Non solo la fine della legislatura. Il 2017 segna anche il tramonto del finanziamento pubblico ai partiti. Con una sforbiciata progressiva introdotta per decreto dal governo guidato da Enrico Letta nel 2013. Un taglio entrato a regime proprio lo scorso anno con l’azzeramento totale dei vecchi rimborsi elettorali, rimpiazzati dal sistema del 2 per 1000, in favore dei movimenti politici. Che d’ora in poi potranno contare, quindi, solo sulle donazioni dei privati per finanziare la propria attività. Ma con scarsi risultati, almeno a leggere il dossier dell’associazione OpenPolis, che ha passato in rassegna 81 rendiconti presentati da 21 soggetti politici negli ultimi 4 anni.

Un periodo di tempo nell’arco del quale “le entrate dei partiti si sonoridotte del 61%”, considerando “le sole entrate della gestione caratteristica”. Ossia quelle derivanti “da fondi pubblici, donazioni private, quote d’iscrizione e da altre attività tipiche”. Insomma, archiviato il sistema dei rimborsi automatici, le casse si sono andate progressivamente svuotando. Riducendo i partiti alla canna del gas.

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Ma chi sono i finanziatori dei partiti? Sulla carta “le donazioni superiori ai 5.000 euro devono essere dichiarate insieme al bilancio”. Ma “la normativa sulla privacy consente comunque di ‘pecettare’ i nomi di chi non ha rilasciato il consenso alla pubblicazione di dati personali”. Un vulnus pericoloso, visto che in linea teorica donazioni fino a 100mila euro (il massimo legale consentito) potrebbero essere riscosse senza rendere pubblico il donatore

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dll'articolo di Alessandro Sardo per ilfattoquotidiano.it 

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