capture 023 07072020 112110Non è stato un buon risveglio quello di ieri mattina, per Nicola Zingaretti. Il primo messaggino lo ha ricevuto dal suo addetto stampa che gli ha mandato con un po’ di timore la rassegna stampa con l’orazione funebre del Sole 24ore. Già, perché annunciargli di essere precipitato all’ultimo posto nella classifica dei governatori non deve essere stato  davvero piacevole.

Aveva il vento in poppa nel 2018, Zingaretti, quando fu confermato governatore. Vinse anche per le divisioni nel centrodestra, quando la sua alleanza vacillava pericolosamente in tutta Italia. Poi, direbbe Virginia Raggi – pure lei ai minimi termini nel gradimento popolare – il vento cambia. Ai suoi amici, il governatore confida che la guida di un partito come il Pd non può certo aiutarlo. Già, si trova a dover reggere la baracca di un governo sconclusionato e un sondaggio del genere semmai dovrebbe spingerlo a mollare una coalizione che rischia di seppellirne ogni ambizione. Stare con i grillini non gli giova.

Ma si illuderebbe, il presidente della regione, nell’attribuire solo alla politica nazionale una botta che è clamorosa. Tre sui colleghi dello schieramento alternativo si posizionano in maniera decisamente superiore. Strabiliante Giovanni Toti, che vola dal 34,4 al 48 per cento. Notevole prestazione di Nello Musumeci in Sicilia, che guadagna ben sei punti dal 39,8 al 45,8 e Marco Marsilio in Abruzzo, dal 48 al 49,4.

 

Per Zingaretti, invece un 31 per cento rasoterra su cui pesano sicuramente anche fattori locali. E il settore su cui è più visibile l’azione della regione è la sanità. Gli show quotidiani del suo assessore D’Amato, quasi che nel Lazio alberghi una razza a parte, superiore al resto d’Italia, nuocciono alla causa, potremmo dire. Ricordate le fanfaronate sull’assenza di casi autoctoni di coronavirus, quando il promo ad esserne colpito fu proprio il governatore?

Le spacconate giornaliere sulla lotta al Covid-19 sono state contraddette dalla sfiducia di una pubblica opinione che paga le tasse più alte d’Italia e vede evaporare i servizi sanitari più che altrove. In regione, chi ha guidato la sanità si è messo a giocare presuntuosamente di sciabola persino contro luminari del valore di Massimo Martelli e ogni riferimento alla battaglia popolare per riaprire il Forlanini è puramente voluto.

Rifletta il governatore sulla svolta da imprimere alle politiche per la salute. Persino il rifiuto di collaborare con i privati per quel che concerne tamponi e test sierologici è andato a offuscare l’ottimo lavoro – apprezzato da molti – dello Spallanzani. Nel Lazio non hanno mai avuto fortuna gli ideologismi al grido di tutto pubblico o tutto privato. Ma in assessorato sembra che queste modalità di indirizzo delle politiche sanitarie a volte si pieghino solo alle convenienze e a relazioni particolari. 
Zingaretti è stato il primo e unico presidente del Lazio ad andare oltre il primo mandato e gliene va dato atto. Ma se continua in questa maniera nel settore più delicato di sua competenza, rischia di farsi sempre più male. Probabilmente i numeri che emergono dai sondaggi dovrebbero stimolare una decisione definitiva sui due mestieri che fa in contemporanea: governatore o segretario del partito. A mezzo servizio non si fa bene né una cosa né l’altra.

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