| POLITICA - Politica Italiana |
Quasi 100 furti in tre anni: l'ultimo episodio, pochi giorni fa quando alla leghista Paola Gosis hanno rubato una collana da 3mila euro. L'assicurazione rimborsa solo se gli oggetti vengono sottratti in luoghi "paradossalmente" controllati.
Ladri. Sì, certo, ladri. La Camera dei deputati è infestata dai ladri. E non è una propaganda anticasta. Qui si parla di ladri veri, lesti come professionisti e, soprattutto, imprendibili. Agiscono prevalentemente nelle zone più frequentate, il Transatlantico, l’ala “fumoir”, il cortiletto, i divani dei corridoi, le toilette delle deputate, gli uffici delle commissioni. L’aula stessa non è più un luogo sicuro. Anche qui sono spariti iPad, agende e portafogli, ma poi niente denunce. “Non è mica facile – scuote la testa un deputato Pdl – fare i nomi di chi ti stava accanto quando ti è sparita la roba… e puoi rovinare delle amicizie antiche perché è sparito un iPad da 600 euro?”. Mica sempre, però. L’altro giorno la leghista Paola Gosis girava per la Camera come una pazza “perché non mi rimborserà neanche l’assicurazione e questo è uno scandalo!”.
È successo che prima della pausa natalizia – si era in tempi di regali, in effetti – la Gosis abbia lasciato “la mia borsa blu, quella con il logo della Camera che usiamo per mettere dentro fogli e scartoffie” su uno dei divani rossi del Transatlantico “perché era suonata la chiama e sono corsa dentro a votare”. Tornata alla borsa dopo qualche minuto, l’ha ritrovata con tutte le carte, meno un astuccio con dentro una collana “del valore di 3 mila euro”. Ecco, pensare che il Transatlantico, il corridoio cuore di una delle massime istituzioni del Paese, non sia “controllato”, né “assicurato”, fa ridere. Poi, però, si scorre l’elenco dei furti (30 nel 2009, 33 nel 2010 e 26 nel 2011, cui vanno aggiunti una decina di minor entità solo prima di Natale) e si capisce che qualche ragione ce l’ha chi parla di “ladri alla Camera come in una kasbah”. In effetti sparisce di tutto. I più gettonati sono gli iPad, seguiti dai portatili e dai cellulari. Seguono le penne di pregio, i classici portafogli, le agende telefoniche, qualche prezioso delle signore e quindi pellicce, borsette e un profluvio di cappotti di cachemire. Ultimo: un navigatore satellitare da barca, per ritrovare chissà quale rotta politica. I cappotti, si diceva. Per dire: l’hanno rubato anche a Paolo Bonaiuti, l’ex portavoce del governo Berlusconi, “era quello blu, ci tenevo un sacco, l’ho appoggiato su una sedia, poi sono uscito e dopo non c’era più”.
Anche a Gianfranco Rotondi è capitata la stessa sorte, “cappotto simile a Bonaiuti, ma con le chiavi di casa dentro”, fino al memorabile “colpo” inferto all’ex ulivista Elisa Pozza Tasca: il suo visone color crema, valore 8 mila euro, era stato mollemente adagiato su un divano dell’agenzia di viaggi interna, poi una telefonata improvvisa ha fatto distrarre la parlamentare e il visone è volato via. Insomma, ladri veri, mica dilettanti. E nessuno, fino a oggi, si è preoccupato di fare indagini? “E come no – tuona, seccato, Gabriele Albonetti, questore piddino di lunga militanza – ma come si fa a controllare? Questo posto è peggio di un porto di mare, ogni giorno entrano 500 giornalisti accreditati, più di mille tra funzionari, commessi, altri impiegati, altrettanti collaboratori di parlamentari… è un mondo!”.
Di ladri potenziali, si potrebbe obiettare. Tanto che anche l’assicurazione, che è l’Assitalia, ha tirato un po’ i remi in barca. “Prima – racconta Albonetti – bastava la parola del parlamentare che denunciava un furto di un oggetto e si rimborsava sulla parola”. Poi – ma questo Albonetti non lo dice, ma si sa – qualcuno ne ha approfittato. “Abbiamo cambiato le norme – ritorna Albonetti – ora si rimborsa solo se il furto avviene in posti controllati, nel guardaroba, per intendersi, e sopra i 600 euro”. Gli iPad ci rientrano per un pelo, ma non la collana, sparita in Transatlantico, della Gosis. Che, infatti, ieri era incontenibile: “Questo è diventato un posto davvero incivile, pieno di ladri!”. Mica è la sola a pensarlo.
di Sara Nicoli da Il Fatto Quotidiano
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Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ne ha parlato nel suo primo discorso al convegno Assiom-Forex; il Sole 24 Ore gli ha dedicato un preoccupato speciale di più di quattro pagine nei giorni scorsi. Uno spettro si aggira per l’economia italiana. Il suo nome, credit crunch ("stretta del credito") è rimasto per lo più ignoto al grande pubblico fino a questa crisi, ma è una vecchia conoscenza degli economisti.
Il credit crunch è generalmente definito come una contrazione dell’offerta di credito indotta da una caduta della patrimonializzazione delle banche (“capital crunch”), da riduzioni nella liquidità del sistema bancario, o talvolta da una più marcata avversione al rischio delle banche nel concedere prestiti.
-Il credit crunch e la quantità di credito: cosa insegna la storia economica
Gli ultimi 20 anni forniscono lezioni importanti sulle conseguenze drammatiche che un credit crunch può avere sull’economia. In questi giorni si tende talvolta a delineare un parallelo tra il credit crunch che sta interessando l’economia italiana (a Dicembre 2011 un calo del 2.3% nei prestiti erogati alle imprese) e quello che ha investito gli Stati Uniti già a partire dal 2008.
Tuttavia non è questo probabilmente il parallelo più appropriato per comprendere le possibili conseguenze di un credit crunch nel nostro paese.
Gli Stati Uniti sono infatti caratterizzati da un sistema finanziario assai più variegato dell’Italia.
Anche se negli USA la crisi finanziaria ha interessato in maniera pervasiva vari segmenti del sistema finanziario, un’impresa USA che si veda negare un prestito dalla sua banca di fiducia ha generalmente accesso ad una gamma di modalità di finanziamento più ampia di quella di un’impresa italiana.
In Italia, il sistema industriale è caratterizzato da imprese in media più piccole che negli Stati Uniti e molte imprese contano quasi esclusivamente sulla propria banca locale o su quella della provincia vicina per ottenere finanziamenti.
Poche imprese italiane sono quotate in Borsa ed emissioni di obbligazioni societarie sono effettuate solo da imprese grandi. Inoltre la gamma di istituzioni finanziarie alternative alle banche è sensibilmente più limitata che negli USA.
Il parallelo più calzante con il credit crunch italiano è invece probabilmente rappresentato dal credit crunch che investì i paesi del Nord Europa durante la loro crisi finanziaria dei primi anni ’90. Anche in quel caso si trattava di sistemi finanziari fortemente “bancarizzati”, con limitate alternative per le piccole e medie imprese svedesi, finlandesi e norvegesi rispetto ai prestiti negati dalle banche locali.
Ebbene, gli effetti del credit crunch furono impressionanti. Alcuni studi empirici della Banca di Finlandia trovano ad esempio che in Finlandia il credit crunch causò una contrazione del volume di investimento delle imprese tra il 10 e il 15% tra il 1990 e il 19931.
Paradossalmente, quello che è stato presentato all’inizio della crisi nel 2008 come un vantaggio del sistema finanziario italiano – il suo essere un sistema tradizionale, diceva Tremonti, tutto imperniato su banche focalizzate su attività standard e quindi assai diverso dal sistema finanziario americano caratterizzato da una miriade di istituzioni finanziarie non tradizionali – può rappresentare il suo svantaggio in questa fase di credit crunch.
-Il credit crunch e la qualità del credito
Un aspetto che spesso si tende a sottovalutare nel dibattito di questi giorni è che un credit crunch può avere effetti significativi non solo sulla quantità di credito erogato, ma anche sulla sua qualità.
