capture 081 13012020 191511Il soccorso del Carroccio porta a 71 le firme e rinvia tutto. Salvini: «Ma così votiamo prima»

S ei leghisti veri, cinque di complemento, cioè azzurri vicini a Matteo Salvini, più uno di Leu, che non guasta mai. E così, con l'aiutino decisivo del Carroccio, il quorum per chiedere un referendum sul taglio dei parlamentari e stato raggiunto.

Servivano 64 firme, i promotori le avevano raccolte, poi all'ultimo momento quattro senatori di Forza Italia, tendenza Mara Carfagna, e alcuni del Pd le avevano ritirate. Conta e riconta ne mancavano due: panico. Anche perché la raccolta popolare promossa dal radicali è stata un ridicolo disastro: occorrevano mezzo milione di adesioni, ne hanno messe insieme solo 669. Ma niente paura, ci ha pensato il Capitano che, già in pressing da qualche tempo, ha convinto una pattuglia di forzisti e, per blindare i numeri, ha messo in campo i fedelissimi. Ora le firme sono 71, però Salvini ha dovuto lasciare le sue impronte su un'iniziativa legittima, forse pure ragionevole, però alquanto impopolare. La spiegazione? Semplice: «Abbiamo dato un contributo - dice l'ex ministro dell'Interno - per avvicinare la data delle elezioni e mandare a casa questo governo di incapaci».

 

La questione è scivolosa. Infatti, come convincere i cittadini che mille parlamentari sono meglio di seicento? Come dimostrare che la sforbiciata, tanto voluta dai Cinque stelle, è più un'operazione di immagine che di vero risparmio? Tra l'altro la Lega quella riforma l'ha votata. I 5s l'hanno subito messo in mora: «Sovranisti da poltrona», attacca il viceministro allo Sviluppo Stefano Buffagni.

Francesco D'Uva si chiede «che cosa voterà Salvini, forse?». E Federico D'Incà, ministro per i rapporti con il Parlamento: «È curioso notare che a volere il referendum siano partiti che hanno approvato la legge. In situazioni normali sarebbe una contraddizione, per certa politica è consuetudine».

Allora, perché? La questione non si inquadra bene se non dentro il contesto generale, se non la si collega alla riforma elettorale di tipo proporzionale, alla tedesca e con uno sbarramento al cinque per cento e il diritto di tribuna, presentata proprio ieri dalla maggioranza, e se non la si mette in rapporto alla decisione che tra qualche giorno la Consulta dovrà prendere sull'ammissibilità di un altro referendum, stavolta in senso maggioritario, richiesto da Roberto Calderoli. E soprattutto, non si capisce la mossa di Salvini se non la si inserisce nella cronica instabilità dell'esecutivo Conte. Senza la consultazione popolare, questo il ragionamento del segretario del Carroccio, la legislatura durerebbe fino alla scadenza naturale, visto che al prossimo giro non ci sarà posto per tutti e gli attuali parlamentari farebbero carte false per allungare il brodo. In più, in caso di caduta del governo prima dello svolgimento del referendum, si aprirebbe una finestra per andare ancora alle urne con le vecchie regole e Salvini avrebbe diversi seggi da offrire nelle liste.

Il progetto della Lega ha però delle gravi controindicazioni. Se davvero si aprisse una crisi, magari dopo una possibile vittoria del centrodestra in Emilia-Romagna, non è detto che il Quirinale piloterebbe il Paese a nuove elezioni. Come si fa a chiedere agli italiani di votare per un Parlamento di mille persone, quando dopo pochi mesi sarà in vigore la legge che ne taglia in terzo? E potrebbe resistere cinque anni così delegittimato? Si fa strada quindi l'ipotesi che, dopo Conte, Mattarella metta in piedi un governo che arrivi almeno alla consultazione. E siccome vincerà il si, ecco che pure i posti promessi dal leader leghista sfumeranno.