Stefano Delle Chiaie confesso che ho credutoAvevano sognato, tanti anni fa, di morire imbracciando un mitra e, adesso, si ritrovano a morire, senza fiato, nel letto. Stefano Delle Chiaie, 78 anni, fondatore, nel 1960, di Avanguardia Nazionale, primula nera del neofascismo italiano, cercato e ricercato per oltre quarant'anni dai servizi segreti di mezzo mondo che lo volevano eliminare e dall'altra metà che voleva consegnarlo ai primi, vive, adesso, a Roma, zona Cinecittà, circondato dall'amicizia dei molti, come li chiama lui, camerati, che nel corso della loro esistenza hanno bruciato tutto, dagli affetti al lavoro, dalla famiglia al passato, per inseguire il sogno di una rivoluzione del sistema.

 

Il 21 giugno, solstizio d'estate, si sono ritrovati, dopo una serie di contatti telefonici, al Villaggio Olimpico, un noto locale della capitale, per rivedersi e, soprattutto, per mantenere vivo quel legame di ricordi e di esperienze che, ormai, fanno parte della storia di questo paese anche se, a dirla tutta, di una storia con la s minuscola se si pensa a quanto essa abbia inciso, realmente, nel corso degli eventi. Per loro, tuttavia, per quelli che, come er Caccola, ci hanno speso e dedicato una vita, la storia non distingue tra lettere maiuscole e minuscole, ma rappresenta la testimonianza di un modo di essere e di credere per i quali, in fondo, valeva e vale la pena di aver vissuto. E creduto.

All'età di 78 anni, è nato, infatti, a Roma nel 1936, Stefano Delle Chiaie conserva ancora, intatta, la sua straordinaria lucidità, unita ad una memoria elefantiaca che gli fa ricordare, sin nei minimi dettagli, aneddoti di mezzo secolo fa.

Cosa faccio? - esordisce Delle Chiaie - Aspetto di passare a miglior vita. A parte le battute, mi guardo in giro, osservo, cerco di capire, ma per uno abituato all'azione come me, è davvero triste starsene qui, fermo, senza poter fare nulla. Molti di noi che abbiamo partecipato all'esperienza di Avanguardia Nazionale sono morti, in poco tempo ne abbiamo persi altri due. Una ventina di giorni fa un mio amico di Roma, oncologo, mi ha telefonato per dirmi che se ne sarebbe andato. Gli ho chiesto, scherzando: "Ma dove vai?", e lui, di rimando, mi ha detto che aveva un tumore che gli lasciava tre settimane di vita. E' morto. Io ero in Calabria. Dopo poco è morto anche un camerata di Catanzaro. Tutto questo e altro ancora mi ha spinto a pensare fosse arrivato il momento di vedere se è possibile costruire qualcosa, di costituire un punto di appoggio per i camerati più giovani. Se ci sono? Certo che ci sono. Ricostruire, cioè, una storia che è stata di tutti e che in troppi hanno diffamato. Alla fine volevano isolarci dal resto del mondo e ci sono riusciti. Eravamo gli unici matti che volevamo cambiare la realtà e prendere il potere. Inutile nasconderlo, sono riusciti a fermare la nostra azione politica e siamo stati sconfitti proprio sotto il profilo politico.

Una volta a settimana, il giovedì, lui e i suoi amici organizzano degli incontri rivolti ai più giovani: con il primo hanno affrontato la situazione dell'Ucraina, con il secondo la Siria e via di questo passo. Per uno come lui che, nel corso della sua latitanza, ha viaggiato e sostato in Cile, Argentina, Bolivia, Costa Rica, San Salvador - e non certo per motivi turistici - Angola, un bel passo indietro. Altri tempi quelli, anni in cui sembrava di viverla, la storia, perennemente in movimento, protagonisti più o meno visibili di un universo diviso in due emisferi, da un lato l'Unione Sovietica e dall'altro gli Stati Uniti, su un fronte il comunismo e sull'altro il capitalismo.