Scrive il Sole 24 Ore sulla sua prima pagina di domenica 19 Febbraio: “Le imprese dovranno cercare nuovi mercati, modificare i paradigmi tecnologici, capitalizzarsi con mezzi propri, ma l’importante è che nel frattempo non continuino a trovarsi di fronte il muro del “rifiuto”. Questo auspicio è ampiamente condivisibile, ma il ragionamento potrebbe essere ribaltato: “Se si trovano di fronte al muro del rifiuto le imprese non potranno cercare nuovi mercati, modificare i paradigmi tecnologici, capitalizzarsi con mezzi propri.”
• Credit crunch e imprese dinamiche
Durante un credit crunch le banche tendono sovente a penalizzare imprese giovani e innovative (specie le start-up), cioè quelle imprese che sono meno conosciute alle banche e che non possono esibire una lunga storia creditizia. Questo tende a deprimere la produttività dell’economia.
Un team di economisti del Massachussets Institute of Technology e delle Università di Chicago e San Diego ha trovato evidenza che durante il credit crunch del Giappone durante gli anni ’90 le banche giapponesi in difficoltà canalizzarono i loro fondi verso imprese improduttive (“zombi”) a discapito di imprese produttive e dinamiche a loro meno note2.
Ad esempio, nel settore dei servizi e dell’edilizia la decisione delle banche giapponesi di finanziarie imprese improduttive comportò una caduta del tasso di investimento dell’11% e una caduta del tasso di crescita dell’occupazione tra il 4% e il 5% per le imprese più produttive.
• Credit crunch, export e internazionalizzazione delle imprese
Durante un credit crunch, le banche tendono a penalizzare progetti e attività che comportano elevati costi fissi e lunghi periodi di gestazione. Oltre ai progetti innovativi, come si diceva, questi includono spesso gli investimenti finalizzati all’export e più in generale all’internazionalizzazione delle imprese. Iniziare ad esportare implica spesso elevati costi fissi da sostenere nella fase iniziale e richiede quindi grosse infusioni di liquidità.
I primi a cadere sotto la scure del credit crunch sono dunque proprio gli imprenditori più interessati ad espandersi nei mercati esteri. Uno studio elaborato all’Università di Michigan State utilizza dati sulle imprese italiane raccolti dal gruppo bancario Capitalia e stima che un’impresa manufatturiera italiana razionata nel mercato del credito tende ad avere una probabilità di esportare del 40% inferiore rispetto ad un’impresa non razionata3.
Inoltre, per un’impresa italiana già esportatrice, il razionamento del credito induce una contrazione del volume di export superiore al 38%. Lo studio trova anche che un’impresa esportatrice razionata tenderà a penetrare in un numero minore di mercati esteri, abbandonando in particolare le sue ambizioni di operare in mercati lontani dall’Italia come l’Estremo Oriente o il Sud America, e riducendo così le sue potenzialità di espansione. E tutti questi effetti risultano ancora più forti nei settori high-tech , cioè quelli in cui il nostro paese già arranca di più a livello internazionale.
Talvolta in questi giorni si sente affermare che le imprese italiane più internazionalizzate potrebbero comunque riuscire a reperire fondi presso istituzioni finanziarie dei paesi verso cui esportano o in cui operano. Tuttavia questo può essere di aiuto molto limitato nel credit crunch italiano.
I principali mercati dell’export delle imprese italiane continuano ad essere i mercati UE, anch’essi sotto la morsa del credit crunch data la dimenzione europea della crisi. Inoltre, le modalità di internazionalizzazione delle imprese italiane sono spesso ancora legate più ad export tradizionale che a joint ventures o ad investimenti diretti. E’ soprattuto quando le imprese entrano in maniera più strutturale in mercati esteri che riescono ad entrare in contatto stabile con finanziatori esteri.
• Credit crunch ed efficienza allocativa
Un credit crunch significa ridotta capacità dell’economia di riallocare le sue risorse verso le imprese più efficienti. Aubhik Khan e Julia Thomas dell’Università di Ohio State e Benjamin Moll dell’Università di Princeton hanno recentemente sviluppato analisi quantitative che mostrano come vincoli di credito più stringenti ostacolano fortemente il processo di riallocazione del capitale fisico (macchinari, impianti, strutture, attrezzature ecc.) da imprese inefficienti a imprese più efficienti.4
Questi studi suggeriscono che attraverso questo canale un credit crunch può fortemente deprimere la produttività dell’economia (notoriamente l’Italia già presenta un tasso di crescita della produttività modesto).
Un credit crunch può anche incidere fortemente sull’allocazione delle risorse tra settori. Alcuni settori sono più penalizzati di altri e questo può a sua volta trasformarsi in un meccanismo di amplificazione del credit crunch stesso. Ad esempio, la contrazione dell’offerta di credito può avere effetti fortemente depressivi sulle erogazioni di mutui, riducendo così la domanda di case. Gli economisti sottolineano come a sua volta ciò possa indurre una contrazione dei prezzi delle case, esacerbando ulteriormente il credit crunch.5
-Ripartire dalle parole di Visco
In conclusione, il credit crunch non è solo un problema per il volume complessivo del credito ma anche e soprattutto per la qualità e l’allocazione del credito scarso. E’ quindi particolarmente appropriato il monito del governatore Visco che in questa fase “le banche devono svolgere bene la loro funzione di allocazione del credito […] con acuita capacità selettiva.” La caduta dei prestiti osservata è in un certo senso solo l’aspetto più appariscente.
A rimanere vittima del credit crunch possono essere proprio quei motori (imprese innovative, efficienti, dinamiche, esportatrici) a cui l’economia italiana guarda con speranza per uscire dalla crisi e rilanciare la sua crescita.
___________________________ di Raoul Minetti su italiafutura.it
1 Thomas Saarenheimo, 1995, Credit Crunch Caused Investment Slump? An Empirical Analysis Using Finnish Data,
2 Caballero, Ricardo J., Takeo Hoshi, and Anil K. Kashyap, 2008, Zombie Lending and Depressed Restructuring in Japan, «American Economic Review» 98(5), 1943–77.
3 Minetti, Raoul e Susan Chun Zhu, 2011, Credit Constraints and Firm Export: Microeconomic Evidence from Italy, «Journal of International Economics» 83(2), 109-125.
4 Khan, Aubhik e Julia K. Thomas, 2011, Credit Shocks and Aggregate Fluctuations in an Economy with Production Heterogeneity, manoscritto, Ohio State University.
Moll, Benjamin, 2011, Productivity Losses from Financial Frictions: Can Self-financing Undo Capital Misallocation?, manoscritto, Princeton University.
5 Kiyotaki, Nobuhiro e John Moore, 1997, Credit Cycles, «Journal of Political Economy» 105(2), 211-48.
Professore di economia presso la Michigan State University. Ha collaborato anche con altre istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, la Federal Reserve degli Stati Uniti e l'Istituto Einaudi per l'Economia e la Finanza.
Che fine hanno fatto i candidati del maxi concorso del Comune di Roma? Quasi 2.000 i posti di lavoro messi a concorso dal Comune capitolino, 300 mila le richieste di partecipazione ricevute, 719 i concorrenti attesi ieri (21 febbraio) per i primi 8 incarichi ma, al Palalottomatica, si sono presentati solo in 90. Che fine hanno fatto gli altri? Convinti da Monti si sono tirati indietro ritenendo “noioso” il posto fisso? Difficile. Sfiduciati non si sono presentati?Possibile. Ma sfiduciati di cosa? Fortunati che hanno trovato un lavoro nei due anni passati tra il bando e il concorso? Auspicabile ma improbabile. Il dubbio rimane, la certezza è che il “Concorsone” che una volta scoppiava di salute non si sente tanto bene, neanche lui…
La scena che si è vista ieri al Palalottomatica di Roma era a dire il vero molto suggestiva, come testimoniano le foto: un’aula immensa, costellata di centinaia di banchetti bianchi, singoli, ognuno con la sua seggiolina e quasi tutti rigorosamente vuoti. Il rapporto tra candidati teorici e quanti si sono realmente presentati è stato infatti di circa uno a dieci, 719 i primi, 90 i secondi. E l’effetto vuoto all’interno della struttura era ancora più accentuato se si considera che i 90 erano poi divisi in due prove diverse. La prima, al mattino, assegnava tre posti da esperto di merceologia delle derrate agroalimentari, 58 concorrenti. La seconda, dopo pranzo, per 5 posti da esperti di gestione delle entrate, 32 aspiranti.
