sistema di malaffare e corruzione noto e diffuso, pestando i piedi a personaggi molto più potenti di lui.
E così Vigano è finito oltreoceano, a Washington, nelle vesti di nunzio apostolico, lontano 7000 km dalla Città del Vaticano e dai suoi appalti. Inutile persino un accorato appello a Benedetto XVI, rimasto lettera morta. “Beatissimo Padre, – scriveva Viganò – un mio trasferimento in questo momento provocherebbe smarrimento e scoramento in quanti hanno creduto fosse possibile risanare tante situazioni di corruzione e prevaricazione da tempo radicate nella gestione delle diverse Direzioni (del Governatorato, l’amministrazione vaticana, nda). I cardinali Velasio De Paolis, Paolo Sardi e Angelo Comastri conoscono bene la situazione”.
È il 27 marzo del 2011 quando monsignor Viganò scrive questa drammatica lettera al Pontefice, denunciando corrutele e zone opache Oltretevere. Passano più o meno sei mesi e a novembre Viganò è destinato ad altra missione: nunzio apostolico a Washington negli Stati Uniti, andando a ricoprire la più prestigiosa rappresentanza diplomatica della Santa Sede nel mondo. Tutto comincia nel maggio del 2009, quando il Papa decide di affidare la gestione degli appalti al cardinale Giovanni Layolo e a monsignor Viganò, che sostituiscono rispettivamente il cardinale Edmund Casimir Szoka e monsignor Renato Boccardo nei ruoli di presidente e segretario generale del Governatorato. Quella struttura è finanziariamente un buco nero: nel 2009 perde 8 milioni di euro.
“Non avrei mai pensato di trovarmi davanti a una situazione così disastrosa”, rivela Viganò in un altro appunto inviato a Ratzinger nella scorsa primavera. Definendola “inimmaginabile”, e per giunta “a tutti nota in Curia”. Dal pentolone che ha scoperchiato salta fuori l’inverosimile. I servizi tecnici sono un regno diviso in piccoli feudi. In Vaticano opera una cordata di fornitori che non fanno praticamente gare: dentro le mura dello Stato della Chiesa lavorano sempre le stesse ditte, a costi doppi rispetto all’esterno anche perché non esiste alcuna trasparenza nella gestione degli appalti di edilizia e impiantistica. Insomma, una moderna fabbrica di San Pietro che ingoia denaro a ritmi ingiustificati. Almeno secondo Viganò.
Non bastasse, c’è una situazione finanziaria allucinante: le casse del governatorato subiscono perdite del 50-60%. Per tamponarla, spiega Viganò, la gestione dei fondi è stata affidata a un “comitato finanza e gestione composto da alcuni grandi banchieri, i quali sono risultati fare più il loro interesse che i nostri”. Racconta il monsignore che una sola operazione finanziaria nel dicembre 2009 ha mandato in fumo due milioni e mezzo di dollari, e scrive: “segnalai la cosa al Segretario di Stato e alla Prefettura degli Affari Economici, la quale, del resto, considera illegale l’esistenza di detto Comitato”.
Ma da chi è composto questo Comitato che fa tornare alla mente i “tempi d’oro dello Ior”? Gianluigi Nuzzi su La7, fa i nomi: a presiedere il comitato c’è Pellegrino Capaldo, banchiere schivo, già presidente della Banca di Roma. Era nella commissione segreta vaticana che concordò il “contributo volontario” per sollevare lo Ior da qualsiasi responsabilità nel crac dell’Ambrosiano con Paul Casimir Marcinkus che portò a Ginevra il 25 maggio 1984 insieme a monsignor Donato de Bonis (quello che dieci anni dopo riciclerà la tangente Enimont ricevuta da Luigi Bisignani sempre allo Ior) l’assegno del silenzio da 242 milioni di dollari.
Troviamo poi Ettore Gotti Tedeschi, nel comitato fino a quando non è andato al vertice della banca del Papa, nonché consigliere della fondazione San Raffaele, quello di don Verzè; Massimo Ponzellini, già numero uno della Popolare di Milano, indagato per associazione a delinquere dalla procura di Milano nell’inchiesta sui finanziamenti Bpm al gruppo dei videogiochi Atlantis; e Carlo Fratta Pasini, scupoloso presidente della popolare di Verona. Ed effettivamente, aggiunge Nucci, questo gruppo di banchieri opera senza riconoscimento legale e amministra quasi 300 milioni di investimenti ogni anno. Monsignor Viganò, nel suo incarico di segretario generale del Governatorato, vede tutto e agisce. Un esempio su tutti, quello del presepe di piazza San Pietro, nel 2009 costa oltre 500mila euro. Un anno dopo 300mila.
Lo zelo di Viganò, e la sua onestà, non sono però apprezzati da tutti. Anzi. Per lui cominciano i guai. “Viganò si è fatto un sacco di nemici e quei nemici si stanno muovendo nell’ombra per fargliela pagare”, è il commento de “Gli intoccabili”, la trasmissione condotta da Nuzzi. Fatto sta che sul Giornale escono alcuni articoli non firmati, nei quali è contenuto un segnale preciso: il segretario generale del governatorato ha praticamente le ore contate. Articoli non riconosciuti dal vaticanista del quotidiano dell’epoca, Andrea Tornielli. Articoli non firmati ma Alessandro Sallusti, il direttore, respinge che si tratti di una manovra denigratoria: “Avevamo all’interno del Vaticano un insider che scriveva per noi”.
Sia come sia finisce che il segretario di Stato Tarcisio Bertone lo solleva dall’incarico, e la decisione fa saltare anche la nomina a cardinale che gli sarebbe stata promessa. Tanto per cambiare la rimozione avviene con il solito meccanismo del promoveatur ut amoveatur. Viganò viene infatti nominato nunzio apostolico della Santa Sede negli Stati Uniti e spedito a Washington. Ma Viganò non ci sta e non si arrende. A nulla serve l’appello disperato e diretto a Ratzinger. Che anzi si rivela un errore, perché scavalcando Bertone ottiene semmai l’effetto contrario. Ma Viganò non digerisce affatto la decisione e inizia una corrispondenza infuocata con il segretario di Stato. Lettere nelle quali rivendica il risanamento ottenuto “eliminando la corruzione ampiamente diffusa”, e chiede di essere messo a confronto con i suoi accusatori in un processo “ai sensi del canone 220 del codice di diritto canonico”.
Senza limitarsi alle generiche affermazioni, riferisce il servizio de “Gli intoccabili”, punta pure il dito su un personaggio che ritiene abbia avuto un ruolo nella vicenda che lo riguarda: Marco Simeon. Figlio di un benzinaio di Sanremo, è uno degli animatori della cooperativa sociale “Il Cammino”, fornitrice di fiori del Papa. Considerato molto vicino a Bertone, è autore di una carriera fulminea per gli standard italiani. Prima a Capitalia, la ex Banca di Roma di Cesare Geronzi, banchiere con altissime aderenze vaticane. Quindi a Mediobanca, come capo delle relazioni istituzionali, sempre al seguito di Geronzi. Infine alla Rai, dove a quello stesso incarico aggiunge la direzione di Rai Vaticano.

di Alessandro Camilli per Libero Quotidiano

 
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