capture 006 08092021 104110Il reddito di cittadinanza non serve a ridurre la povertà ma spesso finisce per «soddisfare vizi», e ingrassare le tasche di «falsi poveri», percepito da gente che «non ha mai avuto voglia di lavorare»: a detrimento, magari, di chi bisognoso lo è davvero. La pensa così Salvo Pappalardo, responsabile delle attività in Caritas Diocesana di Catania. Sicuramente non un «cattivone di destra» nemico dei poveri, ma un cittadino che ogni giorno si confronta con le situazioni di indigenza più estreme. «Il reddito di cittadinanza deve essere assolutamente revisionato, altrimenti sarà sempre fallimentare», ha spiegato ad AdnKronos.

Il reddito di cittadinanza, “molti ci pagano i vizi”

«Ho constatato io stesso che la maggior parte delle persone che recepiscono il reddito di cittadinanza preferiscono utilizzarlo non per comprare beni di prima necessità ma per soddisfare altri tipi di esigenze o vizi, per poi consumare un pasto caldo nelle nostre mense», è la denuncia di Pappalardo. Niente di nuovo sotto il sole: solo una triste conferma delle decine — quando non centinaia — di casi di furbetti che emergono ogni giorno dai controlli della Finanza. «Ci sono tanti beneficiari che purtroppo sono “falsi poveri”, così come ci sono famiglie che hanno ricevuto aiuto da questa misura di sostegno», ha proseguito Pappalardo. Ma ad ogni modo «non posso però affermare che abbia ridotto il livello di povertà e risolto il fenomeno della povertà, ben più complesso».

 

Il rdc agevola chi non vuole lavorare

«L’unica verità è che il reddito di cittadinanza ha agevolato tutti coloro che non hanno mai avuto voglia di lavorare e ne stanno approfittando», ha proseguito Pappalardo, puntualizzando di non essere «contro le misure di sostegno, anzi credo che sia fondamentale che arrivino più aiuti economici dal governo, ma non in questo modo». L’imperativo è rivedere il sistema alla base dell’erogazione. «Il reddito di cittadinanza deve essere assolutamente revisionato, altrimenti sarà sempre fallimentare. Bisogna che l’onere alla disponibilità al lavoro rimanga nelle mani del beneficiario e non in quelle dello Stato».

di Cristina Gauri per www.ilprimatonazionale.it