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La legge bavaglio che il governo minaccia di varare non oscurerà solo scandali e inchieste giudiziarie su giornali e televisioni, vietando la pubblicazione di intercettazioni e atti giudiziari e limitando il lavoro di indagine delle procure, ma colpirà in misura addirittura più capziosa (perché più ampia e indiscriminata) quella generale libertà di espressione che anima internet censurando tutta la moderna forma di informazione prodotta dai cittadini e codificata nel gergo della rete come «web 2.0». Nel mirino del cosiddetto «disegno di legge Alfano» sta già finendo la miriade di piccoli blog di privati cittadini chiamati dalla nuova legge a rispettare i medesimi obblighi prescritti per i colossi dell'informazione. Ma lo scenario, se possibile, è addirittura più fosco.

L'emendamento ammazza-internet ha il numero 1.2007 ed è noto al pubblico come «emendamento D'Addario» dal nome della escort che evidentemente lo ha ispirato. Inserito di gran fretta nel disegno di legge Alfano al comma 26 - punto g (e non c'è un filo di ironia è proprio così) propone di integrare l'articolo 616 del codice penale, quello che punisce il reato di violazione sottrazione e soppressione di corrispondenza, introducendo una nuova fattispecie di delitto: le «riprese e registrazioni fraudolente». Pena prevista: da 6 mesi a 4 anni, pari quasi all'omicidio colposo. 

Quando si commetterebbe il crimine? Quando «fraudolentemente» vengono effettuate «riprese o registrazioni di comunicazioni e conversazioni a cui (il colpevole, ndr) partecipa o comunque effettuate in sua presenza e se ne fa uso senza il consenso degli interessati». Insomma: se uno studente riprende ad esempio una lezione in aula col suo telefonino e poi imbuca quel video nella rete rischia quattro anni di galera. 

A navigare tra YouTube e facebook e gli altri socialnetwork che traboccano di questo genere di video amatoriali, molti dei quali registrati per gioco o per caso, all'insaputa dei presenti, i giovani che affollano scuole, strade e università sembrano essersi trasformati all'improvviso in un esercito di criminali in attesa di giudizio. Tenere in mano un telefonino munito di videocamera equivarrà al brandire un'arma impropria. 

La legge ammazza-internet prevede tuttavia un'eccezione: non sarà commesso reato se le riprese «fraudolente» (che sembra voglia dire semplicemente registrate senza urlare a tutti: attenzione che sto registrando) siano «effettuate ai fini dell’attività di cronaca dai giornalisti professionisti iscritti nell’albo professionale». Ecco noi che siamo giornalisti professionisti potremmo compiacercene e tirare un sospiro di sollievo, ma in realtà questa eccezione costituisce un colpo basso a quella «libertà di esprimere il pensiero con la parola lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» garantita dalla Costituzione a tutti, prima ancora che a giornali e televisioni. 

Perché non soltanto crea un distinguo artificiale e illegittimo tra giornalisti professionisti (in Italia circa 20mila, quindi numericamente minoritari nel panorama dell'informazione) e gli oltre 90mila giornalisti pubblicisti che svolgono a pieno titolo (se pur non a tempo pieno) l'attività professionale. Ma perché il concedere solo all'élite della nostra categoria quella ridicola immunità rispetto al divieto grottesco di utilizzare una videocamera (prospettando il carcere per tutti gli altri) è un tradimento verso milioni di uomini, donne, ragazzi studenti e ormai persino bambini che ogni giorno alimentano la conoscenza collettiva della rete con i loro contributi video-registrati. 

Milioni di cittadini la cui libertà di espressione è tutelata dall'articolo 21 della Costituzione, esattamente come lo è quella di noi che sulla medesima libertà abbiamo impostato la professione. Da anni le notizie fornite dagli utenti (molto spesso costituite proprio da video amatoriali) rappresentano l'essenza stessa del nuovo modo di vivere e di concepire il web. Un fenomeno globale che attraversa in modo indistinto e trasversale culture, popoli e continenti e contro il quale provano a battersi solo pochi e isolati regimi giacché persino molte dittature si sono ormai arrese di fronte alla contagiosa anarchia rappresentata da internet.

Poi spunta la legge bavaglio e improvvisamente un'evoluta democrazia dell'Occidente europeo prova a rovesciare - tutta sola - questo elementare principio di libertà. Ecco, se non stesse accadendo qui, oggi, e sotto i nostri occhi, potremmo girare pagina concludendo che è la solita balla. 

di CARLO BOLLINO per lagazzettadelmezzogiorno.it

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