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ECOFINANZA - Lavoro

Questo l'elenco sui redditi medi dei lavoratori autonomi diffuso dal ministero dell'Economia. Emerge l'immagine di un Paese bizzaro in cui dove un negoziante di scarpe, abbigliamento, pelletterie e accessori dichiara un reddito medio di 7.700 euro l’anno (641 euro al mese), ampiamente sotto la soglia di povertà. La lista dei finti poveri. A scorrere il dettagliato elenco sui redditi medi dei lavoratori autonomi che il Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia ha messo in rete ieri, si ha l’idea di un Paese poverissimo, dove i cittadini lavorano per il gusto di farlo e non per portare a casa un qualche guadagno. Un Paese, dove, sotto ai notai, ai farmacisti e ai medici, categorie privilegiate, si agita una plebe cenciosa di tassisti, noleggiatori, orafi, sarti, costruttori di barche, ristoratori, negozianti di scarpe, pellicciai, gestori di stabilimenti termali o balneari, albergatori e baristi, che non riesce ad arrivare alla fine del mese.

DALLE COMPLICATE tabelle degli studi di settore relativi al periodo di imposta 2009 (quello delle dichiarazioni dei redditi 2010), fanno capolino gestori di discoteche che invece di fare soldi – come uno immaginerebbe – perdono di media 4. 700 euro l’anno, centri benessere e terme, attività già avviate (la statistica non tiene conto del primo anno di esercizio) che stanno aperti solo per perderne 5. 300. Noleggiatori che passano ore in auto per portare a casa, a fine anno, una perdita netta di 6. 100 euro di media.

Un Paese disgraziato e bizzarro, quello che emerge dai numeri della contabilità della finanza pubblica, dove un negoziante di scarpe, abbigliamento, pelletterie e accessori dichiara un reddito medio di 7. 700 euro l’anno (641 euro al mese), che non solo è ampiamente sotto la soglia di povertà (indicata dall’Istat in mille euro al mese, e circa 1600 con due figli a carico), ma è anche sensibilmente più basso di chi, quello stesso lavoro, lo esercita senza avere un negozio. Il commerciante ambulante di calzature e pelletterie dichiara infatti 11. 100 euro l’anno. Sempre povero, ma meno povero. Certo più ricco di chi confeziona abiti su misura. Lavoro che dovrebbe essere considerato alla stregua di un hobby se in un anno porta a un guadagno dichiarato di 7.500 euro (625 euro al mese). Così come gestire un impianto sportivo. In media frutta 100 euro l’anno.

È UN PAESE povero, il nostro. Sono poveri i parrucchieri (11. 900 euro l’anno). Sono poveri i baristi (15. 800 euro l’anno, quasi meno dei loro dipendenti). Sono poveri gli orafi, che con 12. 300 euro l’anno di reddito medio chissà come faranno ad acquistare la materia prima per le loro creazioni. Fanno vita grama i gestori di stabilimenti balneari (13. 600 euro l’anno), le profumerie (11. 400 euro), i cartolai (10. 800 euro), le agenzie di viaggio (11. 300). Avere una lavanderia è un bidone. In un anno produce un reddito di 8. 800 euro.

POVERI TASSISTI. Il governo si è messo in testa di liberalizzare un settore già ridotto alla fame. Avere un taxi significa portare a casa un reddito di 14. 200 euro l’anno, meno di un operaio. Una miseria. Molto peggio dei farmacisti (che almeno 109.700 euro l’anno li dichiarano), dei notai (310.800 euro di media), degli studi medici (68. 300 euro), anche degli idraulici (30.500 euro), da sempre considerati evasori d’imposta. I tassisti guadagnano meno dei salumieri (17.100), dei fruttivendoli (15.300), dei pescivendoli (14.300), dei ricchissimi panettieri (25. 100). Anche gli erboristi (14.700) e i pasticcieri (19.000) possono dirsi fortunati di non aver pensato, nella vita, di mettersi alla guida di un’auto pubblica. Gli psicologi dichiarano 20.800 euro l’anno, poco più dei veterinari (19.200). Sono poveri i librai (12.500), i grossisti di mobili (15.900), i venditori di animali (10.300). Gli architetti, con 30.500 euro l’anno, sono meno abbienti dell’ampia schiera degli avvocati (58.200), dei gestori di sale giochi (41.900), delle agenzie di pompe funebri (48.700). Sono numeri che, annota il ministero dell’Economia, risentono della crisi di questi anni. E, probabilmente, anche di un certo tasso di furbizia e mancanza di controllo tutta italiana.

da Il Fatto Quotidiano di Eduardo Di Blasi

 
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