capture 052 07082021 125836Dalla diocesi "si dissociano" da Don D'Erasmo, ma no comment su eventuali sanzioni

Un altro sacerdote prende il coraggio a due mani e dice quello che “non può più tacere”. Parliamo di Don Francesco D’Erasmo (Tarquinia) che al blog “Stilum Curiae” del decano dei vaticanisti Marco Tosatti – seguitissimo in ambito ecclesiastico – ha da poco affidato una lettera dai contenuti forti che vi riproponiamo QUI  per intero. Per ulteriori pensieri del sacerdote si rinvia al suo blog personale QUI .

Che Don D’Erasmo possa far la fine di Don Minutella e Don BernasconiQUI scomunicati senza processo canonico, quindi senza la possibilità di difendersi ?

Dalla diocesi di Civitavecchia-Tarquinia rispondono per ora  solo dicendo che “la diocesi si dissocia da quanto affermato dal sacerdote”, ma non hanno voluto fornire chiarimenti su quali sanzioni potrebbero essere pronte per il prete: ”Preferiamo non entrare nel merito di quelli che sono i rapporti tra l'ordinario diocesano (Mons. Gianrico Ruzza n.d.r.)  e don Francesco D'Erasmo”.

 

Staremo a vedere, anche perché, in maggio, cento sacerdoti, in Germania, hanno benedetto le coppie lgbt, avallando così quello che per la dottrina cattolica è il secondo “peccato che grida vendetta al Cielo”, e non sono stati minimamente sanzionati, benché qualsiasi vescovo del mondo – compreso quello di Civitavecchia-Tarquinia - avesse potuto scomunicarli.

Quindi, adesso, una punizione per don D’Erasmo, che cita il Vangelo a tutto spiano per suffragare le proprie affermazioni, assumerebbe un risalto ancora maggiore e sarebbe più difficile da giustificare agli occhi dei fedeli. La Diocesi di Civitavecchia ha, peraltro, un ufficio pastorale dove si occupa dell’”accompagnamento delle famiglie con situazioni lgbt” (di cosa si tratta esattamente?) e quindi non è irrealistico prevedere tempi duri per il sacerdote.

Il fatto è che nella Chiesa di oggi si può dire tutto quello che si vuole sui Santi e sulla Trinità: basti pensare che il noto don Alberto Maggi nutre dubbi sulla verginità perpetua della Madonna eppure è considerato la punta di diamante della mariologia. Ma se si tocca la legittimità di Bergoglio come pontefice – tasto dolentissimo - scatta implacabile la “misericordina”.

Ebbene, nella sua “Lettera aperta a tutti i Veri Cattolici e a tutti gli uomini di buona volontà”, Don D’Erasmo denuncia, con puntuali riferimenti evangelici, una crisi attuale nella Chiesa evidenziata, peraltro, da più parti, anche dal mondo laico. Basti pensare che il super-catto-progressista Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di S. Egidio e bergogliano doc, ha appena pubblicato un libro per Laterza intitolato “La Chiesa brucia”.

Riportiamo, quindi,  alcuni stralci della lettera di Don D’Erasmo, previa autorizzazione dell’interessato.

“Nello stesso campo nel quale il Signore ha seminato i Figli del Regno, il diavolo ha seminato i figli del maligno. Gesù in persona ci ha spiegato la parabola del grano e della zizzania che aveva annunciato poco prima (Mt 13)”.

Nel suo testo dell’aprile 2019 sugli abusi nella Chiesa Cattolica, Papa Benedetto XVI ha applicato questa parabola direttamente alla Santa Chiesa. Il  riferimento diretto è ai ministri che usano della autorità loro conferita in nome della Santa Chiesa, in nome di Gesù Cristo, in modo contrario alla volontà di Dio. Si chiama appunto abuso: un uso della autorità non conforme alla finalità per cui tale autorità è stata conferita.

Occorre allora imparare a riconoscere il grano dalla zizzania senza la pretesa di sradicarlo prima del tempo, andando contro il piano di Dio.

Gesù in quella parabola, agli operai impazienti, che chiedono il permesso di intervenire subito per togliere la zizzania, dice che la separazione del grano dalla zizzania avverrà alla fine del mondo.

Non possiamo illuderci che prima della fine del mondo sia possibile una separazione con la quale i figli del diavolo siano gettati fuori dagli operai. Dobbiamo ricordare questa verità se non vogliamo cadere in trappola.

