La lunga notte di terrore a Strasburgo riapre ferite, mai rimarginate. Ora si contano le vittime, si piange, si prega per i feriti tra cui il giovane giornalista italiano Antonio Megalizzi e si cerca di farsi forza e reagire. La condanna del terrorismo è accorata e ferma, proprio come la necessità di dire che chi non ha alcun rispetto della sacralità della vita altrui non può tenere in ostaggio, come sospese, le vite di intere comunità.

Non possiamo e non vogliamo cedere alla paura, anche se essa emerge in modo spontaneo, perché non sappiamo da dove possa venire il pericolo: per questo cerchiamo di dargli volto e identità, e non ci bastano nome, cognome e foto del terrorista di turno. È come se dalla paura, che genera frustrazione e poi rabbia, si voglia uscire individuando in un gruppo sociale la sede e la ragione del male. Così si prendono di mira le cosiddette seconde o terze generazioni, accusate di non volersi integrare, o persino la totalità dei migranti, considerati un pericolo. E da più di qualcuno si accusano tutti i fedeli islamici, ritenuti potenziali attentatori.

È, purtroppo, un protocollo che si ripete. Dopo ogni attentato il dito non si punta più solo sui soggetti criminali, ma su quello che si ritiene il loro mondo di appartenenza. C’è quindi chi invoca la soppressione della cittadinanza ai figli di migranti e l’abolizione dello ius soli (applicato in diversi Paesi europei), e c’è anche chi chiede la chiusura di tutte le moschee e dei luoghi di culto islamici. Sono anni che, dopo ogni attentato, la totalità dei musulmani si sente così portata sul banco degli imputati per colpa di alcuni criminali. Non è vittimismo, ma dolore, che a volte sfocia, anch’esso, nella paura. Tante persone, soprattutto giovani e donne, hanno paura di uscire di casa dopo gli attentati perché temono gli insulti, gli sguardi sospettosi, a volte pieni di disprezzo e di rancore, e si sentono impotenti.

È come se gli atti vili e barbari dei terroristi cancellassero le esistenze vissute all’insegna della legalità e del rispetto dei diritti umani, la voglia di dialogo e la sana convivenza. Si resta in perenne tensione e questo stato non fa bene a nessuno. Tutti vorrebbero pace e sicurezza, compresa la stragrande maggioranza dei musulmani che lavorano, studiano, pagano le tasse, fanno volontariato, contribuiscono alla vita pubblica, ma devono convivere con la ferita di non essere dignitosamente rappresentati dal punto di vista religioso.

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dall'articolo di Asmae Dachan  per Avvenire.it 

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