E gli altri 600 e passa che si erano iscritti? Ipotesi rosea quella che ha formulato l’assessore capitolino al personale Enrico Cavallari: “Credo che in parecchi degli iscritti abbiano già trovato lavoro, credo sia normale per qualifiche così alte”. Meno ottimista invece Amedeo Formaggi, della Fp Cgil: “molti sono stati scoraggiati dal rischio che il concorso vada a monte a causa del ricorso presentato dalla Selexi e Cnipec, la ditta che è arrivata seconda nella gara per lo svolgimento delle preselezioni”. Ma c’è anche dell’altro, come testimonia una ragazza che ieri si è presentata: anche quando i concorsi si vincono, non si viene poi sempre chiamati. Chiara, questo il nome della ragazza, ha raccontato al Corriere: “Ne ho già vinti altri, ma non chiamano mai”.
Così tra chi, forse, ha trovato un lavoro, chi è stufo di provare per poi non vedersi chiamare e chi, sapendo come vanno le cose, ha preferito tergiversare in attesa dell’esito del ricorso, ieri al Palalottomatica, quasi il 90% dei candidati non si è presentato. Con grande delusione soprattutto dei “porchettari” che fuori dai cancelli aspettavano una ressa da sfamare.
Questa era solo la prima tranche del “concorsone”, ci sono ancora oltre 1900 posti da assegnare. Cosa ne sarà dell’esercito dei 300mila che si erano iscritti? Continueranno le defezioni la scarsa partecipazione di ieri spronerà i prossimi a presentarsi più numerosi contando su una concorrenza meno dura? I “porchettari” aspettano ansiosi di scoprirlo. A dubbio si aggiunge dubbio, stavolta più fosco delle ipotesi prospettate fin qui. Erano, sono messi a concorso posti da esperti controllo gestione, esperti informatici oltre che da geologi e architetti. E se il nostri sistema della formazione, le nostre scuole e università, sfornassero poca preparazione “tecnica”, se la domanda iniziale di iscrizione al concorso fosse stata fatta dai più come atto dovuto e meccanico dietro il quale gli stessi aspiranti sapevano non esserci adeguata competenza da esibire? (da blitzquotidiano.it)
Dal governo parere positivo all'emendamento che depotenzia l'Autorità sui trasporti trasferendo a sindaci e presidenti di Regione la facoltà di aumentare il numero di auto bianche. Le associazioni: "Vincono le lobby"
Giacalone: Provano a rimangiarsi quella norma, ma se il governo non cambia il salva-Italia rischiano di pagare tutti. Ci sono gli estremi per una class action contro la pretesa del canone speciale Rai. Questione niente affatto superata dalla retromarcia di ieri, che, anzi, rende ancor più grottesca la situazione. Se lo spirito delle liberalizzazioni avesse già attecchito dovremmo leggere gli annunci pubblicitari degli studi legali, tesi ad offrire il servizio a molti cittadini, indebitamente aggrediti da ingiunzioni minacciose e, soprattutto, fuori legge.
Mettiamo ordine fra gli schiamazzi. Accantono, ma solo per un momento, la soluzione più corretta: vendere la Rai e cancellare il balzello del secolo scorso. Restiamo (con dolore) dentro il sistema attuale: la pretesa del canone anche per terminali diversi dal televisore, come il computer, il tablet o lo smart phone non è nuova. Tutti gli indignati caduti dal pero prendano la collezione di Libero e facciano ammenda della sorpresa. Chi ora tira un sospiro di sollievo sbaglia. Aggiungo che tale pretesa non è affatto limitata, come qualcuno ha erroneamente scritto, alle sole aziende, ma riguarda anche le famiglie: non hai il televisore ma il computer? Devi pagare. Fino a ieri sostenevano che bastava il possesso di un sistema adattabile alla ricezione, ora vogliono i soldi solo se è stato effettivamente adattato. Peccato che tutti quei terminali sono già adattati.
Il fatto è che questa demenziale pretesa era destinata a restare lettera morta, ma le cose cambiano a causa di un errore commesso dall’attuale governo, che s’è fatto inserire, dalla lobby Rai, un articolo 17 nel decreto “Salva Italia”. Sicché ora si deve salvarla da quello, né il salvataggio può consistere nel mettersi d’accordo nell’ignorarlo, giacché questo è un misero trucco. Tale articolo dice che “le imprese e le società” devono inserire nella dichiarazione dei redditi il numero dell’abbonamento speciale. Madornale svarione, anche questo non corretto ieri, perché in quei luoghi il canone non è dovuto neanche se c’è un televisore, figuriamoci se c’è solo un computer.
Forte di quella legge l’ufficio abbonamenti della Rai ha mandato lettere a pioggia, battendo cassa anche laddove non ha alcun diritto. La gran parte di quelle lettere sono fuori legge, anche dopo che se le sono rimangiate, perché è fuorilegge il presupposto. Spiego: l’abbonamento speciale è dovuto da tutti quegli esercizi che attirano clienti anche fornendo l’accesso alla televisione. Esempi: alberghi, bar, ristoranti, ma anche negozi con schermi che rimandano immagini diffuse dai canali televisivi. La Rai, invece, ha delle pretese su architetti, dentisti, professionisti di vario tipo, gente che, come me (sono una partita iva) di certo non desidera che qualcuno passi a sedersi per vedere una partita. Tutti noi siamo abbondantemente coperti dalla legge, che stabilisce il diritto di vedere la tv ovunque sia di nostra pertinenza, una volta pagato il canone normale. Perché la tv non fa parte della nostra attività. Chiaro? La Rai (s)ragiona diversamente: come cittadino hai pagato, ma come partita iva devi fare lo stesso (il precario che lavora a casa paga due volte per lo stesso apparecchio). Se lo scordino. E, come si vede, il discorso non cambia ora che gli hanno ricacciato in gola la pretesa di tassare ogni terminale digitale.
Quando Libero invitò a non pagare il canone dissentii. Non perché mi piaccia, ma perché non condivido l’incitazione ad evadere il dovuto, semmai se ne deve chiedere la soppressione. Ma quel che oggi la Rai chiede non è dovuto. Il che vale non solo per i computer e gli altri sistemi digitali, ma anche per quegli schermi, rivolti al pubblico, con cui si trasmettono, ad esempio, le estrazioni dei concorsi a premi. Se la Rai insiste otterrà il solo risultato di far disattivare quegli schermi, quindi di far scendere il gettito fiscale legato al gioco. Ecco perché dico che ci sono gli estremi per una class action: un’azienda dello Stato chiede ai cittadini e alle imprese quel che non è dovuto. Ecco un suggerimento: visto che il governo deve porre rimedio all’imbucato articolo 17, invece di praticar sotterfugi colga la palla al balzo e cancelli il canone spostando il finanziamento della Rai a carico della fiscalità generale. Il gettito sia compensato dai profitti dei fornitori di contenuti (beneficiari economici dell’esistenza degli spettatori). Ma non è la soluzione che preferisco, quella sana è sempre la stessa: vendetela.
di Davide Giacalone per liberoquotidiano.it
www.davidegiacalone.it
Stanno venendo a galla in questi giorni gli effetti del 'codice antimafia' lasciato in eredità dal governo del Cavaliere. Che ha paralizzato la confisca dei beni delle cosche. Togliendo allo Stato la sua arma più forte.
Un pezzo alla volta, gli strumenti più efficaci nella lotta alle cosche vengono smantellati. Si ripete che bisogna colpire i patrimoni dei boss, privandoli dei loro tesori. Ma il nuovo Codice antimafia, voluto dall'allora ministro della Giustizia Angelino Alfano, rende di fatto impossibile l'attacco alle ricchezze dei clan. Le richieste di sequestro di grandi aziende colluse con le mafie da Milano a Trapani sono ferme da mesi nelle cancellerie dei tribunali. Perché i giudici temono che il loro intervento si trasformi nella sconfitta dello Stato: le nuove regole infatti rischiano di provocare il licenziamento dei dipendenti in caso di sequestro. E quindi rendono l'azione dei magistrati non un trionfo della legalità a danno delle cosche, ma una condanna per aziende e lavoratori che così finirebbero per rimpiangere i padrini. L'unica alternativa è riconsegnare tutto ai mafiosi, sancendo l'impotenza delle istituzioni.
Il nuovo Codice antimafia è entrato in vigore a ottobre con decreto legislativo del Consiglio dei ministri. Il governo non ha preso in considerazione le osservazioni critiche (addirittura 66) formulate dalla commissione Giustizia, che comunque non aveva parere vincolante. Il provvedimento ha paralizzato l'attività dei sequestri, ossia il cardine di quella strategia ispirata da Pio La Torre, il parlamentare del Pci ucciso a Palermo trent'anni fa, e perseguita da Giovanni Falcone. Le regole sono state cambiate con un decreto legislativo fatto approvare in fretta e furia dall'allora Guardasigilli Alfano, oggi segretario del Pdl: introduce una serie di vincoli normativi che - applicati nella crisi della giustizia italiana - di fatto si stanno trasformando in un regalo per le cosche. Ad esempio, obbliga i giudici a confiscare i beni entro due anni e mezzo dall'avvio del procedimento, e nel caso in cui il termine venga superato prevede che si debba restituire il bene al mafioso, impedendone per sempre la confisca.
Leggi tutto l'articolo di Lirio Abbate su espresso.repubblica.it
La riforma sul mercato del lavoro? “Si va avanti anche senza il consenso dei partiti”. Parola del ministro Elsa Fornero, intervenuta in videoconferenza alla presentazione del libro ‘Giovani senza futuro? Proposte per una nuova crescita’ tenutasi a Montecitorio. Chiaro il riferimento al Partito democratico, che tramite il segretario Pier Luigi Bersani, aveva fatto intendere che il suo sì alla riforma non era scontato in mancanza di intesa con le parti sociali. “Non condivido la tesi di andare avanti anche senza accordo. Se non ci sarà, il Pd valuterà in Parlamento quel che viene fuori sulla base delle nostre proposte” aveva detto il leader democratico, a cui oggi il ministro del Lavoro ha risposto direttamente. Con parole che non lasciano spazio ad altre interpretazioni.
Siamo il Paese più vecchio del mondo dopo il Giappone, ma tra quindici anni, dicono gli scienziati, diventeremo il primo (attualmente da noi ci sono più minorenni perché Arcore abbassa la media). I docenti italiani sono i più vecchi d’Europa (sono così anziani che quando in classe c’è uno che chiede continuamente il permesso di andare a fare pipì è il professore). Abbiamo 144 anziani ogni 100 giovani che diventeranno 256 anziani ogni 100 giovani nel 2050. Nel 2050 saremo così anziani che il format di Sanremo rimarrà identico. A determinare questa tendenza non è tanto l’aumento della sopravvivenza quanto i bassi livelli di fecondità. Sono due i casi più diffusi in cui le donne italiane rinunciano a fare un figlio. Il primo è quando non hanno un lavoro. Il secondo è quando ce l’hanno. In un caso su due è un lavoro «a progetto» (a proposito: facciamo una colletta per iscrivere il tizio che ha chiamato «a progetto» l’unico impiego che non ti consente di fare progetti a un corso per copywriter?), un co-co-co o un altro dei 46 tipi di contratti precari. Oppure, è una libera professionista come quelle che lavorano in Rai a Partita Iva ma con un contratto che le impegna anche cinque giorni su sette e che hanno firmato la famigerata «clausola gravidanza», quella che dice che se resti incinta perdi il posto. «Troveremo una formulazione che non urti la sensibilità – ha detto il Dg Lorenza Lei (ovvero: la sostanza non cambierà) – ma è per scelta del legislatore e non certo della Rai che gli autonomi non godono delle tutele previste dallo Statuto dei lavoratori». Finché la legge non cambia la Rai può far poco, anche se all’ufficio del personale stanno vagliano l’ipotesi di assumere le femmine dei macachi, che hanno un periodo di gestazione di soli 160 giorni e sono più qualificate di molte delle attrici piazzate da Saccà. (di Francesca Fornario da unita.it)
Il vibratore, l’oggetto fetish di Samantha, “zoccola impenitente” della New York anni ‘90 di Sex and the city (e da qualche tempo anche di qualcuna di noi), arriva proprio da quell’epoca. Con tanti saluti al maschio padrone. Anche del piacere – o più spesso, almeno ai tempi, della frustrazione sessuale – del genere femminile. Ce lo racconta in modo lieve e brillante Hysteria, film divertente e divertito (nelle sale da venerdì) peraltro diretto da una donna (Tanya Wexler) e con molte donne nel team produttivo (e un Rupert Everett che non si dimentica).
Si svela così un arcano di quegli anni: quella che, sulla scorta di una millenaria letteratura, dotti e trombonissimi medici londinesi definivano isteria femminile – larga casistica inclusiva di ogni sorta di perturbazione emotiva: dall’ansia alla tristezza, dal nervosismo all’eccitazione – e che curavano clinicamente prima con massaggi manuali in loco (leggasi masturbazioni, terapeutiche per carità) poi con un vibratore elettrico inventato dal vittorianissimo dottor Joseph Mortimer Grenville, nella maggior parte dei casi non era altro che desiderio inappagato, trascuratezza erotica.
Frustrazione sessuale causata da mariti algidi o inabili al lavoro. Una pandemia che arrivò a lambire poco meno della metà della popolazione femminile di Londra. E che la graditissima cura Grenville contribuì ampiamente a contenere, grazie alla grande quantità di “parossismi” – leggasi orgasmi – in grado di produrre velocemente e all’impronta. L’isteria è uscita definitivamente dal novero dei disturbi mentali soltanto un secolo dopo, nel 1952.
Il vibratore, nel frattempo, ha conquistato posizioni. E prima sotto mentite spoglie – appunto come stimolatore medico per rilassare il sistema nervoso femminile – poi alla luce del sole – come il principe dei sex toys di cui il Rabbit rimane a tutt’oggi un must – si è solidamente insediato nell’immaginario erotico delle donne (dei loro compagni un po’ sì e un po’ no: per il maschio, specie latino, la competition rimane sempre competition, pur se con un oggetto).
Nell’immaginario. Ma non nelle consuetudini. Per lo meno è così in Italia, se è vero che, diversamente dalle europee e delle americane, solo il 18 per cento delle italiane dichiara di farne uso. Le altre sono magari incuriosite, ma preferiscono evitare. Troppo fastidioso farsi vedere in un sex shop, dove ci si sente malguardate – e ancora le boutique online dell’eros non sono note alla massa – troppi interrogativi sulla reazione del partner, soprattutto se recente. Perché se la newyorkese Samantha può permettersi di rivendicare la sua sessualità, l’italiana ha finalmente acquisito che il piacere è un diritto. Ma sente di poterlo rivedicare molto di meno. Nel paese del bunga bunga, nell’Italia in cui il corpo della donna viene esibito con grande disinvoltura urbi et orbi, il confine fra una donna che vive liberamente la propria sessualità (e le proprie fantasie) e una “puttana” rimane ancora socialmente molto labile (e qui si nutre il massimo rispetto per le “puttane”). E così le ragazze, prudentemente, abbozzano.
In Italia per divorziare ci vogliono non meno di mille giorni, due sentenze, un sacco di soldi, visto che tra divorzio e separazione devono passare almeno tre anni obbligatori, che i tempi della giustizia allungano di altri due. In Francia, se il divorzio è consensuale bastano dai tre ai sei mesi. Nel Regno Unito la separazione non è nemmeno prevista, se consensuale in sei mesi ognuno per la sua strada. In Germania, dopo un anno di separazione, se consensuale scatta automatico il divorzio. In Spagna sono ancora più rapidi: ci vogliono due mesi per il divorzio se consensuale, la separazione non serve e si sta procedendo all’assegnazione della pratica direttamente ai notai, senza passare da un tribunale. In Svezia niente tribunali, notai, avvocati: chi decide di divorziare va in Comune, dichiara che il matrimonio è finito, un funzionario annota nel registro e seduta stante accorda il divorzio. (nella foto: Separazioni celebri: Berlusconi e Veronica - foto LaPresse)
Siamo lontani anni luce dalla Svezia, ma qualcosa sta per cambiare. Oggi, dicevamo, la legge attuale prevede che passino minimo tre anni da quando viene emessa la sentenza di separazione alla richiesta di divorzio. Nelle prossime settimane è in dirittura d’arrivo la riforma detta del “divorzio breve“, il cui testo è praticamente pronto alla Commissione Giustizia della Camera e che potrebbe essere votato nelle prossime settimane. Oggi 22 febbraio si votano gli ultimi emendamenti.
La riforma prevede che i tempi di separazione passino da tre a un anno se non ci sono figli o se sono maggiorenni. Da tre a due anni, invece, in presenza di figli minori. Insomma si fa largo l’idea di rinunciare, parzialmente ma in maniera incisiva, a quel lunghissimo tempo di attesa, utile, secondo le intenzioni dei legiferatori degli anni ’70, per tentare ripensamenti e riconciliazioni. L’avvocato Bernardini Pace, esperta matrimonialista, nella sua lunga carriera ha trattato circa 25 mila cause di divorzio: “Di ripensamenti ne avrò visti una ventina”, dichiara a La Repubblica. In Europa solo Polonia, Irlanda e Malta hanno procedure così lente: e la ragione è sempre la stessa, l’ingiunzione cattolica a doverci ripensare.
E’ per questo che fino ad oggi moltissime coppie italiane erano costrette a prendere una residenza in Francia, Inghilterra, Spagna, Romania ecc… ed ottenere un divorzio immediato (in media circa 6 mesi) e con spese legali ridotte all’osso. La scorciatoia per porre fine ad un matrimonio sbagliato è data dal regolamento 44/2001 del Consiglio Europeo che disciplina il diritto commerciale ma anche quello privato europeo: esso lascia dedurre la possibilità di pronunciare una sentenza di divorzio da parte di un qualunque Tribunale dell’Ue a patto che i coniugi siano stabilmente residenti in quel Paese. Meglio i sei mesi per una residenza a tempo che i tre anni della giustizia italiana. Oggi, però, per le circa trecento separazioni e i 181 divorzi ogni mille abitanti, il treno dei desideri passerà più velocemente. A meno di brutti scherzi di qualche integralista tra Udc e Lega Nord o di qualche pasdaran radicale del divorzio immediato. (da blitzquotidiano.it )
L'ex ministro Renato Brunetta pubblica ogni giorno i dati a confronto del governo Berlusconi con quello Monti, cercando di dimostrare che con il Cavaliere le cose andavano meglio. Peccato che usi un metodo sbagliato, che gli economisti definiscono semplicemente «da ignorante».
All'inizio l'ha chiamata "operazione verità". Il 20 gennaio di quest'anno, due mesi dopo la caduta del governo Berlusconi, sotto questo titolo l'ex ministro per la Pubblica amministrazione e l'Innovazione, Renato Brunetta, pubblicava sul suo blog e sulla sua pagina Facebook alcune righe per spiegare che con l'arrivo a Palazzo Chigi di Mario Monti lo spread tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi non era affatto migliorato: «Con il governo Monti l'effetto spread c'è stato? Sì, al rialzo. La media dello spread nei primi 60 giorni di Monti (quelli della luna di miele) è più alta di 80-100 punti rispetto alla media degli ultimi 60 giorni di Berlusconi». Poi l'intuizione è diventata un tormentone. L'ha chiamata proprio così Brunetta: «operazione tormentone spread». L'economista, che nella sua carriera ha insegnato nelle università di Venezia e Tor Vergata, ha iniziato a pubblicare i grafici che mostrano il differenziale tra i titoli di stato tedeschi e quelli italiani. Lo spread, appunto. L'obiettivo dichiarato è dimostrare che «l'andamento dello spread italiano come quello di altri Paesi non dipende dal governo Monti o da quello Berlusconi, ma dalla debolezza della governance europea». Il messaggio sottinteso è che con Monti le cose vanno peggio rispetto a quando c'era Berlusconi.
Per argomentare la sua tesi l'ex ministro ha scelto questa tecnica: mettere a confronto la media dello spread nei giorni del governo Berlusconi con quella del governo Monti. L'ultimo post pubblicato dice ad esempio che al 96esimo giorno dall'inizio del governo Monti, la media dello spread è più alta di 90 punti rispetto alla media degli ultimi 96 giorni del governo Berlusconi. I dati sono corretti e l'interesse dei lettori altissimo. Centinaia i "mi piace" sotto i suoi grafici, anche se per la verità poi i commenti non sono proprio lusinghieri.
Spiega ad esempio Luciano Canova, economista al Cresa (centro ricerche epistemologia sperimentale) dell'Università San Raffele di Milano: «Da economista, sono desolato per l'ignoranza del concetto di trend e, soprattutto, di derivata prima, che fonda la teoria economica. Come si fa a diventare professori di economia se non si capisce il concetto di derivata prima? Non si sa se essere stupiti o desolati dalla pervicacia con cui il ministro Brunetta pubblica il suo tormentone». In altre parole Canova mette sotto accusa la scelta di Brunetta di concentrare l'attenzione sulla media del valore dello spread anziché sulla tendenza. Una differenza non da poco, come dimostra una semplice occhiata ai grafici. Se si guarda la tendenza invece della media, si nota come con Berlusconi lo spread sia gradualmente aumentato, mentre con Monti è successo il contrario.
Uno dei contestati grafici pubblicati da Brunetta Dubbio tuttavia è il metodo utilizzato dall''ex ministro per il confronto sullo spread, indice della solidità delle finanze pubbliche italiane.Piccoli reati addio. Archiviati dal giudice senza arrivare al processo. Niente più primo, secondo, terzo grado. Un decreto per dire che non hanno né il peso né il valore per meritare ore di dibattimento. Proprio perché sono piccoli e occasionali reati. Perché hanno un valore economico modesto. Perché possono essere "perdonati".
Alla Camera stanno per approvare un nuovo articolo del codice di procedura penale, il 530bis, il «proscioglimento per particolare tenuità del fatto». Il relatore, il pd Lanfranco Tenaglia, fa l´esempio del furto della mela: «Se la rubo in un supermercato è un furto, ma il danno per il proprietario è tenue. Ma se la rubo alla vecchietta che ne ha comprate tre, quel fatto non sarà tenue».
La Lega lo ha già battezzato legge «svuota-processi» dopo quella svuota-carceri. Ribatte la pd Donatella Ferranti: «È un articolo rivoluzionario, una pietra miliare sulla via della depenalizzazione». Basta leggere il testo: «Il giudice pronuncia sentenza di proscioglimento quando, per le modalità della condotta, la sua occasionalità e l´esiguità delle sue conseguenze dannose o pericolose, il fatto è di particolare tenuità». Chi commette reati di frequente è fuori. Fuori rapine, omicidi, sequestri, violenze sessuali. Il giudice archivia e avvisa la parte offesa che può utilizzare il decreto per rivalersi in sede civile.
LADRUNCOLI AL PRIMO FURTO IL GIUDICE "CANCELLA" IL CASO
Furto al supermercato. Di un capo di biancheria, reggiseno, slip, maglietta intima. Forzando e sganciando la placchetta anti-taccheggio. Il ladro viene scoperto e fermato. Il suo, codice alla mano, è un furto aggravato con violenza sulle cose, a stare agli articoli 624 e 625 del codice penale la persona rischia da uno a sei anni. Ma il giudice prende in mano il caso, valuta innanzitutto l´esiguo valore dell´oggetto portato via, poi si documenta e soppesa la personalità e la storia del soggetto che ha commesso il furto. Scopre che si tratta della prima volta. Il suo non è un reato abituale. Decide di archiviare per la "tenuità del fatto".
CHI INCASSA IN BUONA FEDE NON RISCHIA LA RICETTAZIONE
Assegno rubato e riutilizzato per necessità. Un commerciante in difficoltà economiche e strozzato dagli usurai incassa un assegno di cento euro senza andare troppo per il sottile. Lo riutilizza pagando un fornitore. Purtroppo l´assegno arriva da un furto e il commerciante rischia, come ricettatore e in base all´articolo 648 del codice penale, da due a otto anni di reclusione. Ma se davanti al giudice riesce a dimostrare la sua buona fede, rivela le sue difficoltà, documenta che nella sua vita professionale non è mai incorso in un simile incidente, potrà evitare il processo e ottenere un´archiviazione.
UNO "STRAPPO ALLA REGOLA" NON SARÀ PIÙ PECULATO
Telefonate private di due dipendenti da un ministero di Roma. Nel quale è in corso un´inchiesta proprio per evitare questi abusi. Il primo chiama una volta New York perché suo figlio, che vive lì, è gravemente malato. Il secondo telefona ogni giorno, e a lungo, alla fidanzata che vive a Milano. Il codice, all´articolo 314, punisce il peculato dai tre ai dieci anni. La prima persona potrà fruire di un´archiviazione perché il suo è un "piccolo" reato, una sola chiamata e per ragioni gravi. Il secondo andrà incontro al suo processo perché abusa quotidianamente e di nascosto di un bene pubblico.
PAROLE GROSSE, QUALCHE SCHIAFFO L´EPISODIO È SENZA CONSEGUENZE
Lite di condominio. In un palazzo litigano due affittuari. In un appartamento vive una coppia di coniugi. In quello accanto un gruppo di studenti che spesso invitano gli amici e si divertono fino a notte fonda. Un giorno, dopo l´ennesima nottata, scoppia una lite furibonda in cui volano parole grosse e si arriva alle mani. I vicini si allarmano e chiamano la polizia. Scatta una denuncia per minaccia e violenza privata contro i coniugi. Il 612 prevede il carcere fino a un anno e la procedibilità d´ufficio. Passa qualche giorno e i ragazzi chiedono scusa. Il fatto è isolato, occasionale, non ha precedenti. Il giudice archivia pure questo "piccolo" reato.
FUCILI ABBANDONATI NEI BAULI OGGI POSSONO COSTARE OTTO ANNI
Un fucile vecchio, ma funzionante, scoperto in soffitta dalla polizia durante un controllo. Ma il proprietario della casa dice di non saperne niente, poi si ricorda che quel fucile era di suo padre, che aveva un regolare porto d´armi e aveva fatto regolare denuncia. Alla sua morte il figlio non si è più ricordato del fucile chiuso in un baule. La sua è detenzione illegale d´armi punibile da uno a otto anni in base alla legge 895 del 1967 poi modificata da quella del 1974, la 497. Rischia l´arresto in flagranza. Ma se dimostrerà la buona fede e proverà d´aver davvero "dimenticato" il fucile lasciandolo inutilizzato, potrà ottenere un´archiviazione.
ALTERCO TRA COLLEGHI IN UFFICIO RIAPPACIFICARSI CANCELLA TUTTO
Ingiuria in una lite. Due colleghi, di fronte ad altri dello stesso ufficio, litigano per il possesso di una scrivania. S´insultano malamente («Sei un cornuto...» dice uno all´altro, «tua moglie è una grande p...» risponde l´altro), arrivano alle mani, parte un cazzotto che colpisce a un occhio uno dei due. È un caso classico di ingiuria aggravata, punita dal 594 del codice penale con una pena fino a un anno di carcere. Ma se, di fronte ad altri testimoni che possono provare l´autenticità del fatto, i due si riappacificano veramente, il giudice può valutare l´opportunità di un´archiviazione.
GLI "INCIDENTI GIORNALISTICI" NON AVRANNO SEGUITO PENALE
Diffamazione a mezzo stampa. Il giornalista scrive un articolo su un personaggio pubblico riportando nel suo pezzo una citazione dal pezzo di un suo collega che contiene una ricostruzione, peraltro non smentita, ma giudicata falsa e diffamatoria solo quando essa viene riportata, per citazione, in questo articolo. L´articolo 595 del codice penale sulla diffamazione infligge una pena da sei mesi a tre anni. Ma se il giornalista può dimostrare che riteneva la fonte attendibile, che non aveva un intento persecutorio nei confronti del destinatario dell´articolo, che il suo curriculum professionale è immacolato, il giudice può archiviare la sua posizione.
CODICE RISPETTATO, NIENTE INCIDENTI SE È UN FATTO ISOLATO SI PERDONA
Guida in stato di ebbrezza. Un giovane manager va a cena a casa di amici che abitano poco lontano da lui. Tre isolati in tutto. Usa l´auto perché sa che rientrerà tardi. Durante la serata beve un paio di bicchieri di vino e un paio di whisky. Al ritorno, quando sta per arrivare sotto casa, viene fermato da una volante che lo sottopone alla prova del palloncino. Che risulta positiva. In base al codice della strada rischia il sequestro dell´auto, la revoca della patente, il processo. Ma se non ha infranto il codice della strada né provocato incidenti e se il fatto è isolato può usufruire dell´archiviazione.
Liana Milella per "la Repubblica"
«Ero appena uscito da un incontro con il presidente della Corea del Sud che mi aveva fatto la richiesta seguente: vogliamo importare a Seul insegnanti di inglese madrelingua, dagli Stati Uniti, perché i nostri ragazzi imparino meglio e più in fretta. Arrivo alla conferenza stampa, e qual è la prima domanda che mi rivolge un giornalista americano? Se ho letto il libro di Sarah Palin».
Lo sfogo di Barack Obama è raccolto dalla reporter del New York Times Jody Kantor nell´ultima biografia presidenziale. Sottolinea la sfasatura tra il gossip politico che insegue Obama sull´altra sponda del Pacifico, e la capacità di fare progetti di lungo periodo, di investire nel futuro, che il presidente americano ammira nei suoi interlocutori asiatici. Presto Obama tornerà in Corea del Sud, il 25 marzo, e sarà la terza volta in tre anni.
Un´attenzione giustificata: questo dragone asiatico continua a stupire per la sua competitività, la sua capacità di sfornare innovazioni a gettito continuo. In questi giorni alcuni taxi gialli di New York sperimentano una nuova tecnologia che consente di fare la spesa col proprio telefonino: seduti in mezzo al traffico di Manhattan i passeggeri possono scegliere cosmetici e altri prodotti di lusso, al momento del conto pagano infilando la carta di credito in un mini-terminale installato sul taxi.
È tecnologia sudcoreana, già collaudata da tempo a Seul. Il recente rapporto dell´Unione europea sulla performance dei vari sistemi-paese nell´innovazione, s´inchina di fronte alla superiorità sudcoreana. Nella classifica Pro Inno Europe, il dragone asiatico «supera i 27 paesi dell´Unione europea in sette indicatori, inclusi gli investimenti in ricerca e sviluppo e la quantità di brevetti internazionali registrati», si legge nel rapporto. Dietro questi risultati ci sono dei colossi industriali che non hanno mai lesinato risorse per essere all´avanguardia mondiale nelle invenzioni.
La Samsung Electronics quest´anno ha già stanziato 40 miliardi di dollari per investimenti nella ricerca, e assumerà 26.000 nuovi addetti. Ha superato la Nokia come primo produttore mondiale di smartphone, anche se proprio negli ultimi giorni ha dovuto cedere per poche lunghezze lo scettro del numero uno mondiale alla Apple. Nel mercato dell´auto Hyundai e Kia hanno visto salire le loro vendite del 17% l´anno scorso, e quest´anno prevedono di fare ancora meglio grazie ai due trattati di liberoscambio firmati con Usa e Ue. La Elantra della Hyundai ha vinto l´ambìto trofeo "North American Car of the Year" al salone dell´automobile di Detroit, per la seconda volta.
Telefonini e automobili non sono le uniche meraviglie della tecnologia sudcoreana, che si applica in campi ben più importanti per la qualità della vita. Solo pochi esperti lo sanno in Occidente, ma la Corea del Sud ha fatto meraviglie nella scienza medica e nelle tecnologie biogenetiche, con risultati notevoli nella guerra contro il cancro. Il tasso di sopravvivenza ai tumori è salito dal 59% nel 2008 al 62%. Le statistiche sanitarie dell´Ocse rivelano che Seul ha fatto i migliori progressi del mondo per la sopravvivenza dal cancro allo stomaco (65% contro il 26% negli Usa e il 25% in Europa) e tocca punte di sopravvivenze del 90,6% per i tumori al seno.
Dietro questa eccellenza scientifica e tecnologica c´è un fenomeno più vasto. È il miracolo di una rinascita che sembrava impossibile. In fondo la Corea del Sud poteva essere una storia di successo consegnata irrimediabilmente nel passato, come lo è in parte il Giappone (in stagnazione da vent´anni). L´ascesa della Cina, il colosso che sta alle sue frontiere, ha messo in campo un concorrente formidabile, imbattibile per la stazza e per il livello dei suoi costi.
Per di più la Corea del Sud subì in pieno lo shock di due crisi relativamente ravvicinate, quella del sudest asiatico scoppiata nel 1997 e poi quella venuta dall´America nel 2008. E invece il piccolo dragone torna a sputare fuoco come ai tempi del suo decollo iniziale. Il prestigioso istituto di ricerca Bruegel di Bruxelles (che ebbe Mario Monti tra i suoi fondatori) ha appena pubblicato uno studio che indica la Corea del Sud come un modello virtuoso di uscita dalla crisi, un esempio che i governi europei farebbero bene a studiare.
Grazie a vigorose iniezioni di spesa pubblica, spiega il ricercatore Zsolt Darvas dell´Istituto Bruegel, «la Corea del Sud dopo una pesante caduta del Pil, analoga a quella europea, si è ripresa a tale velocità che nel terzo trimestre del 2011 superava già del 10% i livelli pre-crisi del 2008». Un risultato non banale per chi deve difendersi dalla macchina da guerra dell´industria cinese, indiana, vietnamita.
Qual è il segreto più importante della rinascita sudcoreana? È proprio quello catturato da Obama, nella sua ammirazione per la richiesta del presidente sudcoreano di "importare" interi contigenti di prof d´inglese dagli Stati Uniti. L´investimento nell´istruzione è la base di tutto: senza questa premessa, non basterebbero neppure le decine di miliardi stanziati da Samsung e altri colossi industriali nella ricerca. L´uno è la condizione per il successo degli altri. Ed è una storia che ha radici molto antiche.
Nel 1543, per la precisione. Hanno quasi mezzo millennio, infatti, gli undici istituti di studi confuciani di Sosu Seowon, cittadina che si trova 160 km a Sud di Seul. Queste accademie da cinque secoli trasmettono i valori fondamentali del filosofo Confucio: che sono "l´armonia della comunità" ovvero il senso civico; il rispetto degli anziani; la lealtà verso lo Stato; e più di ogni altra cosa il valore dell´istruzione.
Il revival che gli studi confuciani hanno conosciuto negli ultimi anni, va di pari passo con il "culto della scuola". Ogni anno il 10 novembre la Corea del Sud è il teatro di uno spettacolo unico al mondo. Quel giorno gli aeroporti interrompono le operazioni di decollo e atterraggio. Gli uffici ritardano l´apertura. I pendolari non si mettono in viaggio. La polizia e le ambulanze sono mobilitate per assistere gli studenti che si presentano al grande esame nazionale di ammissione alle università.
Una nazione intera si ferma e sospende il fiato, durante il test. Una selezione spietata, estremamente competitiva, è l´approdo finale di anni di dedizione assoluta allo studio. È un sistema severo, talvolta anche feroce, ma ha un grande merito: la meritocrazia vige incontrastata, anche i giovani coreani delle famiglie più povere possono arrivare al top grazie agli esami.
L´Ocse promuove la Corea del Sud come la nazione che ha i risultati migliori del mondo nella qualità dell´apprendimento dei suoi liceali: le celebri classifiche internazionali Ocse-Pisa includono altre eccellenze asiatiche, limitate però a singole metropoli o città-Stato (Singapore, Shanghai, Hong Kong), solo la Corea ce la fa a raggiungere quelle vette portandoci l´intera nazione. Con oltre i due terzi della sua popolazione giovane (ventenni e trentenni) che ha una laurea o un titolo post-laurea, nella competizione della materia grigia Seul ci sta dando molte lunghezze di distacco.
Federico Rampini per "la Repubblica"
"Non avevo mai vissuto un periodo così oscuro. Una cosa è certa: altri tre anni così non li reggiamo". Pietro Longhi è sconsolato. Da presidente regionale dell'Agis, l'associazione generale italiana dello spettacolo, cura gli interessi degli imprenditori di cinema e teatro "massacrati dal non riuscire a sopportare i costi di gestione". Il motivo? Vantano crediti dalla Regione da almeno 3 anni. E ora Longhi annuncia che, "per la prima volta da 14 anni, quest'anno non ci saranno le manifestazioni promozionali sugli ingressi ai cinema e spariranno le agevolazioni per gli universitari".
Quanti soldi aspettate dalla Regione?
"Nei nostri confronti la Regione ha un debito di 800 mila euro, per attività finanziate nel 2009, 2010 e 2011. Poi ci sono i soldi che devono avere le 37 strutture coinvolte in un bando per la ristrutturazione e messa in sicurezza dei teatri: altri 5,5 milioni, tutti anticipati da teatri e sale cinematografiche sparsi per il Lazio".
E' noto che gli enti pubblici pagano in ritardo e per il settore della cultura i tagli sono stati profondi in tutte le regioni.
"E' vero, ma altrove non si è mai visto un ritardo simile. Il Lazio è l'unica Regione che aspetta oltre tre anni per saldare i debiti con le aziende. E proprio qui, dove le produzioni teatrali e cinematografiche sono un'industria con un volume d'affari che nel 2010 ha sfiorato i 140 milioni di euro. La verità è un'altra".
Quale?
"Che non esiste programmazione, non c'è un'idea di cosa fare di questo settore. In Regione decide tutto la presidente Polverini. L'assessore Santini non ha alcuna autonomia. Tutto è centralizzato in una cupola di potere".
Sono accuse gravi.
"Ma giustificate da una situazione devastante: se non si affronta il problema entro il prossimo mese, il 30% delle aziende del settore sarà costretto a tagli di organico. Ci aspetteremmo maggiore sensibilità da chi è stata per anni una sindacalista".
Avete incontrato la Polverini?
"Sì, in campagna elettorale: lei e la Santini sembravano molto interessate. Poi niente più. L'ultimo contatto telefonico l'abbiamo avuto prima di Natale, per l'iniziativa del ‘Cinema negli ospedali?. Dopo 2 mesi, non abbiamo ancora ricevuto la lettera di affidamento. Funziona tutto così".
Nessuna nota positiva?
"Giusto la scorsa settimana, Sviluppo Lazio ha sbloccato il pagamento di 1 milione e mezzo di euro per un bando di tre anni fa per l'adeguamento al digitale delle sale cinematografiche regionali. I soldi erano stati tutti anticipati. I cinema sono costantemente in affanno a causa delle infinite e inutili dilazioni nei pagamenti. Orta, finalmente, almeno questi soldi sono arrivati".
Cosa avete intenzione di fare?
"Siamo tentati di non accettare più iniziative che arrivano dalla Polverini. Anche perché, se vai in banca e chiedi un anticipo su affidamenti regionali, nessuno ti finanzia: la Regione è considerata un cattivo pagatore. Chiediamo una cosa alla governatrice: si fermi per 6 mesi o un anno. Nessuna iniziativa, ma almeno onori i pagamenti. Così potremo salvare un settore".
Mauro Favale per "La Repubblica - Roma"
Più che di parco auto, sarebbe più giusto parlare di museo contemporaneo dell'automobile. I ministri del governo Monti saranno pure dei super professori, ma in fatto di gusti per le quattro ruote, tranne qualche eccezione, lasciano alquanto a desiderare. E, soprattutto, nonostante le polemiche che hanno caratterizzato il passato esecutivo, la scelta per la vettura privata è caduta soprattutto su modelli stranieri, in particolare tedeschi e giapponesi.
Delle ultime novità di casa Fiat, a parte la 500 che però ha già quasi cinque anni, nemmeno l'ombra. E lo stesso vale per le supercar prodotte da Ferrari e Maserati che potrebbero essere accolte nei garage dei ministri più ricchi. Ma, visti i tempi, è meglio mantenere un profilo basso. Bassissimo, al riguardo, quello mantenuto da Lorenzo Ornaghi (Beni culturali) e Andrea Riccardi (Cooperazione): vanno a piedi.
Scorrendo le dichiarazioni dei professori per scoprire quale tipo di auto guidano (o guidavano), viene da porsi una domanda: perché mai, per esempio, Enzo Moavero Milanesi (Affari europei) è rimasto fermo alla Lancia Y del 2001? Lo stesso quesito è da rivolgere a Giampaolo D'Andrea, sottosegretario alla Presidenza, titolare di un'Alfa Romeo 145 del '96. Piero Gnudi (Affari regionali), invece, nel 2002 non ha saputo resistere al «fascino» della Fiat Stilo Multiwagon.
Vittorio Grilli - Copyright Pizzi
A fargli concorrenza, in fatto di gusti, è Francesco Profumo (Istruzione) che non si è ancora schiodato dalla sua vecchia Lancia Lybra del 2001. Per non parlare di Piero Giarda (Rapporti col Parlamento) stregato 10 anni fa dalla Seat Ibiza. A proposito di «museo», potrebbe aprirlo Vittorio Grilli, viceministro dell'Economia, che nel poco tempo libero probabilmente ama godersi la sua Jaguar del '94 e la vecchia Volkswagen del '75.
Eccezioni alla sobrietà, leitmotiv del governo, riguardano Antonio Catricalà, segretario del Consiglio dei ministri, che da 11 anni guida un Suv (Mercedes ML). Suv (una Toyota Land Cruiser) anche per Anna Maria Cancellieri (Interno), mentre il sottosegretario all'Interno, Carlo De Stefano, guida una moderna Audi A5.
A distinguersi per aver acquistato modelli recenti sono anche Corrado Passera (Sviluppo), Elsa Fornero (Lavoro), Fabrizio Barca (Coesione territoriale), Giampaolo Di Paola (Difesa) e Giuliomaria Terzi di Sant'Agata (Esteri) grazie alle loro Mercedes A180, Toyota Aygo, Renault Kangoo, Mercedes Classe B e Volkswagen Golf ultimo modello.
Terzi cavalca anche una Harley-Davidson «883» del 2005. A Corrado Clini (Ambiente), che viaggia in 500, il compito di convincere molti dei suoi colleghi a scegliere auto meno inquinanti. In questo, il governo deve dare il buon esempio.
Pierluigi Bonora per "Il Giornale"
Le pagelle di Libero sull'operazione trasparenza: le insufficienze prese dai professori. Male la Fornero, Clini e Catricalà. Bene Passera.
Finalmente sono on-line tutte le dichiarazioni dei redditi dei ministri del governo tecnico. Libero ha deciso, caso per caso, di dare un voto alla trasparenza dei titolari dei dicasteri (Mario Monti si meriterebbe un circoletto rosso e una nota solo per il ritardo con il quale ha presentato la sua dichiarazione). Ma i voti non sono tutti rosa e fiori: di seguito, oltre all'eccellente rapporto di Corrado Passera, vi riportiamo tutte le insufficienze prese dai tecnici sulla trasparenza. Su Libero in edicola oggi la versione integrale con i voti di tutti i componenti dell'esecutivo a cura di Franco Bechis.
Corrado PASSERA- Voto 8+
Alla trasparenza completa sarebbe servito qualche dettaglio in più sulla famiglia di origine e sui redditi di altri familiari. Per il resto c'è davvero tutto, negli allegati come nell'elenco in dettaglio. La sua ultima dichiarazione dei redditi presentava un complessivo di 3.529.602 euro a fronte del quale risultava una imposta netta pagata da 1.357.231 euro, pari a una pressione fiscale del 38,9%. Ha una casa a Parigi di 141 mq e un terreno a Casale Marittimo da 3.220 mq. Proprietà che probabilmente equivalgono ai debiti dichiarati da Passera: 2,9 milioni di euro con San Paolo di Brescia (1.998.916 euro) e con Credyt Lyonnaise (910.975 euro). Gli investimenti e la liquidità sul conto corrente ammontano però a 20.368.333 euro. Fra questi ci sono le quote delle società di famiglia Lariohotels e Immobiliare Venezia (6.683.946 euro), obbligazioni (193.725 euro), un'assicurazione vita (1.287.348 euro), un fondo pensione complementare che puà fargli dormire sonni tranquilli (3.364.714 euro) e un conto corrente bancario su cui campeggiano 8.800.000 euro, frutto della vendita di azioni Intesa San Paolo avvenute il 27-28 e 29
dicembre 2011
Elsa FORNERO, Voto 5+
Non allega nulla, e nulla sui suoi familiari (compreso il marito Mario Deaglio). Dice però quanto guadagnava prima (402.138 euro) e quanto pagava di tasse (166.089 euro), che sembrano poche ma senza vedere il suo Unico difficile capire. Non dice cosa ha sul conto corrente, elenca tre titoli posseduti (il marito ne ha altri?), due Pirelli e un warrant Parmalat senza indicarne il controvalore. Ha cinque abitazioni, una in proprietà e le altre in comproprietà. Dice quanto varrà il suo stipendio da ministro anche per il netto: 8.636,63 euro. Più 224,895 euro di rimborso hotel a Roma, ma solo per 15 giorni. Viaggia su una Toyota Aygo del 2011
Antonio CATRICALA'- Voto 5+
L'insufficienza è stata conquistata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio facendo il maestrino con tutti e poi dimenticandosi lui di ottemperare a quello che chiedeva agli altri. Catricalà non allega il suo modello Unico 2011, che aveva chiesta tutti di mettere. E già per questo andrebbe bocciato. Comunque guadagnava 740 mila euro lordi. Poche altre infomazioni, nulla sulla famiglia. Dichiara il possesso di 20 mila euro di Bot e di una quota di due terreni a Catanzaro. Poi case a Roma e a Castiglione della Pescaia. Ha una Mercedes Ml da 120 kw del 2001 e una barca Sessa Key
Largo '28 del 2008.
Vittorio GRILLI- Voto 5
Venti righine, ed è tutto quello che solo all'ultimo il viceministro dell'Economia ha rivelato. Nulla sul suo stipendio, nulla sui famigliari, nessun allegato, nulla sul proprio conto corrente. Ha una casa da 310 mq di proprietà a Roma con mutuo venticinquennale di cui non si indica l'importo. Ha una polizza Intesa vita da 134 mila euro. Ha una Jaguar 221,08 kw del 1994, una Rover 200 kw del 2009, una imprecisata Volkswagen 41 kw del 1975 (forse un Maggiolino da collezionista) e una imbarcazione da diporto da 9,6 metri del 2004
Giulio TERZI di Sant'Agata- Voto 5
Non rivela quanto c'è sul suo conto corrente e non allega la sua dichiarazione dei redditi di quando era ministro. Nessuna notizia su familiari. Dice che nel 2010 prendeva 123.643 euro di stipendio e 214.939,41 di indennità “non reddituale”. Cavalca una Harley Davidson 883 del 2005, aveva una Ford Focus del 2004 che fa meno easy rider. Per festeggiare la nomina a ministro si è immatricolato a gennaio una nuova Golf 2.5
Corrado CLINI- Voto 5
Il ministro dell'Ambiente è piuttosto avaro di particolari. Guadagnava 173,383 euro, ne guadagnerà di più: 199.778,25 euro. Ha la comproprietà di un fabbricato a Mirano (Venezia) e una Fiat 500 del 2010. Null'altro. Nessun allegato.
da liberoquotidiano.it
Tassisti, gioiellieri, benziani, parafarmacisti, profumieri, parrucchieri... tutti si credono diversi. Ognuno pretende di tutelare i propri 'diritti acquisiti'. Loro hanno un'arma in mano: il blocco del traffico, delle udienze, del rifornimento di benzina, e così via. Ma non si vergognano? I pensionati ed i dipendenti hanno dovuto accettare i tagli, i grandi tagli che si sono visti cadere addosso peggio di un'accettata. I pensionati e dipendenti che pagano tutte le loro tasse perchè non possono evadere... Mentre chi può evadere, evade: tassisti, fruttivendoli, pasticceri, parrucchieri baristi, profumieri.... tutti guadagnano un misero stipendio che spesso non va oltre i 1.000 euro mensili, uno stipendio da fame: ma, allora, perchè lo difendono? forse (e lo dico in forma molto dubitativa), forse perchè evadono e quindi in realtà guadagnano molto di più di quello che dichiarano. Guadagnando così poco e pagando regolarmente le tasse 'pretenderebbero' di essere nazionalizzati, assunti dallo Stato per guadagnare di più di quel misero stipendiuccio che non fa campare nè i pensionati nè i giovani (se lo raggiungono!).... |






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