| POLITICA - Politica Italiana |
Licenze taxi, decideranno i Comuni Insorgono consumatori e sindacati Dal governo parere positivo all'emendamento che depotenzia l'Autorità sui trasporti trasferendo a sindaci e presidenti di Regione la facoltà di aumentare il numero di auto bianche. Le associazioni: "Vincono le lobby"
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Altro che campagne elettorali milioniarie, c'è chi riesce a diventare deputato comunale con soltanto 35 voti. Accade a Marsala, in Sicilia, dove Gioacchino Barraco, prenderà posto nell'Assemblea Regionale Siciliana. Barraco deve la sua fortuna a Giulia Adamo, che ricopriva il suo ruolo, ma dopo essere stata eletta ieri come sindaco, ha dovuto lasciare il testimone al suo collega per via dell'incompatibilità delle due cariche. Barraco prende il posto come ultimo non eletto delle elezioni del 2008, in cui era sesto classificato, ma vista l'impossibilità di ricoprire la carica degli altri candidati, il posto è toccato a lui. «Mi ero candidato per fare un piacere - dice Barraco - ma sono felice. Col sindaco mi lega una profonda amicizia».
Chrome primo browser al mondo, sul web il sorpasso di Google a Microsoft: In sei mesi il programma per accedere ad Internet scalza Mozilla Firefox e Internet Explorer. Era accaduto, per un giorno solo, alle porte della primavera: Chrome, il browser internet di casa Google, il 18 marzo scorso per 24 ore era balzato in testa alla classifica delle barre di navigazione più usate al mondo, scalzando Internet Explorer solo per una giornata. Ora invece, sempre secondo i dati degli analisti di StatCounter, il sorpasso sarebbe definitivo e Chrome in sei mesi dal terzo posto a livello globale avrebbe raggiunto la vetta. Lasciandosi alle spalle la creatura ex monopolista di Microsoft e quella che per anni è stata la sola alternativa (almeno in ambito Pc), ovvero Mozilla Firefox.
LA CLASSIFICA – L'ascesa di Google Chrome è stata rapida e ha combaciato, nell'ultimo anno, con una disaffezione a Explorer. Che da sempre, soprattutto per la diffusione sui Pc aziendali, deteneva il primato. Non a caso, l'uso di Chrome storicamente è più alto la sera e nei week-end, quando i computer e laptop aziendali sono spenti e la navigazione si fa più privata e personale. Da maggio 2011 Explorer ha continuato a calare le sue quote di mercato: un anno fa era diffuso nel 43,9 per cento delle macchine, oggi è arrivato al 31,4. Percorso inverso per Chrome: a maggio 2011 si attestava sul 19,6 per cento, 12 mesi dopo – proprio domenica scorsa - toccava la vetta del 32 per cento. Resta stabile, nelle classifiche globali, la terza posizione di Mozilla Firefox. Per Chrome la versatilità e le funzionalità che lo accompagnano perfettamente al motore di ricerca Google sono state la chiave del suo successo, nonostante la sua storia breve: quest’anno infatti compie solo la sua quarta candelina, contro i 17 anni dal 1995, quando venne rilasciata la prima versione di Internet Explorer.
DOVE EXPLORER TIENE ANCORA – Ma non tutto il mondo è Paese: Explorer continua a tenere, nonostante il declino, in alcuni stati, come gli Usa, dove è sempre primo con il 30,9 per cento, contro il 27,1 per cento di quote di mercato americane per Chrome. Ma gli analisti avrebbero già calcolato che a fine giugno il sorpasso americano potrebbe diventare realtà. Anche altrove IE tiene ancora: in Cina è ben sopra il 70 per cento, in Giappone supera il 50, così come in diversi statyi sudamericani. Diversa la situazione italiana, dove è invece Chrome il browser preferito.
VERSIONI MOBILI – A decretare il calo di percentuali di Internet Explorer comunque, è senz’altro il ritardo nello sviluppo di versioni per smartphone, dove invece, grazie alla diffusione su iPhone e iPad, Safari di Apple detiene quasi il 70 per cento di mercato.
Eva Perasso per corriere.it
Se ristrutturi la tua casa o provvedi a investire in impianti energetici più efficienti e “puliti” il Governo ci metterà un bel po’ di soldi, aumentando i bonus/sconto e elevando i tetti di spesa su cui si applicano. Aumenti di assoluto rilievo che, attraverso detrazioni fiscali decennali, costituiscono un risparmio notevole. Il bonus sulle ristrutturazioni edilizie, secondo i piani “urgenti” del ministro Passera passerebbe dal 36% attuale al 50%, applicabile non più su una spesa massima di 48 mila euro, ma raddoppiata fino a 96 mila. Lo sconto energetico, che sarebbe dovuto scadere alla fine del 2012, verrebbe invece prorogato con diversi tetti di spesa massima a seconda che si tratti di un impianto di condizionamento (100 mila euro), infissi (60 mila euro), pannelli solari o fotovoltaici (60 mila euro) o caldaie a condensazione (30 mila euro).
