coraggio di PoundContro le sette sorte all'ombra di Wall Street (e di chi la occupa), il poeta insegnò che il contrario del mercato non è la democrazia, ma il tempio. ...  La vergogna vera e sanguinante del caso Pound non è dunque la violenza del potere nemico del bello e del buono ma la morale. Il peccato originale dell'Occidente non è la forza, ma l'incapacità di darle il sigillo del sacro, dovendo così ripiegare sulla più modesta giustificazione morale. Ecco, ciò che deve essere stato davvero insopportabile per Pound non è tanto il rumore del chiavistello che risuona sordo alle spalle ma il sibilo fastidioso dell'ultimo uomo che tutto giudica e tutto misura sulla propria piccolezza.

 Potevano rinchiuderlo solamente, Pound. E invece l'hanno anche giudicato. Errore fatale. L'Omero del Novecento è stato giudicato da tutti: dai suoi compatrioti per nascita, gli americani, dai suoi compatrioti per elezione, gli abitanti della repubblica dei letterati. Ognuno, conformemente a un'etica egualitaria (l'ultimo uomo, appunto...), si è sentito in dovere di puntare il dito contro il poeta «finito con il culo per terra» – così sintetizza brutalmente Bukowski – e sferrare un calcio al vinto. Ogni calcio, un giudizio. E i peggiori, come al solito, non sono stati i nemici dichiarati, quelli che contro l'autore dei Cantos conducevano la loro guerra santa, astiosa e irragionevole, accecati dall'ultimo dei fanatismi, l'antifascismo. Ben peggiore è il languore dei vermilinguo che sul conto del veggente di Hailey hanno dovuto sprecare il fiato in innumerevoli «però».

Pound, il grande poeta, «però...». Però era ossessionato dall'economia. Però era poco chiaro, decisamente oscuro, forse un po' pazzo. Però era un ingenuo, un bambinone, un visionario, uno strampalato. Però era un dilettante, un presuntuoso, un eccentrico.

Uno ad uno, questi però hanno fatto più male al poeta di ogni gabbia e di ogni tortura. Ne hanno smontato pezzo dopo pezzo la dignità di uomo e la grandezza dell'artista. Avrebbero potuto farne un nemico (riducendo tutti i «però» all'unica vera obiezione: «...però era fascista») e invece hanno voluto trasformarlo in un buono di serie B. E se le condanne alla fine si esauriscono – persino quelle mai pronunciate: nessun giudice ha mai comminato i 13 anni di manicomio che la sua patria gli inflisse – il giudizio morale rimane sempre lì, a far danni. Tant'è che ancora oggi c'è chi vorrebbe salvarne la memoria a colpi di carte bollate da chi, dicono, se ne appropria senza autorizzazione, con l'aggravante della colpa ideologica. Che poi è sempre una colpa ontologica: non è quel che si fa, che desta scandalo, ma quel che si è.

...................

dall'articolo di  per ilgiornale.it