Nemmeno possiamo cadere nell’errore opposto: ignorare che non tutto ciò che è in questo campo è grano buono. È Gesù stesso che ci avverte di stare attenti ai falsi profeti. E ci fornisce i criteri per distinguerli.

Proprio il Catechismo della Chiesa Cattolica, al paragrafo 675 ci dice con chiarezza che la “apostasia della verità” scuoterà la fede di molti credenti.

Per questo, ricordare la Verità è evidentemente un aiuto che possiamo donarci nella prova, per sostenere la nostra fede e sostenere chi rischierebbe di cadere nella menzogna. È una delle opere di misericordia. “Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi»” (Gv 8, 31-32).

Dio consente che vi siano “dei falsi profeti all’interno della Santa Chiesa Cattolica ma non è una contraddizione della promessa di Gesù, “le porte degli inferi non prevarranno” (Mt 16, 18).

Risulta dunque evidente che l’inganno sta in chi identifica che la promessa di Gesù, “non praevalebunt”, con una promessa di assenza di tradimenti.

Il vero pericolo non è infatti che i veri cristiani siano consegnati nelle mani dei nemici di Dio. Il pericolo più grande è che possano non distinguere il Bene dal male, la Verità dalla menzogna, la Luce dalle tenebre. Se cadessero nel cammino della menzogna, perché erroneamente convinti di seguire dei veri ministri di Dio, potrebbero correre il pericolo di dannarsi. “Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione” (Mt 26, 41).

Perciò è dovere di qualunque pastore della Chiesa avvertire i fedeli circa i falsi pastori”.

Dopo quest’ampia premessa, Don D’Erasmo arriva a un punto cruciale, la recente abolizione della messa in latino da parte di Francesco.

“La recente Lettera Apostolica “Traditioniscustodes”, emanata dal Vaticano in data 16 luglio 2021 afferma: “Art. 1. I libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lexorandi del Rito Romano”.

Il riferimento è a uno dei pilastri della dottrina cristiana, fin dall’epoca patristica. L’espressione usata è “lexorandi”. Questa formula indica la “regola della preghiera”. Ma l’uso di questo termine, nella Santa Dottrina, lo identifica con la “lexcredendi”, “la regola della fede”. In parole semplici: la Chiesa afferma che si prega in modo conforme alla fede. Questa profonda identità è stata anche la strada per il riconoscimento dei primissimi dogmi cristologici della Santa Chiesa. Se pertanto questo recente documento identifica la “lexorandi” esclusivamente con il nuovo rito del 1970, si sta frapponendo una distanza e una differenza tra questa “lexorandi” e quella del rito precedente. Significa che si sta insinuando una distanza e una differenza tra la fede espressa dal Rito che si vuole affermare unico, e quello che si vuole relegare nell’ambito delle concessioni. Pertanto, attraverso la normativa, si afferma che l’unica vera fede della Chiesa sarebbe quella di chi può eventualmente concedere una sua espressione conforme a quella di sempre in alcuni casi molto limitati, ma ritiene che si esprima “unicamente” nella forma del Nuovo Messale di Paolo VI. Se però la “lexcredendi” di prima è diversa, perché la attuale è l’”unica”, come unica è la “lexorandi”, allora chi ha emanato questo documento non ha più una fede “una” con la fede apostolica (Ef 4, 5).

Insomma: la fede di sempre non è più di casa nella chiesa governata da chi ha emesso questo documento!

Signor Jorge Mario Bergoglio, la chiamo così perché, anche se nessuno ha il potere di giudicarLa, Lei non nasconde le sue rinnovate eresie ed apostasie dalla Fede Cattolica quasi quotidiane, perdendo per il diritto stesso il proprio Ufficio (munus); signori tutti che collaborate con questo suo governo della Santa Chiesa: ricordatevi che state firmando la vostra condanna. Siete proprio voi che state dichiarando in modo sempre meno velato che la vostra fede non è la stessa di Pietro, sulla quale Gesù ha fondato la Sua Chiesa. “Ciascuno stia attento come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo” (1 Cor 3, 10-11)".

Una sola cosa si potrebbe obiettare a Don D’Erasmo: Francesco il Munus petrino non dovrebbe averlo, perché questo lo conserva – fino a prova contraria - papa Benedetto XVI, il quale ha invece rinunciato al ministeriumQUI per gli ultimi approfondimenti sulla questione.

Una domanda: ma chi glielo fa fare a tutti questi sacerdoti di esporsi così al “martirio” se non ci fosse qualche serio motivo?

www.liberoquotidiano.it