capo della Dda di Milano Alessandra DolciL’ultimo episodio, mercoledì, quando un’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano ha toccato anche la provincia di Novara: quattro arresti tra Borgomanerese e Aronese e la scoperta che da Cureggio, nel Medio Novarese, stando a quanto emergerebbe, prendeva il via il business dei rifiuti scoperto dopo le indagini avviate sul rogo di un capannone pieno di rifiuti a Milano, in via Chiasserini, lo scorso ottobre. Un incendio che ha interamente distrutto il capannone e, per il cui spegnimento, hanno lavorato 172 equipaggi dei Vigili del fuoco e sono stati impiegati una decina di automezzi.
A condurre le indagini che hanno portato all’arresto complessivamente di 15 persone e a scoprire come il gruppo di personaggi coinvolti avrebbe gestito 37mila tonnellate di rifiuti indifferenziati urbani smaltiti illegalmente (una buona parte proveniente dalla Campania) – il procuratore aggiunto Alessandra Dolci, capo della Dda di Milano, con il pm Donata Costa.

 

Il magistrato, erede all’Antimafia milanese di Ilda Boccassini, con cui ha a lungo lavorato, è stata a Novara venerdì primo marzo, ospite di un incontro promosso dall’associazione La Torre-Mattarella e Libera Novara, nell’ambito delle iniziative per la Giornata del 21 marzo, Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. In vista dell’appuntamento, mercoledì sera l’abbiamo intervistata.

Il suo impegno nel contrasto alla criminalità organizzata è trentennale. Come si è evoluta in questi anni?
«Parlo di quella che conosco, di stampo ‘ndranghetista, che è cambiata molto in questi 30 anni. Se 30 anni fa gestiva prevalentemente traffici illeciti, primo fra tutti il traffico di stupefacenti, ora si è data una veste imprenditoriale e si è inserita in una serie di settori economici: l’edilizia, ma anche la ristorazione, la logistica dei trasporti, i rifiuti, i videopoker. E’ diventata sostanzialmente una criminalità organizzata che riesce a mimetizzarsi nella società civile».

Le recenti inchieste, condotte sia in Lombardia sia in Piemonte, segnalano un ‘legame’ sempre più forte tra criminalità organizzata e imprenditoria, da quanto si evidenzia questo ‘trend’?
«Ci sono servizi di vario tipo, anche formalmente legali, ma condotti poi da alcuni con metodi illegali. Si tratta di servizi appetibili da un certo tipo di imprenditore. Ne è un esempio il recupero crediti. A volte assistiamo a qualcosa che mai avremmo immaginato: l’imprenditore che va alla ricerca dei servizi della ‘ndrangheta e non viceversa. Il primo processo di questo tipo, di commistione tra criminalità organizzata e imprenditoria, di cui mi sono occupata e che riguardava l’infiltrazione nel settore del movimento terra della ‘ndrangheta è “Cerberus”: i fatti sono del 2003-2004. Concerneva l’infiltrazione della ‘ndrangheta nei territori di Buccinasco e Corsico. Recentemente la Cassazione (gennaio scorso, ndr) ha messo la parola fine, condannando in via definitiva un imprenditore lombardo per 416 bis, ossia associazione di tipo mafioso».

Criminalità e imprenditoria è un fenomeno che si registra solo al Nord o riguarda anche il resto d’Italia?
«Nei settori di insediamento tradizionale, parlo della Calabria, delle mafie esiste ancora un duro controllo del territorio. Qui, invece, diciamo che sono alla ricerca del consenso, cercano di creare reti relazionali che possano tornare utili, cercano rapporti con la classe imprenditoriale, con i politici e, tra virgolette, mostrano la ‘faccia buona’. A tal punto che in recenti vicende del processo Aemilia alcuni cittadini di Brescello hanno dichiarato che “comunque la ‘ndrangheta è una mafia buona”, un messaggio che non deve assolutamente passare. Non esiste una mafia o una ‘ndrangheta buona».

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dall'articolo/intervista di Monica Curino per sdnovarese.it 

  

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