| CRONACA - Cronaca Italiana |
La storia del nostro Paese insegna a non dare nulla per scontato. Con il passare del tempo emergono scenari sommersi di pagine storiche spesso frettolosamente archiviate. Il biennio 1992-1993, gli anni delle stragi di mafia, sembra possedere i requisiti per rimpinguare questa casistica. Dichiarazioni e fatti emersi negli ultimi anni stanno facendo venire a galla una possibile verità nascosta. La “Seconda Repubblica” potrebbe essere figlia di una trattativa: un presunto patto tra “pezzi” dello Stato e quella che il mondo conosce come mafia o Cosa nostra.
DUE ANNI CHE CAMBIANO L’ITALIA. Nel gennaio del 1992 la Cassazione conferma le condanne inflitte ai mafiosi in quello che è passato alla storia come il “maxiprocesso”. Cosa nostra, rassicurata dai propri referenti politici, attendeva l’annullamento di quella sentenza. La reazione è rabbiosa. Salvatore Lima, parlamentare della Dc, viene ucciso il 12 marzo 1992. Il 23 maggio Giovanni Falcone, la moglie, gli uomini della scorta vengono trucidati da una bomba sull’autostrada posizionata nei pressi dello svincolo di Capaci. Il 19 luglio viene ucciso Paolo Borsellino che, assieme a Falcone, aveva istruito nel 1984 il “maxiprocesso”. In quei mesi un pool di magistrati di Milano, mediante l’inchiesta “Mani Pulite”, scopre un fiume di tangenti pagate da centinaia di imprenditori e intascate dai politici. Diciotto mesi dopo i partiti che hanno guidato il Paese per mezzo secolo sono già storia. E con essi anche i vecchi referenti politici della cupola mafiosa. Intanto il 15 gennaio 1993 viene arrestato Salvatore Riina, capo indiscusso di Cosa nostra da più di un decennio. La cattura non ferma la mafia che, retta ora da Bernardo Provenzano, inizia a seminare bombe sulla Penisola. Nell’estate di quell’anno ecco gli attentati a Firenze, Roma e Milano. Alcuni pentiti riveleranno come sul finire del 1993 fosse in programma un’ultima carneficina allo stadio Olimpico di Roma. Ma i vertici della Cupola fermano gli esecutori. Inizia una lunga “pax mafiosa”. Perchè? Se, come avrebbe detto lo stesso Riina, le stragi sono iniziate per un motivo preciso (“fare la guerra per fare la pace”) qual è la ragione che ha indotto Cosa Nostra a smettere?
IL PROCESSO AL GENERALE MORI. Di trattiva si inizia parlare dopo la cattura di Giovanni Brusca, esecutore materiale della strage di Capaci, nel 1996. Brusca afferma che due ufficiali del Ros dei Carabinieri, Mario Mori e Giuseppe De Donno, dopo l’omicidio di Falcone andarono a “trattare” con Vito Ciancimino. Don Vito è l’ex sindaco di Palermo, uomo della Dc siciliana negli anni Settanta e Ottanta, vicino al boss Provenzano. Mori, ex capo del Sisde oggi consulente del sindaco di Roma, è attualmente imputato a Palermo per favoreggiamento alla mafia a causa della mancata cattura di Provenzano. Il 31 ottobre 1995 il Ros ha la possibilità di arrestare il boss. Un confidente dei Carabinieri sotto copertura, Luigi Ilardo, svela che “Binnu” si nasconde in un casolare in provincia di Palermo. Ilardo riesce anche a organizzare un incontro con Provenzano. Mori, allora capo operativo del Ros, decide di non catturare Provenzano, ma di far pedinare il confidente e catturare il boss in un secondo momento. Persa quella chanche però, Provenzano non ne concederà un’altra. A pagare è Luigi Ilardo. Il confidente viene ucciso il 2 maggio 1996, il giorno prima di entrare nel programma di protezione per i pentiti. La collaborazione di Ilardo era segreta, ma Cosa nostra ne viene comunque a conoscenza e Ilardo viene messo a tacere.
IL “PAPELLO”. La trattativa torna d’attualità nel 2009. Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, inizia a raccontare ai giudici di Caltanisetta gli affari del padre e soprattutto parla di carte custodite nelle banche di mezza Europa. Tra queste il cosiddetto “papello di Riina”, una serie di richieste che la mafia voleva vedere accolte dallo Stato in cambio della fine della strategia stragista. Ciancimino jr. nelle sue dichiarazioni tira in ballo anche il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ai tempi ancora "solo" un imprenditore, e il suo braccio destro,Marcello Dell'Utri, condannato nel 2004, in primo grado, a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Una copia del “papello” è stata consegnata qualche mese fa da Ciancimino ai magistrati che indagano sulle stragi. Queste le principali richieste di Riina contenute nel papello: la modifica della legge sui pentiti, la fine del 41bis,(il carcere duro per mafiosi e terroristi), la chiusura delle supercarceri, l’abolizione dell’ergastolo, la revisione del maxiprocesso e la modifica della legge sulla confisca dei beni.
