Ilda Boccassini 2L’idolatria è il male endemico di una società debole. Ha come effetti il ridimensionamento della condizione civile del singolo, il suo declassamento da cittadino a cliente oppure a percettore di una identità e/o idealità passive, chiuse nel recinto di una tifoseria. Io sono con te, sempre e comunque. Non amo altro Dio all’infuori di te. Fa dunque bene Ilda Boccassini a denunciare la trasformazione sociale dell’identità del magistrato, sia esso giudice o pubblico ministero, che nella storia recente della Repubblica è spesso assurto a stella del firmamento sociale, si è fatto, malgrado ogni sua buona e condivisibile intenzione, parte di una battaglia; ha goduto di un riconoscimento che magari esuberava dalle sue funzioni, dalla qualità di rappresentante della legge (“uguale per tutti”) che gli avrebbe dovuto far osservare l’obbligo di assoluta e rigorosa discrezione.

 

La storia professionale della dottoressa Boccassini è ineccepibile, e il frutto del suo lavoro è di così alto valore sociale che l’invito fatto ai colleghi alla riflessione e anche all’autocritica è assai opportuno. È però anche utile che si dia senso e peso politico a quel che è accaduto in Italia dal 1992 ad oggi. Perché esiste un rapporto di causa/effetto che a me sembra inverso rispetto al punto di vista da cui l’analisi di Boccassini prende spunto. I giudici sono divenuti idoli quando gli italiani, o parte di essi, assistevano oramai impotenti alla larga e sfacciata impunità di cui godeva la classe dirigente. La crisi morale così acuta, un circuito tangentistico diffuso e visibile, la teorizzazione della clientela come sostituto funzionale di ogni ideale, avevano condotto l’Italia al default economico ed etico. L’azione della Procura di Milano apparve coraggiosa, integra, determinata a liberare il Paese da una corruzione maestosa, impossibile anche solo economicamente a sostenersi. Mani pulite contro mani sporche. Fu naturale che l’ansia sociale trovasse sbocco, come un fiume chiuso alla foce, nell’istituzione che appariva come l’unico, residuo baluardo a difesa della legalità repubblicana. In questo contesto anche prese di posizione oltre il confine della legittima competenza e del rispetto dei ruoli (valga per tutti il “Resistere, resistere, resistere”, letto dal procuratore Borrelli alla tv) devono assumere un significato e una considerazione sociale diversa. A Mani pulite è succeduto poi il ventennio berlusconiano e si è fatta larga l’idea, che tutt’oggi incatena i nostri discorsi, che ci possa essere un cittadino più speciale degli altri, meno uguale agli altri. Il sopruso è così evidente, sfacciato, integro nella sua identità che ogni azione volto a contrastarlo è vista come una liberazione.

Si diventa star forse anche perché la società è così tanto debilitata, depressa, spaurita.

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