balilla Sordi andò dal Duce«Mi faceva ridere: per me era un grande comico» rievoca Albertone, che già a 13 anni batteva la provincia organizzando «patriottici spettacolini di varietà».  Alberto Sordi è uno del rari attori che non abbiano messo il «cuore in piazza» per la delizia del rotocalchi, né sventolato le proprie lenzuola sentimentali a beneficio del paparazzi. Ha perfino resistito alla sirena letteraria, che ha invece sedotto Vittorio Gassman («Un grande avvenire dietro le spalle») e Nino Manfredi («Viva gli sposi»). Carmelo Bene ci ha addirittura turbati con un miracolo, confessando in un libretto di memorie di «essere apparso alla Madonna». La cortina fumogena che Sordi alza intorno ai suoi itinerari romantici è cosi fitta, che i cronisti mondani sono talvolta costretti a trasformarsi in detective. Ma anche quando lo prendono in castagna, Sordi ha la fuga facile. Un inverno di qualche anno fa, sorpreso in compagnia di una straniera nella hall di un albergo veneziano, se ne uscì con questa battuta: «Ma guarda un po' cosa si deve fare per lanciare un film che non è ancora cominciato».

Per scoprire il Sordi autentico e segreto, occorre dunque pazienza; e magari aspettarlo al varco in casa di amici, davanti a un piatto di spaghetti al dente e a un buon vino del Castelli. Solo allora gli succede di abbassare la guardia, e di aprirsi a confidenze sulla Roma irresistibile della sua adolescenza.

Come tutti i bambini della sua età, Sordi è stato un «balilla entusiasta». Erano gli anni Trenta. Il profilo del Duce campeggiava sui gagliardetti del regime e sulle facciate delle case coloniche. Ma nessun balilla ha avuto in sorte l'avventura che Sordi racconta questa sera: essere ricevuto da Mussolini, nella immensa Sala del Mappamondo a Palazzo Venezia, in compagnia di un veterano di varie guerre e imbroglione di scarsa fortuna. «Fu il primo grande fiasco della mia vita» rievoca Sordi, con un lampo beffardo nei suoi occhi azzurrini. «Le cose andarono più o meno cosi. Io avevo intorno ai tredici anni, era il 1933. Avevo già una doppia vita: in apparenza studiavo, ma il meglio di me lo davo come "attore di giro". Nel giorni di festa battevo la provincia con una compagnia di Balilla: mettevamo su spettacolini di varietà, con il motto, "ridere patriotticamente". Il nostro protettore era Rolando Ricci, presidente dell'Opera Nazionale Balilla.

«Un giorno, non ricordo più come, incontro questo avventuriero che era stato in Libia e nella grande guerra, e si dice carico di medaglie. Arriva da Bologna. Ha un'idea geniale, assicura: creare lungo le strade del posti di 'ristoro, con vini e specialità padane. Qualcosa come i Pavesi, che sarebbero sorti vari decenni più tardi. Lui aveva però più idee che soldi: tentava il colpo grosso. Un giorno mi fa: "So che frequenti il capo a Palazzo Venezia: giuro che ti faccio ricco se mi fai incontrare il Duce, mi basta che posi la prima pietra del nostro complesso turistico"». Sordi fa una pausa, è maestro della suspense tragicomica: «Non so se mi conviene ammetterlo, ma non ero un balilla eroico: non ho mal sognato di fare il guerriero. Al contrario, era il progetto di arricchire alla svelta che mi tentava. Cosi ho raccomandato il camerata bolognese a Rolando Ricci, che qualche giorno dopo mi ha detto: "Avverti l'amico tuo, il Duce vi riceve!».