Noi avversavamo sia l'uno sia l'altro - confessa Delle Chiaie - Eravamo fascisti? Certamente anche se non ci sentivamo legati al Ventennio, ma, forse di più, al periodo romantico ed eroico della Repubblica Sociale. Comunque il fascismo era diventato, per noi, un modo di essere e una filosofia di vita più che un regime politico e storico. Ci interessava l'aspetto spirituale del fascismo inteso come concezione dell'esistenza e dell'uomo. Noi volevamo nuove idee non ricalcare le vecchie che aveva espresso il fascismo in quanto regime. Cosa è rimasto della nostra esperienza? Gli uomini, l'appartenenza e il rispettoso ricordo di quelli che non ci sono più e la speranza che nasca qualcosa che riesca a far proseguire il nostro sogno.

E' stato amico e ammiratore di Junio Valerio Borghese, il mitico principe comandante della Decima Flottiglia Mas, uno che, nel 1941, insieme ad altri cinque appartenenti alla regia marina tra cui Emilio Bianchi da Viareggio, violò il porto di Alessandria blindato dagli inglesi riuscendo a danneggiare seriamente le corazzate Valiant e Queen Elizabeth: Borghese era, per me, un esempio. Tra l'altro aveva anche studiato un attacco con motosiluranti nel porto di New York durante la guerra, ma non ho mai capito perché non glielo permisero. Fu un uomo e un soldato ammirato da tutti, anche dagli avversari. Al suo funerakle ho visto gente del Pci, senatori che avevano militato con lui nella X Mas.

Io razzista? - domanda stralunato il capo di Avanguardia Nazionale - Mai stato razzista in vita mia. Si parla molto del fenomeno immigrazione. Io non ce l'ho con gli immigrati in quanto tali, ma con l'ideologia che permette l'immigrazione. Questa è gente che ha fame e c'è chi ha interesse - il potere economico-finanziario - a spostare le masse così come sposta le merci e il denaro. Perché, mi domando, non realizzare strutture di sostegno nei paesi di origine? Hanno rubato miliardi destinati allo sviluppo di questi paesi del terzo e quarto mondo, hanno realizzato fabbriche di ghiaccio dove ghiaccio non c'era. Io non ho mai avuto rigurgiti di razzismo biologico. Credo che ogni etnia e ogni cultura debbano rimanere differenziate le une dalle altre. Non ce l'ho certo col negro che viene qua, ma con una cultura che, attraverso lo spostamento di masse di uomini, tende a uccidere la nostra cultura abbattendo ogni differenzazione. E' necessario rafforzare le identità locali, non distruggerle. Io odio questo pensiero unico, questo voler tutto equiparare. Si trascura l'antropologia. Comunque mi auguro che maggiore sarà la pressione che il sistema eserciterà e maggiore la reazione. E' importante l'unità, ma sovranazionale mentre invece il rischio è di vedere sorgere nazionalismi fini a se stessi.

Stefano Delle Chiaie non ci sta a fare né, tantomeno, si sente vittima del sistema: No, assolutamente. Il problema è un altro. Noi dovevamo essere colpiti, lo stragismo ci ha colpito e, purtroppo, diffamato. Nessuno storico ha voluto andare fino in fondo. La prima deviazione contro di noi all'epoca di Piazza Fontana per poi proseguire su questa strada. Tutte le veline dei servizi segreti erano e sono sempre state sistematicamente contro di noi. La nostra eliminazione è stata la chiusa dello stragismo. Adesso non ho né rimpianti né rimorsi, ma soltanto ricordi. Vede questo manifesto alle mie spalle? E' Valle Giulia, siamo nel 1968. La prima fila di fronte alla Celere è composta da noi di Avanguardia Nazionale, si riconoscono uno ad uno. C'ero anche io ovviamente. Eravamo con i compagni, noi già contro il sistema loro per un cambiamento delle strutture universitarie. Poi, con glin incidenti all'università di fronte al Rettorato e alla facoltà di Giurisprudenza, è morta ogni possibilità di lotta comune tra la sinistra extraparlamentare e noi neofascisti di Caravella e di An. Fu un mio errore politico, ma ormai non serve a nulla recriminare.

Intervista di sAldo Grandi da m.facebook.com