| CRONACA - Cronaca Italiana |
La strage di Capaci diventa maggiorenne. Domani la politica si produrrà stancamente nella solita litania di parole vuote e moniti alla mafia che suonano falsi. Domani sentiremo parlare del simbolo, dell’ esempio, del coraggio, dell’eroe. Parole inutili pronunciate da chi con la legge sulle intercettazioni sta facendo un favore enorme alle mafie. Parole senza senso pronunciate da chi si appropria della lotta che alcuni magistrati portano avanti ogni giorno contro la criminalità organizzata. Parole ipocrite pronunciate da chi se si parla di colllusione fra mafia e politica inizia a tirare bombe a mano su pubblici ministeri e giudici. Parole fumose pronunciate da chi in questi anni non ha fatto altro che legiferare per rendere la lotta alla criminalità organizzata, già ardua di suo, un percorso ad ostacoli sempre nuov i e sempre più numerosi.
Forse domani sarebbe più giusto parlare di Giovanni Falcone, non di un santino saltato in aria il 23 maggio 1992 assieme alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, questi ultimi sempre dimenticati, come gli agenti della scorta di Aldo Moro o come quelli di Paolo Borsellino. In un Paese in cui chi fa il liceo non arriverà mai a studiare la storia dell’antimafia sarebbe fondamentale in giorni come quello di domani spiegare chi era Giovanni Falcone, cosa ha fatto, che cosa ha subito, perchè è stato ucciso. Solo allora il 23 maggio sarà una giornata davvero importante e non un teatrino pieno di politici e vuoto di significato.
GLI INIZI IN MAGISTRATURA. Falcone nasce il 18 maggio 1939 a Palermo, capitale e cuore pulsante di Cosa Nostra. Il giovane Falcone respira la mafia ogni giorno ma a quei tempi la magistatura e la società fanno a gara a prendersi beffe di chi osa parlare di criminalità organizzata. Il più delle volte viene definita un’invenzione giornalistica. Cosa Nostra ringrazia, fa affari, prospera e tesse quel filo con la politica che non ha mai abbandonato.
Nel 1964 Falcone vince il concorso per entrare in Magistratura. Per 12 anni è sostiuto procuratore a Trapani. Nel 1978 Cosa Nostra uccide il giudice Cesare Terranova che assieme a Pio La Torre aveva combattuto in prima linea e dal parlamento le collusioni politico-mafiose. Falcone entra nell’Ufficio Istruzione di Palermo sotto la guida di Rocco Chinnici. Quest’ultimo inizia a spargere i semi del “pool antimafia” seguendo l’esempio di lavoro che avevano portato altri magistrati a ottenere grandi successi contro il terrorismo. Assieme a lui Chinnici chiamerà a lavorare un certo Paolo Borsellino.
INDAGINI SUL TRAFFICO DI STUPEFACENTI. Nel 1980 Chinnici affida a Falcone il procedimento contro Rosario Spatola, un’indagine che coinvolgeva l’Italia e gli Stati Uniti. Capì quello che Pio La Torre ripeteva da qualche tempo. Per combattere Cosa Nostra bisognava seguire il denaro delle organizzazioni. Iniziò così un certosino lavoro sul traffico degli stupefacenti e sui pagamenti dei carichi, basandosi su indagini patrimoniali e bancarie. Sono anni difficili quelli perchè è in pieno svolgimento una sanguinosa guerra di mafia. I capi storici Stefano Bontade e Mimmo Teresi cedono il passo alla nuova guardia, i Corleonesi guidati da Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Ma sono anche gli anni degli omicidi eccellenti. Prima Carlo Alberto Dalla Chiesa, chiamato dalla politica a fare quello che aveva fatto contro il terrorismo ma senza i mezzi e i poteri necessari. Poi lo stesso Rocco Chinnici, fatto saltare in aria da Cosa Nostra nel luglio del 1983.
IL POOL ANTIMAFIA. A succedergli al vertice della Procura è Antonino Caponnetto che sviluppa l’idea del pool antimafia ancora in embrione. I concetti base sono due: 1)pochi magistrati si occuperanno esclusivamente del fenomeno mafioso 2)La circolazione e condivisione delle informazioni fra i magistrati, così da ridurre il rischio che grava sui singoli soggetti “distribuendolo” fra i componenti del pool. Oltre a Falcone ne fanno parte Giuseppe Di Lello, Paolo Borsellino e Leonardo Guarnotta (attualmente Presidente del Tribunale di Palermo).
Ha spiegato lo stesso Caponnetto in un’intervista rilasciata nel 1997: “Fu proprio la disponibilità di uno strumento agile ed affiatato quale il pool che ci consentì di utilizzare al meglio, a partire dal 1984, le dichiarazioni dei primi collaboratori di giustizia come Buscetta, Contorno, Sinagra ed altri . La composizione del nostro pool subì alcune variazioni nel corso degli anni 1986-1987, dapprima per la necessità di sostituire Paolo Borsellino (nel frattempo trasferito a Marsala come capo di quella Procura della Repubblica) ed in seguito per le accresciute esigenze di lavoro e per poter seguire con la necessaria cura gli sviluppi dell'istruttoria, racchiusa ormai in circa un milione di fogli processuali. Entrarono così a far parte del pool altri tre giudici istruttori, giovani e valenti: Ignazio De Francisci, Gioacchino Natoli e Giacomo Conte...”