«Ci sembrò un sogno. Una mattina alle 9, a Palazzo Venezia, l'usciere Navarro ci fa entrare nella mitica Sala del Mappamondo. Era immensa e lustra come uno specchio . Mi tremavano le gambe. Il Duce ci aspettava dietro un grande tavolo. Salutiamo romanamente nelle nostre divise fiammanti. Poi il Duce parla con voce rotonda: "Camerati, vi ascolto". Al che il veterano si slancia in avanti: "Eccellenza, Duce, ecco il mio piano laborioso. Darà lavoro a centinaia di persone". E gli porge alcuni fogli con mappe e grafici. Passano cinque, dieci secondi, sufficienti perché Mussolini intuisca tutta, l'inconsistenza del progetto. "Mi vorreste alla posa della prima pietra? No - dice -, vi do tempo. Verrò all'ultima". Così ci licenzia, e noi usciamo dal palazzo come cani bastonati. Scesi per strada, il veterano non mi guarda neppure in faccia; poi, con uno spintone, mi scaraventa da una parte e a passo di corsa si dirige verso il Milite Ignoto».

Come raccomandazione - azzardo - non è stata un granché.
«È vero, ma mi è servito in seguito - fa Sordi -. Non ho più raccomandato nessuno. Quando c'è qualcuno che insiste, gli dico: guarda, mi è andata male perfino con il Duce»

L'ha visto altro volte, Mussolini?
«Parecchie volte. Con la Compagnia dei giovani, andavamo spesso a Palazzo Venezia. E anche dopo, quando sono entrato a Cinecittà».

Ma che tipo era, da vicino, Mussolini?
«Mi faceva ridere. Per me era un grande attore comico, forse involontario. Naturalmente lo ammiravo, come tutti. Però, ripeto, mi faceva ridere. Aveva delle battute impressionanti».

Qualche storico sostiene invece che mancasse di umorismo.
«Non mi pare - insiste Sordi -: basta pensare a quanto gli piacesse Petrolini. L'ha sempre aiutato. Petrolini era dopo tutto un attore di regime».

E Petrolini, ha fatto in tempo a vederlo a teatro?
«Si, nelle sue ultime cose... Come era? Bah, non vorrei dare scandalo, ma non mi ha fatto grande impressione. Lo stesso Bonnard, che lo ha sostenuto moltissimo, anni dopo mi confessava che, insomma, la leggenda era più grossa dei suoi meriti».

Ma allora, com'è che il mito di Petrolini continua a crescere?
«Sono le mistificazioni della intellighentzia. Neppure la Duse fu quel mostro di bravura che dicono. Anzi. Gente degna di fede assicura che in molte cose era abbastanza mediocre».

Ma allora, secondo lei, chi è il grande attore comico, la vera maschera del teatro e del cinema romano?
«Fabrizi. Aldo Fabrizi è stato grandissimo. Ma i soliti snob lo trascurano, lo confondono con le sue macchiette e le sue ricette di pastasciutte. Purtroppo, succederà a Fabrizi quello che è capitato a Totò: verrà beatificato solo dopo la morte. Lontana sia. Questo è un Paese dove i critici si commuovono solo sui marmi dei sarcofagi».

Sordi, mi consenta una domanda ambientale: come vive nella Roma di oggi?
«È diventata un brutto parcheggio. È indecente il modo in cui viene degradata una delle più belle città del mondo».

Certo, si vive male. Tutte queste case con le inferriate alle finestre, pare una città assediata.
«Qualche tempo fa - continua Sordi - avevo girato fino a lunedì notte con la macchina della produzione. Ero in smoking. Poi ho detto all'autista di andarsene, volevo fare due passi a piedi. Ero in piazza Navona, il cuore della città. A un certo punto vedo spuntare, prima a destra e poi a sinistra, quattro ceffi che non premettevano niente di buono. Questi ti fanno blu, mi sono detto. Per fortuna, arrivato a pochi passi da me, uno dei ceffi mi riconosce: "Albe' - grida - Albertone bello, ma dove cavolo vai a quest'ora di notte?". E rimettendo in tasca qualcosa, che poteva essere una pistola o un coltello, mi dà una gran botta sulla spalla. Cosi fanno anche gli altri manigoldi. "Andiamo a bere qualcosa!" dice uno coi baffi. "No, grazie - mi difendo - ho un gran mal di testa, fate finta che ho accettato"». La faccia di Sordi si scioglie un poco, sospira: «Qualche volta anche i teppisti hanno un'anima. Ma fino a quando?».

Nantas Salvataggio
(dal Corriere della Sera dell'8 gennaio 1986)
29 maggio 2009