TRA FALCONE E BORSELLINO, SCENARIO DI UNA TRATTATIVA. E’ subito dopo Capaci che si aprirebbe la trattativa. Mori e De Donno vanno da Ciancimino, allora agli arresti domiciliari a Roma. I carabinieri diranno di aver voluto attivare quel canale nella speranza di avere un aiuto dall’ex sindaco per arrestare dei latitanti e fermare in qualche modo le stragi. Sostengono soprattutto di aver agito di propria iniziativa senza nessuna copertura istituzionale e/o politica. Sarebbe in questa circostanza che Ciancimino consegna al Ros il “papello”. Riina crede che lo Stato sia pronto a scendere a patti e decide di alzare la posta: continuare la strategia stragista e presentare un conto più salato allo Stato per un nuovo patto con nuovi referenti politici. Viene così ucciso anche Paolo Borsellino. Il magistrato sarebbe stato informato degli incontri tra Mori e Ciancimino, ma non è certo che sapesse della trattativa. In ogni caso, vista la sua naturale contrarietà a trattare con chi aveva appena ucciso Falcone, viene visto da Cosa nostra come un ostacolo.
LA CASSAFORTE DEL COVO DI RIINA. Eliminato Borsellino, la mafia pianifica gli attentati del 1993. Ma il 15 gennaio Riina viene catturato a Palermo. Accade però un fatto strano: il Ros garantisce alla Procura la sorveglianza giorno e notte della casa in cui Riina trascorreva la latitanza. Secondo il Ros è una buona occasione per catturare altri mafiosi. Ma i Carabinieri, guidati da Mori, inspiegabilmente abbandonano il covo. A perquisirlo è invece Cosa nostra, capeggiata ora da Provenzano. Quando due settimane dopo tornano i Carabinieri questi non trovano niente. Numerosi pentiti affermano che Riina aveva una cassaforte nella quale conservava i documenti più scottanti, tra cui probabilmente una copia del “papello”. Nonostante Mori venga processato e assolto per questa vicenda (perchè “il fatto non costituisce reato”) la domanda sorge spontea: è possibile che Provenzano abbia “venduto” Riina e in cambio abbia fatto sparire le prove della trattativa? Sospetti che si acuiscono prendendo in considerazione quello che accade due anni dopo con la mancata cattura di Provenzano. Negli anni delle stragi lo Stato era compatto nel combattere la mafia?
LA MAFIA HA OTTENUTO QUALCOSA? Se si va a scorrere l'elenco dei provvedimenti emessi dal Parlamento negli ultimi 15 anni si nota che, casualmente o meno, qualcosa Cosa Nostra ha ottenuto. Nel 1997 il governo di centrosinistra (guidato da Romano Prodi) chiude le carceri di Pianosa e dell'Asinara, che costringevano i boss al più completo isolamento. Nel 1998 la Camera approvò un disegno di legge per abolire l'ergastolo., ma la legge non fu mai approvata dal Senato, diventando lettera morta. Sempre il centrosinistra (governo Amato, 2001) modifica la legge sui pentiti, la quale prevede che il collaboratore di giustizia ha un tempo massimo di sei mesi per dire tutto quello che sa. E il tempo inizia a decorrere dal momento in cui il pentito dichiara la sua disponibilità a collaborare. Una legge contestata da molti magistrati antimafia.
Nel 2002 il governo Berlusconi modifica il 41bis. Il regime di carcere duro non viene più prorogato di sei mesi in sei mesi, ma diventa permanente. Secondo alcuni è un inasprimento del regime carcerario. Secondo altri è un regalo ai boss perchè "quando un provvedimento viene rinnovato di sei mesi in sei mesi i tempi burocratici necessari per il mafioso recluso per chiedere la revoca dell'isolamento, sono talmente lunghi che di solito la risposta alla domanda non arriva in tempo, e quando arriva la risposta, c'è già stato un nuovo provvedimento semestrale, contro il quale si deve di nuovo ricorrere". Invece con la nuova legge diversi boss sono riusciti a farsi revocare il 41 bis. Nel 2009 il governo Berlusconi presenta un emendamento sulla vendita dei beni immobili confiscati alla mafia. Secondo Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, con l'emendamento "viene di fatto tradito l'impegno assunto con il milione di cittadini che nel 1996 firmarono la proposta per la legge sull'uso sociale dei beni confiscati alla mafia e la loro restituzione alla collettività". Secondo Libera e i magistrati antimafia, grazie all'enorme liquidità a disposizione, e al facile uso di prestanome per l'acquisto, le mafie tornerebbero presto in possesso degli immobili confiscati.
CLAUDIO FORLEO
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