capture 395 26032020 111235Il rischio che il Presidente della Bce debellò nell’estate del 2012 era la deflazione europea, Pil e prezzi negativi. La priorità era la crescita dell’Eurozona

Pubblichiamo un capitolo dell’ultimo libro del direttore Roberto Napoletano, “La grande Balla” appena uscito in libreria. Il capitolo è un omaggio all’allora presidente della Bce Mario Draghi nei giorni del suo addio all’Eurotower. La grandezza dell’operato di Draghi negli otto anni di mandato appare oggi di straordinaria attualità nel momento in cui la Bce si trova alle prese con una nuova terza grande crisi globale che appare addirittura superiore a quella del 2011.

Piccolo omaggio a un grande italiano. Mario Draghi. Ha firmato l’atto risolutore della grande crisi. Ha salvato in tempi di guerra l’euro e il lavoro possibile. Ha salvato l’Europa. Tre parole uscite dalla sua testa (“Whatever it take”, qualunque cosa serva) che sono lui: l’analisi empirica, l’intelligenza politica, il dono della sintesi. Quelle tre parole non sono nel testo consegnato dai ghostwriter, alla conferenza di Londra del 26 luglio 2012, nessuno dei colleghi banchieri centrali ne è informato. Esprimono il coraggio dell’uomo.

Rimediano all’errore fatale del suo predecessore, il francese Jean-Claude Trichet. Inchiodano la politica europea alle sue responsabilità e fanno di lui paradossalmente insieme il custode massimo dell’indipendenza monetaria e il tutore più rispettato della sovranità europea.

 

Quest’uomo educato, una capacità unica di concentrazione, ha attraversato gli anni della crisi più dura senza mai perdere la calma e consegna a una donna francese di potere, Christine Lagarde, l’eredità europea più pesante. Lo spartiacque della politica monetaria espansiva, l’uscita dell’Europa dalla dittatura del marco, la leadership non scalfita dalle opposizioni perché racchiude il primato congiunto della visione e della concretezza. Insomma: l’eredità di chi fa il suo e ricorda agli altri – politica, impresa, cittadini – di fare il loro.

Draghi oggi è la faccia riconosciuta dell’Europa nel mondo, il primo cui tutti pensano da una parte all’altra della terra se pensano al vecchio continente. Sono incarichi molto speciali che non si possono scrivere sui bigliettini da visita perché non c’è un ente che li attribuisce. Sono cose che succedono perché hai fatto qualcosa che resta ed è quel qualcosa che voglio qui raccontare, di seguito, pensando ai giorni in cui Draghi ha concluso i suoi otto anni di mandato. So di averlo fatto già altre volte, ma so anche che è utile ripeterlo perché la memoria è metà del futuro che sapremo regalarci.

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“Within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough.” (“Nei limiti del suo mandato, la BCE è pronta a fare qualunque cosa serva per preservare l’euro. E, credetemi, sarà abbastanza.”) È bastata questa frase per abbattere la speculazione, sconfiggere il rischio euro e, di riflesso, ridimensionare fortemente il rischio Italia. Il rischio che Draghi deve debellare nell’estate del 2012 è la deflazione europea, prodotto interno lordo e prezzi negativi, la priorità è fare risalire l’inflazione, irrobustire e diffondere la crescita europea.

Non è un caso che praticamente mai il presidente della BCE rinuncerà a chiedere agli stati sovrani di non mollare sulla strada delle riforme strutturali perché la convergenza tra le economie dell’eurozona è la base più solida su cui costruire gli stati uniti d’Europa ed è anche la garanzia più concreta che governanti avveduti possano dare ai loro paesi per evitare che l’aggiustamento della politica monetaria espansiva tra paesi creditori (Germania) e debitori (Italia e Spagna) avvenga a spese dei prezzi dei titoli sovrani e, di riflesso, della sua comunità di cittadini.

Due giorni prima del “Whatever it takes” di Draghi firmo un editoriale sul Sole 24 Ore, che all’epoca dirigevo, titolato Il dovere della BCE. Ne riproduco, di seguito, alcuni stralci perché aiutano a capire il contesto in cui è avvenuta questa scelta, le insidie e le opposizioni radicate, il coraggio necessario per superarle. Ecco:

Non si tratta di ripetere annunci di acquisti limitati di titoli di stato, ma molto più semplicemente di dire con chiarezza ai mercati che si interverrà esattamente per quanto serve. Se si troveranno la forza e il coraggio per farlo si spenderà meno e si salverà l’euro… facile a dirlo non a farlo… Si obietta: la Banca centrale europea non può attuare questo tipo di interventi, lo vieta la legge. La risposta è secca: non è così. A legittimarli sono precise ragioni di stabilità da tutelare all’interno dell’eurozona.

