Di Maio chiude a RenziPartire dal taglio dei parlamentari, una riforma che il Pd non ha mai votato, non serve a stringere un patto. Quel che serve è una nuova agenda. Ed è necessario che a metterci la faccia non siano gli stessi che fino a pochi giorni fa sedevano al governo con Salvini, definivano i dem "il partito di Bibbiano". La via è stretta, impervia, faticosa. "E fuori c'è Salvini che ci bombarda ", dice il capogruppo M5S al Senato Stefano Patuanelli prima di infilarsi nell'ennesima riunione della giornata. Il gabinetto di guerra di Luigi Di Maio è convocato in seduta permanente. Le opzioni sul tavolo si valutano tutte, ma il vicepremier continua a dire: "Guai a fare la prima mossa. Nessuno ci obbliga. E se ci muoviamo in modo scomposto ora, c'è il rischio di dannarci. Dobbiamo stare tranquilli e fermi. Prima ci sono le consultazioni".

Il problema del Movimento 5 stelle ha un nome: Matteo Renzi. Se il primo a fare una proposta per andare avanti fosse stato il segretario del Pd Nicola Zingaretti, se i gruppi dem alla Camera e al Senato fossero in mano ai suoi fedelissimi, e non a quelli dell'ex premier, le cose sarebbero più semplici. Lo confessano molti big M5S, anche se in assemblea congiunta - ieri mattina - dicevano altro ("voto subito") e invitavano alla cautela. "Non possiamo fidarci di lui, non possiamo sederci al tavolo con Renzi", dice il capo politico. 

Che però non è il solo a giocare la partita: c'è Beppe Grillo, tornato con il secondo post in tre giorni a indicare una via: "Volano degli avvoltoi di nuova generazione: gli avvoltoi persuasori", dice il fondatore. Invitando a parlare "solo con gente elevata e non in caduta libera". Sembra, anche questa, una chiusura alle sirene renziane. Che si unisce a quella fatta durante la riunione con i parlamentari dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Ma in assemblea è intervenuto anche Luigi Gallo, vicino al presidente della Camera Roberto Fico. E ha invitato ad aprire un'interlocuzione con il Pd: "Abbiamo parlato con quello schifoso di Salvini e oggi ci indigniamo?

È una Repubblica parlamentare, si parla, si fa un accordo limpido e trasparente e si va avanti, perché il Movimento ha il 36% dei parlamentari, il dato più alto da quando esiste, e può farlo solo adesso". Mentre la senatrice Paola Taverna ribatteva: "Ma te li sei dimenticati 5 anni con loro al governo? ". E poi, davanti al tentativo di replica, chiudeva: "Non è un dibattito ". La verità è che la grande maggioranza di deputati e senatori non vuole andare alle urne. E che ci sono cose che vanno avanti, come per inerzia, su una via che porta il Movimento e il Partito democratico dalla stessa parte. Il voto di oggi voluto dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati "per fare un favore a Salvini", dicono M5S e opposizioni, rischia di essere un assist in senso opposto.

Sul tabellone del Senato apparirà per la prima volta una maggioranza alternativa a quella gialloverde. Numeri che potrebbero essere usati davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, se alle consultazioni si arrivasse con un nuovo patto.

Tra i fedelissimi di Di Maio si respira pessimismo: "Si vota il 27 ottobre ", dice scorato un ministro. Perché subito dopo il voto del Senato stasera ci sarà una conferenza dei capigruppo alla Camera, dove il Movimento chiederà la calendarizzazione del taglio dei parlamentari per lunedì 19. Ipotesi che il Pd, in questo caso, potrebbe bocciare. Zingaretti - pressato da alcuni dirigenti del partito, ma anche, secondo quanto dicono i renziani, da alcuni padri nobili e dalla Cgil - vuole per dialogare un vero segnale da parte dei 5 stelle.

Partire dal taglio dei parlamentari, una riforma che il Pd non ha mai votato, non serve a stringere un patto. Quel che serve è una nuova agenda. Ed è necessario che a metterci la faccia non siano gli stessi che fino a pochi giorni fa sedevano al governo con Salvini, definivano i dem "il partito di Bibbiano" e votavano, inasprendolo, il decreto Sicurezza bis. Servirebbe insomma un passo avanti di Roberto Fico, o di Giuseppe Conte. Il primo, si è finora limitato a dare un altolà alla Lega sui tempi del Parlamento. Il secondo ieri è stato tutto il giorno al lavoro a Palazzo Chigi, prepara un discorso per il Senato che potrebbe elevarlo ad anti-Salvini, ma difficilmente avrà la capacità, e il desiderio, di tessere una tela che per reggere deve andare da Grillo a Casaleggio, passando per i tumultuosi gruppi parlamentari.

Le scene di ieri, Carla Ruocco che rimproverava a Di Maio di aver sbagliato tutto dai tempi del direttorio e di non aver fatto scelte meritocratiche, una deputata come Alessandra Ermellino che lamentava l'abbandono del territorio ("Sono venuta piangendo nel tuo studio per la gestione del gruppo parlamentare e non hai fatto nulla", ha rimproverato al capogruppo D'Uva), sono state solo la prova generale di uno psicodramma che non potrà che ripetersi, nel momento delle scelte definitive. Quelle che verranno dopo le dimissioni di Conte e l'indicazione di un percorso da parte di Mattarella. Non subito, ma presto: quasi sicuramente la prossima settimana.

C'è poco tempo. Forse troppo poco, perché non accada quel che sembra volere il ministro dell'Interno: che salti tutto subito, e si vada al voto in autunno. Con le vele gonfiate da una trattativa finita male.