burqa 2 visiMilano si è messa il velo. Dalle banlieue al Quadrilatero, dalle periferie dell'integrazione impossibile alle vie della moda, è tutto un pullulare di burqa e niqab. E in questi giorni di agosto lo si nota anche di più. Il problema non sono i veli leggeri, discreti e colorati, indossati liberamente e spesso anche «alla moda». No, stiamo parlando di vesti pesanti e nere, che opprimono il corpo - soprattutto nei giorni in cui il caldo in città si fa sentire - e mortificano la personalità, come spesso si vede dall'espressione delle donne costrette a portarle.

E vale la pena ricordare che questa «scelta», o costrizione, non corrisponde esattamente ad alcuna prescrizione religiosa certa, se non all'orientamento di una parte ortodossa dell'islam che si affida a una lettura restrittiva del Corano, che uniforma tutto, monopolizza tutto, anche culture e tradizioni diverse, come i veli colorati e spensierati che porterebbero le donne africane senza la cappa dell'islam politico. Ci sono donne costrette a coprirsi. Altre lo «scelgono» per la pressione sociale che subiscono. Dall'Iran, due giorni fa, un eccezionale video ha suscitato indignazione e speranza: una donna si è ribellata al religioso che l'aveva apostrofata per aver indossato in modo non corretto il suo velo. Lei ha reagito e ha platealmente gettato per terra il drappo nero che le opprimeva il capo. In Danimarca il Parlamento ha approvato una legge anti-niqab, per vietare l'uso di «qualsiasi indumento» destinato a coprire il volto. E a Milano le palandrane nere si moltiplicano. Nelle vie del centro ormai, quando ristoranti e pizzerie si popolano di turisti stranieri reduci dallo shopping, è più raro trovare donne con i capelli al vento. Questo dice qualcosa sulla direzione che sta prendendo la città, Milano città europea.

Articolo di    per ilgiornale.it 

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