capture 202 01122019 225529Vi prego, non uccidete Fabrizio Quattrocchi per la seconda volta, non aggiungete alla morte brutale per mano di terroristi devoti ad Allah la damnatio memoriae causata da squadristi rossi. Non impedite che di lui resti vivo almeno il nome, lui che perse la vita da martire e da eroe provando a togliersi la benda prima di essere fucilato in Iraq dai suoi rapitori nell' aprile 2004 e gridando «Adesso vi faccio vedere come muore un italiano».
E allora lasciate che domattina in modo meritorio gli venga intestata una strada, perlopiù nella città dove vennero celebrati i suoi funerali e dove ora egli è sepolto, Genova. E non state a sentire il blaterare livoroso e disumano dei rappresentanti locali dell' Anpi, che trovano quell' intitolazione inopportuna in quanto la passerella del ponte sul fiume Bisagno che verrà dedicata a Quattrocchi passa proprio vicino a una piazza intestata a un partigiano fucilato dai nazisti, Attilio Firpo. Due martiri - Secondo i custodi del Pensiero Unico e della Memoria Faziosa quei due martiri non possono convivere a pochi metri di distanza perché, spiegano gli Illuminati, «Firpo è stato ucciso per liberare la propria patria, mentre Quattrocchi era una persona impegnata su teatri di guerra stranieri per scelta professionale».

Quindi mentre Firpo, cui vanno i nostri onori (fu prelevato dal carcere e trucidato), deve essere giustamente ricordato come patriota, Quattrocchi sarebbe a detta dei partigiani un mercenario, perché "reo" di essere stato un contractor, ossia una guardia di sicurezza privata, e non un volontario o un militare arruolato. Quasi che sia lo status professionale e il contratto di ingaggio a fare di un combattente, e più in generale di un cittadino e di un essere umano, un eroe o meno.
Dall' Anpi potresti anche aspettartelo, ma è riprovevole che ad opporsi a quell' intitolazione sia anche un rappresentante istituzionale, ossia il presidente del municipio di Genova dove verrà dedicata la via a Quattrocchi, tale Massimo Ferrante del Pd. Il quale non sarà presente domani alla cerimonia in quanto l' intestazione, dice, «è inopportuna, considerato quello che rappresenta Firpo». Se proprio vogliamo attenerci alla forma, dovremmo ricordare a lui e all' Anpi che quell' intitolazione è stata decisa in modo democratico dal consiglio comunale di Genova attraverso una delibera: nessuna imposizione politica, nessuna scelta autocratica. Ma i compagni sono soliti intendere a modo loro la democrazia: e così, alla faccia della libertà, i partigiani continuano a far pressione affinché «il Comune sospenda la cerimonia e cerchi una nuova e più adeguata collocazione alla targa di Quattrocchi».
La vicenda, oltre che grave in sé per l' offesa alla memoria di un uomo cui si dovrebbe solo rendere onore, è anche sintomatica della nuova egemonia ideologica che oggi la sinistra prova a esercitare: quella sulla toponomastica.
Per questa ragione in una città come Roma è tuttora impossibile dedicare una via al più grande esponente della destra italiana nel Dopoguerra, Giorgio Almirante.


Lenin e il Che - E per lo stesso motivo, mentre nella Capitale sono state rimosse le targhe intitolate a due scienziati fascisti, Donaggio e Zavattari, firmatari del Manifesto della Razza (di cui certo non sentiremo la mancanza), non si capisce perché non si faccia lo stesso nei confronti di leader comunisti come Lenin e Che Guevara, che hanno seminato morte e terrore e a cui sono dedicate strade in tutta Italia. È come se, ormai incapace di riempire le piazze, la sinistra provi a lasciare nelle piazze una propria traccia attraverso i nomi dello stradario. E insieme impedisca non solo alla destra, ma in generale a chi si sente fieramente un italiano, di ottenere un riconoscimento nella toponomastica. È la sinistra ridotta alla app di Google Maps: avendo perso la bussola e la retta via, e non sapendo più che strada prendere per arrivare alla meta, prova ad avere il pieno controllo sui nomi delle strade.
Peccato che in queste miserie ideologiche venga coinvolto anche il ricordo di un uomo come Quattrocchi che andò in guerra, combatté e ci rimise la pelle; e che ci insegnò come morire, mostrandoci che una vita spesso si riassume nel modo in cui finisce.
Lui lo fece con dignità e amor patrio, a testa alta. Quella Vita merita di essere celebrata almeno con una Via.

di Gianluca Veneziani  per www.liberoquotidiano.it