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CRONACA - Cronaca Italiana

Amato oppure odiato. Spesso invidiato. La carriera di Michele Santoro corre su due binari paralleli. Il giornalista di Salerno non è un tipo da che suscita sentimenti da via di mezzo. Difficilmente per strada troverai qualcuno che ti dica: “Santoro? Mi è indifferente”. Odiato dall’uomo più potente d’Italia, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, odiato da quella destra che si riconosce nel premier. Sopportato dalla destra che si riconosce in Fini. Disprezzato dalla Lega. Detestato dalla sinistra dalemiana. Accettato con il mal di stomaco da qualche altro pezzo di sinistra. Rispettato, ma non sempre, dai sostenitori di Di Pietro. Amato da chi non si riconosce nella politica di destra o di sinistra (e a giudicare dall’astensionismo sono tanti).

LE ACCUSE. “Fazioso”, “Intollerante”, “di sinistra”, “giustizialista”, “predicatore”, filo-questo e filo-quello. Santoro viene etichettato da sempre. Da colleghi che non fanno il suo tipo di giornalismo (vale a dire non fanno i giornalisti, ma più semplicemente gli addetti stampa di questa o quella parte politica). Ma chi gli punta il dito contro non si ferma a pensare ad un’equazione tanto semplice quanto immediata: Santoro ha subito critiche da ogni partito, da ogni versante. Da destra quanto da sinistra. Da colleghi e da intellettuali o pseudo tali. Quindi? Michele Santoro è un giornalista. Vede, trova, cattura una notizia e la manda in onda. La spiega al pubblico come l’ha intesa. Non ha la verità in tasca e commette errori. Ma non compie errori per conto di Tizio o di Caio. Santoro è un giornalista. E svolge la sua professione come la svolgono i giornalisti, quelli veri: liberamente. Non ha padroni da soddisfare, non ha referenti politici a cui strizzare l’occhio. Se tutti ti attaccano significa questo. Ma l’Italia dal pensiero debole, delle coscienze sonnecchianti e dalla memoria corta, questa semplice equazione fa finta di non comprenderla. Perchè è molto più semplice dire che sono “tutti uguali”.

“ESSERE PERSEGUITATI PAGA”. Santoro è quello di Samarcanda, andato in onda con su Raitre dal 1987 al 1992. Grandi ascolti, grandi inchieste, grandi polemiche. A differenza di quello che sostiene Bruno Vespa, il giornalista campano non deve la sua fortuna a nessun “editto bulgaro”, a nessuna “epurazione” voluta da Berlusconi. A differenza di quello che sostiene Bruno Vespa “essere perseguitati” non paga, perchè Santoro dal 2002 al 2005 non ha lavorato. E fa sorridere che certe accuse vengano dallo stesso Bruno Vespa che pubblica per la Mondadori (di Berlusconi) e alla presentazioni dei suoi libri può spesso vantare di avere come “relatore” il suo editore nonchè presidente del Consiglio. Fa sorridere che lo dica uno che prende il triplo di Santoro facendo metà dei suoi ascolti. Fa sorridere che lo dica il più filogovernativo dei giornalisti, che domina la seconda serata della principale rete del servizio pubblico dal 1996. Mai una critica dai potenti a Vespa e viceversa. Ma se è vero che il giornalismo è “il cane da guardia del potere”, forse c’è qualcosa che Vespa non ha capito della sua professione. E per questo attacca Santoro. C’è una splendida frase tratta dal film “Fortapàsc” di Marco Risi, sulla vita di Giancarlo Siani, cronista del Mattino ucciso dalla camorra nel 1985: “Giancà, ci sono giornalisti – giornalisti e giornalisti – impiegati”. Chi è Vespa? Chi è Santoro?

“HA LAVORATO PER BERLUSCONI”. Il conduttore di Annozero viene anche accusato di ipocrisia. “Ma come? Hai lavorato per Berlusconi, hai preso i soldi da Berlusconi e ora lo attacchi?”. Moby Dick è andato in onda sulle allora reti Fininvest dal 1996 al 1999. Sorpresa, sorpresa? Mica tanto. Al tempo governava il centrosinistra, ma “stranamente” il “fazioso” Santoro non trova posto in Rai. Mistero. Berlusconi, che conosce benissimo la capacità di fare ascolti delle trasmissioni di Santoro, lo chiama. E Santoro che fa? Nel 1999 invita Dell’Utri, il braccio destro del premier, a parlare dei suoi presunti (?) rapporti con Cosa Nostra. E’ la puntata del celebre lapsus dell’allora senatore che disse: “Quindi è chiaro che io, purtroppo, essendo mafioso, cioè, essendo siciliano....”.