IL MAXIPROCESSO A COSA NOSTRA. Il “pentimento” di Tommaso Buscetta (nel 1984), soprannominato il “boss dei due mondi” per la sua posizione di prestigio all’interno dell’organizzazione mafiosa nel ramo del traffico di stupefacenti, è un colpo fondamentale per il pool. Le inchieste avviate dalla Procura permettono l’istruzione del primo grande processo alla mafia che si concluderà in primo grado nel 1987 con 360 condanne per complessivi 2665 anni di carcere e undici milardi e mezzo di lire di multe da pagare. Fra le pene inflitte in contumacia, anche quelle a Riina e Provenzano. Le condanne diventeranno definitive nel gennaio del 1992.
INIZIA L’INFINITA STAGIONE DEI VELENI. Se la magistratura, e quindi lo Stato, ottengono una vittoria storica nei confronti della lotta al crimine organizzato, ecco che su Falcone iniziano ad addensarsi le prime nubi. Caponnetto deve lasciare la guida della procura per raggiunti limiti di età. Candidati alla successione sono Falcone e Antonino Meli. Logica vorrebbe che il posto andasse a Falcone, se non altro per il fatto di farne già parte e di conoscere perfettamente le indagini e il metodo investigativo. Ma Falcone inizia a diventare un personaggio “scomodo” anche all’interno della stessa magistratura che, fra invidie e accuse di eccessivo protagonismo, inizia a remargli contro. Il Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), organo deputato a scegliere il nuovo Procuratore capo vota in maggioranza a favore di Meli. Una decisione motivata seguendo il criterio valido ma in questo caso poco logico dell’anzianità di servizio. Sarebbe un intoppo da poco se nonchè Meli decide di smantellare l’oliato meccanismo del pool antimafia.
“FALCONE INIZIA A MORIRE QUELLA NOTTE”. Ricorda Caponnetto: “La fine del pool da me creato, venne - di fatto - anticipata dalla nuova e discutibile "filosofia di lavoro" introdotta, dopo il mio ritorno a Firenze nel marzo 1988, dal nuovo consigliere istruttore dr. Antonino Meli, nominato a tale incarico nel gennaio 1988 in virtù della sua anzianità di servizio, che lo fece inspiegabilmente preferire a Giovanni Falcone in una drammatica seduta notturna del Consiglio Superiore della Magistratura in cui una improvvisata maggioranza non tenne in alcun conto la specifica competenza professionale e l'indiscusso prestigio internazionale che facevano di Falcone il mio naturale, insostituibile successore. Quella notte, come ho scritto altre volte, Giovanni Falcone "cominciò a morire", anche per la violenta campagna di delegittimazione attuata contro di lui, con ritmo sempre crescente, da diversi organi di stampa. Voglio qui ricordare come di fronte agli aperti contrasti, divenuti via via insanabili, tra Falcone e il suo nuovo capo e di fronte alla paralisi che si era venuta a creare nel funzionamento del pool presso l'Ufficio Istruzione, Paolo Borsellino, con la sua consueta generosità, sentisse il bisogno di lanciare un grido d'allarme da Marsala, peraltro non recepito dal Consiglio Superiore della Magistratura, mentre Di Lello e Conte decidevano di dimettersi dall'incarico”.
“LA CALUNNIA SI DISTRUGGE DA SOLA”. Nel 1989 Falcone si trova a dover fronteggiare un nemico molto più subdolo, la calunnia. Alcune lettere indirizzate alla Procura di Palermo lo dipingono come un manovratore del pentito Totuccio Contorno, al fine di perseguire ingiustamente i Corleonesi, nemici storici del pentito. Alcune lettere erano scritte su carta intestata della Criminalpool. Falcone individua il calunniatore in un altro magistrato, Alberto di Pisa, oggi a capo di quella Procura che vide protagonista Paolo Borsellino. Falcone non risponderà mai in pubblico, non si difenderà dalle accuse. Il perchè lo confida alle persone che gli stanno più vicino: “La calunnia si distrugge da sola”.
