Benedetto XVI, che da pontefice ha difeso strenuamente l’istituzione papale e la struttura gerarchica della Chiesa romana, adesso con una inaudita picconata dischiude una “rivoluzione dei cento fiori” che potrebbe scardinare l’impianto storico della Chiesa cattolica.

Egli, infatti, in un libro - scritto insieme al cardinale curiale Robert Sarah (della Guinea, più volte schieratosi pubblicamente contro alcune iniziative di Francesco) e che esce domani a Parigi - sostiene di “non poter tacere” di fronte al danno irreparabile che, a suo dire, verrebbe alla Chiesa se fosse minata la legge del celibato per i preti della Chiesa latina. Questa uscita arriva mentre il pontefice regnante sta dando gli ultimi ritocchi alla sua esortazione apostolica sulle conclusioni del Sinodo per l’Amazzonia celebrato in ottobre a Roma. Quell’Assemblea, a maggioranza di oltre due terzi (128 sì, 40 no) proponeva a Bergoglio di ammettere la possibilità che diaconi sposati fossero ordinati preti, almeno in comunità disperse nelle foreste dell’immensa regione che vedono il sacerdote magari una volta l’anno. Sarebbe una “eccezione” limitata, ma è naturale che anche altri episcopati, pur in altri contesti sociali ed ecclesiali, dall’Africa alla Mitteleuropa, invocherebbero poi la stessa “possibilità”.



Proprio per questo Ratzinger (classe 1927) esce adesso, ben sapendo che il suo pubblico dissenso - per quanto coperto da mielate parole di sapore curiale - avrebbe messo Francesco in una situazione imbarazzante: smentire il suo predecessore, oppure accogliere il suo “no”, in tal modo smentendo il Sinodo?

Non ci addentriamo nel problema del celibato obbligatorio per i presbìteri latini (ma alcune Chiese cattoliche orientali hanno il clero uxorato: sono forse di “serie B”?); rileviamo solo che la difesa ad oltranza di una legge ecclesiastica, nata nella storia per ragioni contingenti, epperò mai imposta da Gesù, comporta in Amazzonia, e altrove, l’estinzione di comunità cristiane, che non possono vivere con una messa all’anno.

Se l’ex pontefice - che si attirò meritate lodi quando, nel 2013, sostenendo di non aver più le forze fisiche per fare il papa, si dimise - rivendica il diritto-dovere di opporsi, su un tema cruciale, al suo successore, questo “esempio” deve valere per tutti i vescovi emeriti, i quali sono ora implicitamente invitati da Ratzinger a fare come lui. Assisteremo dunque ad un fiorire di critiche pubbliche dei vescovi emeriti contro i loro successori? A Trento monsignor Bressan contro Tisi? A Milano il cardinale Scola contro Delpini? A Lima il cardinale Juan Luis Cipriani contro il suo successore? Se così fosse, ne nascerebbe un caos esiziale per la Chiesa cattolica. È sbalorditivo che il papa bavarese emerito non abbia valutato una tale, e ovvia, conseguenza. Proprio lui che ha dedicato l’intera vita alla difesa della istituzione ecclesiastica, ecco che ora con un gesto improvvido la avvia, per quanto può, al dissolvimento.

Dicevano gli antichi: «Dio acceca colui che vuole rovinare».

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