“Stracciamo lo statuto del Pdsciogliamolo e rifondiamolo“. Parola del presidente del Pd, Matteo Orfini. Alla sesta edizione della festa di Left Wing Orfini ha parlato in streaming ma usando parole che più chiare non potevano essere. “Non serve cambiare nome. Mettiamo insieme un pezzo di paese che non condivide le politiche di questo governo: dobbiamo costruire una risposta dopo la sconfitta che sia all’altezza della sfida. Il partito com’è oggi non funziona. Mi rivolgo a tutti, basta questa distinzione con la società civile, decidiamo insieme la linea politica e la leadership”. 

Non ci sta Nicola Zingaretti, il governatore del Lazio che ha già annunciato la sua corsa alla guida del partito: per lui il congresso si deve tenere prima delle Europee e cambiare nome e simbolo sarebbe solo “una scusa” per rinviarlo. Proposta da bocciare, dunque. Le parole di Orfini si annodano e ingarbugliano al filo del discorso tenuto dal segretario-reggente Maurizio Martina non più tardi di venerdì, alla Festa dell’Unità di Torino, quando ha detto che “a dieci anni dalla nascita del Pd il problema non è cambiare nome, ma ridare attualità alla sfida democratica”. All’esterno, ha avvertito, come all’interno del partito. “Il congresso, quindi, dovrà comunque concludersi entro le Europee avrà i tempi giusti”.

La strada indicata da Orfini (e non solo, prima di lui furono Cacciari, Calenda e poi Prodi) nasce come una scorciatoia ma rischia di interferire pesantemente con il rebus del confronto interno su temi e leadership, sul Congresso e la segreteria. Tanto che si fanno insistenti anche le richieste di posticipare (o anticipare) gli appuntamenti a dopo il voto europeo, verosimilmente per non offrire ancora l’immagine di un partito dilaniato e strozzare così, sul nascere, quel lavoro di ricucitura che (a parole) è indicato da tutti come l’obiettivo per continuare a esistere dopo sondaggi di gradimento al 17%.

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articolo de ilfattoquotidiano.it