Spiega Marco Travaglio in un articolo pubblicato sull’Unità nel luglio del 2008. “Questi (Alberto di Pisa, Nda) era infatti pm del pool Antimafia di Palermo e considerato, non soltanto da Falcone, l’autore delle lettere anonime del «corvo» nei mesi dei veleni a palazzo di giustizia. Lettere che accusavano Falcone e De Gennaro (al tempo investigatore poi Capo della Polizia, Nda) di manipolare i pentiti... Per quelle lettere Di Pisa fu processato a Caltanissetta: condannato in primo grado perché un’impronta rinvenuta sulle lettere del corvo corrispondeva in molti punti con la sua, comparata con una sua prelevata di nascosto dall’alto commissario Domenico Sica su una tazzina di caffè. In appello fu poi assolto perché quella prova fu giudicata inutilizzabile. Dunque, per la legge, Di Pisa è innocente. Se poi non siamo contenti potremmo rileggere le terribili accuse lanciate da Di Pisa a Falcone nell’audizione al Csm il 21 settembre 1989, quando fu chiamato a rispondere della sua fama di «anonimista» e di “corvo mettizizzanie”. Si riportano le sue stesse parole: «Disapprovo la gestione dei pentiti e i metodi d’indagine inopinatamente adottati nell’ambiente giudiziario palermitano (…), una certa concezione di intendere il ruolo del giudice e lo stravolgimento dei ruoli e delle competenze istituzionali (…), l’interferenza del giudice con la funzione dell’organo di polizia giudiziaria (…). Falcone prese contatti e impegni con le autorità americane a titolo non si sa bene come, concernenti provvedimenti di competenza della corte d’appello (….) Falcone si trasforma anche in ministro di Grazia e giustizia (…). Emerge la figura del giudice “planetario” che si occupa di tutto e di tutti, invade le competenze, ascolta i pentiti e non trasmette gli atti alla Procura (…), indaga al di là di quello che è il processo (…). Una gestione dei pentiti familiare e gravemente scorretta, per non usare aggettivi più pesanti (…). Falcone portava i cannoli a Buscetta e Contorno (…), un rapporto confidenziale, una logica distorta tra inquirente e mafioso (…) ».
IL FALLITO ATTENTATO ALL’ADDAURA. Nell’estate di quel terribile 1989, Falcone affita una villa per trascorrere le vacanze all’Addaura, in provincia di Palermo. Lì lo aspettano decine di candelotti di dinaminte pronti a ucciderlo. Secondo la ricostruzione ufficiale, l'esplosivo fu rinvenuto la mattina del 21 giugno, alle 7.30, dagli agenti di polizia addetti alla protezione personale del magistrato. Subito inizia a spargersi una voce: “Falcone quell’attentato se l’è fatto da solo”. La calunnia gira fra i magistrati e viene portata avanti dall’allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il quale attaccherà Falcone anche perchè, secondo lui, nasconderebbe delle carte sulle collusioni di alcuni mafiosi con politici di primissimo piano.
Recentemente Attilio Bolzoni su Repubblica ha pubblicato nuovi retroscena su quel fallito attentato. Secondo la ricostruzione del giornalista pare che i gruppi presenti quel giorno davanti alla villa di Falcone fossero due: da una parte a terra erano nascosti un commando di mafiosi insieme a uomini dei servizi segreti e sarebbero loro quelli che volevano morto Falcone e che avevano sistemato i candelotti di dinamite. In mare ci sarebbe stato un altro gruppo, su un canotto, per osservare quello che stava succedendo sulla scogliera , composto da due subacquei vestiti che tenevano d’occhio quello che succedeva e pare che questi due sommozzatori fossero lì per cercare di impedire che Falcone morisse. Questi due erano due poliziotti, Antonino Agostino ed Emanuele Piazza. Entrambi moriranno in circostanze mai chiarite, e a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, fra il 1989 e il 1990.
Ancora Travaglio: “Il caso dell'Addaura che pure ci sembra lontano e sepolto è in realtà concatenato con l’attentato, purtroppo poi riuscito a Capaci, con quello che è legato subito dopo alla trattativa, e cioè il delitto Borsellino, informato del fatto che Stato e mafia stavano trattando e quindi immediatamente eliminato e rimosso come un ostacolo sulla strada della trattativa, poi le stragi del 1993 che danno vita alla Seconda Repubblica...”
IL PADRE DELLE PROCURA NAZIONALE ANTIMAFIA. Falcone nel 1990 lascia la Procura di Palermo. Non condivide il metodo di lavoro di Pietro Giammanco, assunto nel frattempo al vertice della Procura e considerato vicino a Giulio Andreotti, poi prescritto per mafia . Gli scontri sono quotidiani e a Falcone spesso non viene detto tutto sulle indagini. Decide di accettare la proposta dell’allora Ministro della Giustizia Claudio Martelli di dirigere la sezione Affari penali al ministero. Una scelta ovviamente criticata e che da fiato a chi l’ha sempre descritto come un magistrato politicizzato. Falcone non se ne cura e dal suo ufficio prepara leggi che il Parlamento avrebbe successivamente approvato. Una su tutte quella che istituisce la Procura Nazionale Antimafia. Il ruolo di "Superprocuratore" avrebbe consentito di realizzare un potere di contrasto alle organizzazioni mafiose fino a quel momento non ancora immaginato. Naturalmente gli avversari di Falcone lo accusano di essersi costruito un posto ad hoc grazie alle sue “amicizie politiche”. Ill Csm si spaccò nuovamente sulla naturale nomina di Falcone e l’Anm (Associazione Nazionale Magistrati) indisse uno sciopero per protestare in tal senso.
Polemiche che andarono avanti per settimane. Falcone ottenne il suo posto il 22 maggio 1992. Ma il giorno dopo, mentre sta tornando a Palermo, Cosa Nostra lo uccide sull’autostrada nei pressi dello svincolo di Capaci.
“Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.» (Giovanni Falcone)
CLAUDIO FORLEO
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