“NON ACCETTA IL CONTRADDITTORIO”. Ma cos’è il contraddittorio? Se la persona X mostra documenti, cita sentenze, insomma dimostra che Tizio è un corruttore, il contradditorio consiste nel fatto che la persona Y dica semplicemente “non è vero”? Ovviamente no. Un giornalista-giornalista ha il dovere di fare a dire Y ciò che gli pare ma se Y dice fesserie il giornalista-giornalista ha il dovere deontologico di dire che Y dice fesserie. Un giornalista impiegato si limiterà a far parlare X e Y e ad andare oltre. Senza far capire nulla al telespettatore o al lettore.

“UNA BUONUSCITA SCANDALOSA”. Ricapitoliamo. Santoro nel 2002 viene sbattuto fuori dalla Rai su richiesta di Berlusconi, capo del governo. Santoro non lavora per tre anni. Fa l’errore di candidarsi alle Europee del 2005 in una lista che appoggia la sinistra, nella quale peraltro viene eletto con una valanga di voti. Torna in tv nell’autunno 2006. Il governo di centrosinistra dice che se Santoro lavora è merito suo. Nulla di più falso. Santoro lavora perchè ha fatto causa alla Rai e il tribunale del Lavoro gli ha dato ragione. Santoro ha potuto mandare in onda quattro edizioni di Annozero perchè protetto da una sentenza. La Rai cosa fa? Ricorre in appello e perde nuovamente. Annozero fa cinque milioni di spettatori in media, più di quanto Raidue si possa sognare. Gli inserzionisti pubblicitari fanno a gara per inserire i loro spot durante la trasmissione. La Rai fa bei soldi. Ma la Rai, azienda in crisi economica con un buco di bilancio da far spavento, fa di tutto per mandare a casa Santoro. Ricorre contro la già citata sentenza, usa la commissione parlamentare di vigilanza per redarguire Santoro di non si sa quale violazione. Ci pensa anche l’Agcom (i cui membri vengono scelti dai partiti) a provare a mettere i bastoni fra le ruote. L’inchiesta di Trani scopre il vaso di Pandora. Svela le trame sotteranee del direttore generale della Rai Masi, del commissario dell’Agcom Innocenzi e del premier Silvio Berlusconi per poter mettere la museruola ad Annozero. Prima di ogni puntata, che si parli di corruzione, di mafia, di preti pedofili o di malaffare in generale, la redazione della trasmissione riceve diffide dalla propria azienda, riceve minacce più o meno velate da destra e sinistra, a seconda se si parla di un argomento scomodo per la destra o per la sinistra. Il direttore di Raidue, Massimo Liofredi, durante una conferenza stampa dice chiaro e tondo: “Fosse per me Annozero non andrebbe in onda”.

Poi arrivano le regionali di marzo e un radicale (al momento i radicali stanno con la sinistra) si inventa un regolamento che ottiene il suo scopo: non mandare in onda Annozero. Lo ammette persino Vespa che tutti i talk show vengono chiusi al solo scopo di non mandare in onda Santoro. Nel mondo occidentale e non sgranano gli occhi di fronte a tale sfregio della democrazia. Santoro organizza Rai per una Notte, in diretta su Internet dal Paladozza di Bologna. Il giorno dopo si rivela il più grande evento che il web italiano ricordi. Poi Annozero torna, le polemiche continuano. Santoro decide che non ce la fa più. Probabilmente il successo di Rai per una Notte lo convince che può fare il proprio mestiere anche senza subire un attacco a settimana. Fa una transazione con i vertici Rai e tratta per una buonuscita di cui ancora non si conoscono le cifre esatte (si è parlato di 17 milioni, ma probabilmente sono meno). Nessuno evidenzia che Santoro aveva un contratto di 6 anni e che se fosse rimasto avrebbe ricevuto più soldi ancora (ma sempre un terzo di Vespa). La “buonuscita milionaria” provoca polemiche da destra e sinistra, come al solito. Ma come spiega Marco Travaglio, nell’editoriale sul Fatto di oggi: “... ti sei guadagnato onestamente lo stipendio con un programma libero a dispetto della destra e della sinistra, dando notizie vere e censurate dagli altri, portando prestigio e palate di milioni all’azienda che ti ha combattuto per quattro anni. Per i cantori del libero mercato all’italiana, un peccato imperdonabile: anziché chieder conto a un’azienda pubblica che si priva all’unanimità del suo prodotto di maggior successo, chiedono conto a te del tuo ‘affare’...”.

Roberto Saviano, a proposito del suo mestiere di letterato che racconta e del perchè lo fa, ha scritto: "Segnalare che si possa non essere santi o eroi, ma uomini diversi, con tutte le contraddizioni del caso, questo, invece, dà fastidio, mette paura, perché sarebbe come ammettere che si può cambiare anche senza dover compromettere la propria vita o dover raggiungere chissà quali gradi di perfezione o sacrificio. Che non si può essere, non si deve essere soltanto marci, soltanto disposti ad accettare il compromesso"

CLAUDIO FORLEO

 
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