Si tratta di novità importanti e che, in prospettiva, potranno avere un impatto sulla crescita di 350 milioni di investimenti aggiuntivi. I provvedimenti, se le intenzioni verranno realizzate, entreranno da subito nel decreto legge sullo sviluppo che il Governo si prepara a varare la prossima settimana.
In concreto. Fino a oggi, decidendo di ristrutturare casa, potevi contare su un aiuto dello Stato del 36% di sconto su una spesa massima di 48 mila euro. Tu potevi spenderne anche 100 mila per completare i lavori: fino a una buona metà (48 mila euro) si applicava il bonus del 36%, cioè 17.280 euro. Ogni anno, per dieci anni, a ogni dichiarazione dei redditi ti veniva restituita una somma di 1700 euro e rotti. Con il prossimo decreto sviluppo (manca ancora l’approvazione finale e sono in corso le discussioni tecniche al Tesoro sulle proposte delle Infrastrutture) lo sconto sarà quasi triplicato. Mettiamo che hai un budget per rifare casa nuova sempre di 100 mila euro. Il bonus del Governo adesso è del 50% e si applica a un massimo di spesa di 96 mila euro. Praticamente la metà dei lavori te la paga lo Stato: ogni anno, al saldo della dichiarazione dei redditi, per dieci anni, ti vengono restituiti 4.800 euro.
Buttare giù le pareti, avere i muratori per qualche mese dentro casa, è una inevitabile scocciatura necessaria alla cura e alla valorizzazione del proprio immobile. Dovendo fare i lavori, anche approfittando degli incentivi del Governo, può essere un’opportunità e un risparmio aggiuntivo, decidere di rinnovare nello stesso momento il proprio impianto energetico. Più pulito, più efficiente, meno caro, anche in considerazione degli aiuti per ammortizzarne il costo. Scegliendo un impianto di condizionamento lo Stato offre un bonus del 55% fino a un limite di spesa massimo di 100 mila euro: significano 5.500 euro ogni anno restituiti (anche a volerne spendere la metà, o un quarto, significa restituzioni per 2.750 euro all’anno nel primo caso, 1.375 euro l’anno nel secondo). Se decidi di rinnovare gli infissi, 55% di sconto su un massimo di spesa di 60 mila euro (3300 auro all’anno di rimborsi). Stesso bonus, stesso tetto di spesa, stesso rimborso per i pannelli solari. Per le caldaie a condensazione il bonus del 55% si applica su un tetto massimo di spesa di 30 mila euro (1650 euro l’anno di rimborsi per dieci anni). (da Il Sole 24 Ore)
Nelle università italiane gli studenti cominciano a scarseggiare. In otto anni le iscrizioni sono calate del 15%. L’anno scorso solo tre diciannovenni su dieci hanno deciso di proseguire gli studi dopo il diploma e solo due trentenni su dieci ha una laurea in tasca.

Troppo poco se si pensa che la Ue chiede, entro il 2020, una laurea per il 40% dei trentenni. Anche tra quelli più giovani non ci sono novità positive. Nella classe di età 25-34 siamo al 20% di laureati in Italia contro il 37% nel complesso dei Paesi Ocse. Il nostro paese, dunque, diventa un fanalino di coda anche nella corsa agli studi e i motivi di questa disaffezione sono molteplici. La crisi economica è la madre di tutte le colpe. I ragazzi sono demotivati a studiare per un quarto di vita poichè il mercato non offre garanzie di occupazione immediata: perché fare il medico disoccupato o sottopagato se fare l’idraulico rende di più e in tempi brevi? Anche le famiglie non sembrano più disposte a sopportare sacrifici per «mantenere i figli all’università». Ci sono priorità ben più gravi da sostenere e il costo aggiuntivo per il miraggio di una laurea diventa proibitivo. Anche chi sceglie di mandare iscrivere il proprio figlio all’università lo fa tenendo d’occhio al portafoglio e non alla qualità dell’ateneo. Infatti, l’anno scorso, la metà degli studenti ha frequentato un’università nella stessa provincia in cui si è diplomato, il 26% in una limitrofa. Solo il 12% si è spostato dal Sud al Centro-Nord e un esiguo 2% è andato all’estero. La fotografia dei laureati nel 2011 scattata da AlmaLaurea sconforta il direttore Andrea Cammelli: «Il fatto che solo il 29% dei 19enni italiani si sia iscritto all’università nel 2010-2011 è un dato allarmante - denuncia- in molti si fermano anche prima e solo il 20% della popolazione tra i 30 e i 34 anni ha una laurea contro l’obiettivo europeo 2020 del 40%. Investire sull’istruzione superiore aiuta a far crescere il paese».
Dunque, per il momento possiamo solo consolarci con qualche dato positivo. Come la diminuzione drastica dei fuoricorso. Mentre nel 2001 quelli che hanno finito gli studi in corso erano il 10% ora sono il 39%. Insomma, quei pochi che resistono, studiano di più, frequentano le lezioni più assiduamente e trovano più opportunità di studio all’estero e di stage. Poi c’è il pianeta donna. Sempre più attivo ed efficiente. Si laureano quasi un anno prima dei maschi (a 26,4 anni contro i 27,1) e sono più regolari nello studio: nel 2011 si è laureato in corso il 40,6% delle donne contro il 36,4% degli uomini. Unica dolorosa pecca: nel mercato del lavoro, osserva Almalaurea, la presenza delle donne stenta a essere riconosciuta adeguatamente. Quella italiana sembra un’università che stenta a ottenere la sufficienza. Dotata però di grandi potenzialità. Lo stesso Andrea Lenzi, Presidente Consiglio universitario nazionale, parla di «dati complessivi negativi e preoccupanti» ma anche di un «sistema universitario più efficiente e di un migliore livello di soddisfazione dei laureati nei confronti di programmi e docenti».
di Enza Cusmai per ilgiornale.it
Le fiamme gialle di Bellunoalla ricerca di carte che provino la regolarità o meno di alcuni appalti, sopratutto quelli legati allo smaltimento dei rifiuti. I reati contestati di abuso di ufficio, turbativa d'asta e violenza privata. Il primo cittadino: "Chiarirò tutto pubblicamente. Su Facebook"
Il boom, c’è da giurarlo, questa volta lo hanno sentito anche al Quirinale. Ma se il boom sarà sufficiente per risollevare le sorti del Paese è cosa ancora tutta da dimostrare. A oggi si può solo dire che il Movimento 5 Stelle è ormai artefice del suo destino. E in parte anche di quello degli italiani. Se, a cominciare da Parma, il Movimento riuscirà ben governare, i cittadini avranno davanti a loro una valida alternativa al disastrato e disastroso sistema dei partiti. O almeno si ritroveranno tra le mani un pungolo per tentare di spingere finalmente all’azione quel poco che c’è da salvare nei nostri movimenti politici.
Se invece il M5S non ce la farà ( e la sfida è ardua) bisognerà rassegnarsi a vivere in una nazione che sempre più velocemente passa dal declino al degrado. In una repubblica senza speranza, sempre più ostaggio di cricche, oligarchie e veri e propri gruppi criminali.
Attenzione, scriviamo tutto questo senza nessun tipo di spirito di parte. E nemmeno siamo tanto ingenui da pensare che il Movimento 5 Stelle abbia la ricetta per curare tutti i mali.
A stimolarci alla riflessione sono invece solo i fatti.
I partiti, che sono lo strumento attraverso cui, in ogni democrazia, gli elettori riescono a far valere le loro istanze nelle istituzioni, hanno ormai ampiamente dimostrato di essere incapaci di rinnovarsi. Ad ogni appuntamento o si sono presentati in ritardo o hanno marcato visita. L’elenco delle promesse rimaste sulla carta è lungo e ampiamente noto: la legge elettorale, quella sulla corruzione, il taglio dei costi della politica, le liberalizzazioni, le provincie, lo sviluppo della Rete, l’equità e via dicendo.
Ma non basta. C’è di più e di peggio. Come insegna l’esperienza di una Lega ormai destinata a lottare solo per non scomparire, i mutamenti al vertice, il ricambio della classe dirigente nei partiti è possibile (e di rado) solo se interviene la magistratura. Per far fuori sedicenti leader che avrebbero dovuto essere in pensione da almeno 10 anni, ci vuole lo scandalo. E spesso nemmeno quello. Perché anche se certi fatti sono noti ai più, il potere economico e di ricatto, non solo politico, di chi per troppi lustri ha manovrato le leve del comando è pressoché infinito.
Certo, le cifre raccontano che nel loro complesso queste elezioni le ha perse sonoramente solo il centro-destra. A scorrere l’elenco delle centinaia di comuni conquistati può persino venire la tentazione di dar ragione a Pierluigi Bersani quando esulta per i suoi risultati .
La vittoria del PD, proprio come dicono i numeri, infatti c’è stata, ma al contrario di quanto dice il segretario è carica se e di ma. A Palermo e a Genova, come era già accaduto a Milano e a Napoli, i candidati appoggiati dai vertici del partito hanno fatto poca o nessuna strada. Mentre, calcolata l’astensione, un primo esame delle vittorie del centro-sinistra lascia legittimamente ritenere che non sia avvenuto alcun travaso di voti. Chi votava Pdl o Lega, non ha quasi mai votato Pd. È rimasto a casa.
Il perché è semplice. I partiti non hanno solo bisogno (come il pane) di coraggio e idee nuove. Hanno bisogno di uomini e di donne sulle cui gambe quelle idee possano camminare. E non solo a livello locale. Sono le oligarchie centrali che devono crollare.
Da questo punto di vista però c’è da essere ottimisti.
I risultati del Movimento 5 stelle, ma anche quelli di Genova e Palermo (dove Orlando ha stravinto solo contro tutti), rappresentano una crepa destinata ad allargarsi. