capture 020 14102019 103330C’è un vento ipocrita che sta soffiando in tutta Europa e che investe, in particolar modo, l’Italia. Questo vento riguarda la volontà di bloccare l’esportazione di armi verso la Turchia. Un desiderio solo dichiarato da Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio che, a differenza dei loro colleghi europei, hanno parlato ma (finora) non agito. Germania, Paesi Bassi, Norvegia e altri Stati membri dell’Unione europea hanno deciso, con l’avanzata di Recep Tayyip Erdogan, di bloccare momentaneamente l’export di armi per “punire” il sultano per l’avanzata in Siria. L’Europa passa a una timida azione, quindi. Non come Unione europea, chiaramente, ma come singoli governi che provano cautamente a far capire alla Turchia che con “Sorgente di pace” ha esagerato.

 

Il problema però è che tutto questo coro di voci nei confronti del Sultano rivela la falsità di certi commenti: specie in Italia. Anzi, se Erdogan ha un merito è proprio quello di aver rivelato i sepolcri imbiancati che si nascondono nelle fredde cancellerie europee e nei corridoi di Palazzo Chigi dove adesso hanno tutti idea di avere un nemico dall’altra parte del Bosforo. Il problema è che questo “nemico” in realtà è solo di facciata. O meglio, se Erdogan si comporta da avversario, di fatto l’Italia e l’Europa l’hanno trattato da sempre come un interlocutore privilegiato. E specialmente riguardo l’export bellico. Un settore in cui l’Italia fa bene a riflettere sugli annunci che riguardano momentanei embargo anti Ankara, visto che siamo uno dei maggiori esportatori di armamenti, sistemi e materiali da guerra di tutta Europa.

I dati sono incontrovertibili. Fino al 2017 Ankara era il terzo maggiore importatore di armi made in Italy. Dopo Qatar e Pakistan, è la Turchia il Paese su cui si riversa maggiormente la nostra produzione bellica. E dal momento che si parla di miliardi di euro, la questione non va presa sottogamba. Ma soprattutto fa capire perché l’Italia, specialmente a sinistra, ci vada in punta di piedi con il Sultano.

Facile unirsi al coro dei “no” contro Erdogan quando è tutto il mondo a schierarsi verbalmente contro l’avanzata dell’esercito turco nel nord della Siria. Ed è altrettanto facile (e furbesco) chiedere, come hanno fatto Di Maio e i suoi compagni di governo, una presa di posizione dell’Unione europea. Più difficile è passare ai fatti. Un passaggio dall’idea all’azione che, tra le altre cose, l’Italia avrebbe tranquillamente il modo di realizzare: c’è una legge che autorizza il blocco di export bellico in caso di violazioni di norme internazionali e costituzionali. E di certo la Turchia non sta usando il guanto di velluto contro i combattenti curdi né la Siria ha mai autorizzato l’accesso delle forze della mezzaluna nel suo territorio. Basterebbe un gesto del governo: si applica la legge 185 del 1990 e si può interrompere l’export di armi verso l’esercito di Ankara.

Eppure, Pd e Cinque Stelle preferiscono trincerarsi dietro un possibile embargo di armi da parte dell’Unione europea. Richiesta abbastanza interessante, visto che in Unione europea non sono neanche in grado di approvare una commissione. E di certo nessuno ora vuole muovere una guerra industriale a chi, come la Turchia, rappresenta uno dei maggiori mercati per gli Stati europei nonché uno dei principali partner commerciali e strategici di ogni Stato membro. Una condizione che, se si aggiunge al ricatto del Sultano con i rifugiati e l’importanza delle forze turche nello scacchiere Nato, rende abbastanza chiaro il motivo per cui sia difficile che dall’Europa partano prese di posizione ancora più forti.

Difficile in Europa, figuriamoci in Italia, dove al governo è tornato quel Partito democratico che per anni è stato al potere e che ha autorizzato esso stesso ingenti vendite di materiale bellico all’esercito turco. Attività del tutto legittime, sia chiaro, e che hanno portato in Italia diverse centinaia di milioni di euro, oltre ad aver supportato una filiera industriale che produce posti di lavoro e guadagni. Ma fa sorridere che sia Zingaretti a chiedere un intervento europeo quando nel 2016 e nel 2017 l’Italia (guidata dai vari Renzi e Gentiloni) ha aumentato sensibilmente le autorizzazioni che sono scese soltanto con il governo gialloverde. La guerra in Siria c’era, il Pd governava, la Turchia non aveva certo dato prova di volere la stabilità e la pace a sud dei suoi confini per sconfiggere alternativamente Bashar al Assad e i curdi. E le milizie jihadiste sotto le bandiere dei filo-turchi erano evidenti al pari dei mai celati legami tra alti funzionari di Ankara e membri dello Stato islamico, che sopravviveva grazie ai fondi che circolavano in territorio turco.

Eppure nessuno aveva mai detto nulla: nessuno aveva gridato così tanto allo scandalo. E nel frattempo, le vendite continuavano. Adesso Di Maio e Zingaretti possono parlare: ma non è un mistero che i dem al potere sono riusciti nel curioso intento di armare con centinaia di milioni di commesse le forze di Ankara e dare armi anche agli stessi curdi. “Misteri” d’Italia che, furbescamente, chiede l’intervento Ue ma che in realtà non vuole fare di più. Sa che ha troppi interessi, sa che ha troppi legami, sa che ha troppa paura. E del resto la Turchia ha già fatto capire che nei suoi arsenali possono fare a meno delle armi europee: come ricorda Repubblica, gli arsenali turchi sono già pieni di armi made in Turkey.

di Lorenzo Vita per https://it.insideover.com