La BCE opera, è chiamata a operare, perché bisogna evitare i rischi terribili della deflazione legati al cataclisma dell’euro, occorre impedire che tutto si avvolga in una spirale recessiva e in un aggravarsi (non più recuperabile) delle posizioni debitorie riportando i tassi dei titoli pubblici spagnoli e italiani a un livello congruo. A nostro avviso, le leggi vanno lette e interpretate nelle condizioni e nei momenti in cui si è chiamati a decidere.

Nessuno potrà mai imputare a Mario Draghi e al consiglio della BCE di essere intervenuti per scongiurare il rischio più grave e avere fatto in modo che per una volta i mercati ci perdano e non ci guadagnino. Anche la Bundesbank dovrà farsene una ragione. Guai se si volesse fare pesare a chi guida la BCE, in questi frangenti, la sua italianità. Il credito personale di Mario Draghi e le esigenze ineludibili del momento impongono la responsabilità di decidere e garantiscono che si eserciti tale responsabilità libera da ogni tipo di condizionamento.

Il peso delle parole di Mario Draghi e la sua credibilità personale rappresentano insieme l’atto politico che ha salvato l’euro, liberato l’Europa dallo spettro della deflazione e rimesso in carreggiata l’Italia e la Spagna alle prese con la più grande crisi dal dopoguerra a oggi che ha presentato a noi un conto più pesante di quello di una terza guerra mondiale persa. Questa è la verità, e questo è il merito politico più grande, da statista, che va riconosciuto a Mario Draghi.

Colpisce che debba essere il banchiere centrale europeo a mettere la politica davanti alle sue responsabilità, usando con l’intelligenza necessaria in tempi di guerra lo strumento della politica monetaria, e a fare le scelte conseguenti. Schuman, Monnet, De Gasperi prima, Kohl e Mitterrand dopo, ai loro tempi, Ciampi e Prodi, non avrebbero esitato un solo minuto, ma questa è un’altra storia. Così come è motivo di orgoglio che sia stato un grande italiano a salvare l’Europa facendo esattamente il contrario del suo predecessore francese. Non sappiamo fare bene sistema e riusciamo ad autoflagellarci come pochi, ma senza questo grande italiano di quel sistema europeo oggi ci sarebbero solo macerie. L’Europa ha avuto il suo cavaliere bianco ed è il più americano degli economisti e dei banchieri europei.

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Abbiamo voluto rendere omaggio a Draghi e ai suoi otto anni di presidenza della Banca centrale europea con queste parole. Vogliamo ripeterle tornando con la mente al giorno in cui consegna, alla presenza di Mattarella, Merkel e Macron, il timone monetario a Christine Lagarde. Lo scambio avviene a livelli altissimi e, forse, l’eredità pesante di Draghi poteva essere raccolta solo da una figura sicuramente più politica ma altrettanto carismatica, come è quella di Christine Lagarde. C’è un solo (grande) rischio che abbiamo il dovere di segnalare oggi: scambiare la maggiore spesa pubblica che i paesi con maggiore spazio fiscale devono assolutamente attivare, a partire dalla Germania, con la loro richiesta di allentare la politica monetaria espansiva agendo sui tassi.

Tutte le scelte di Draghi sono partite sempre da un’analisi empirica della situazione. L’intelligenza politica, il dono della sintesi e il coraggio di agire nel momento giusto hanno sempre fatto il resto. A chi ha già preso a baloccare sui rischi della politica monetaria espansiva e si è opposto al ripristino del quantitative easing basterebbe ricordare quanti posti di lavoro questa scelta ha consentito di realizzare negli anni della grande crisi e le parole del governatore della Bundesbank Weidmann (“si contribuisce a dare la sicurezza del lavoro, per noi contano più i posti di lavoro che il risparmio dei ricchi”) riprodotte in precedenza. Il target del due per cento di inflazione è ineliminabile e deve rimanere un obiettivo da perseguire con tutti i mezzi. Questo raccomanda l’analisi empirica che, a sua volta, impone all’economia tedesca di usare tutti i margini per tornare a spendere. Se Lagarde volesse agire politicamente e dicesse al governo tedesco “tu torna a spendere, io elimino i tassi negativi” le cose si metterebbero davvero male. Se la situazione scappa di mano e l’inflazione fluttua pericolosamente il rischio della grande depressione degli anni trenta diventa reale. L’intelligenza politica senza l’analisi empirica può giocare brutti scherzi.

di  per www.quotidianodelsud.it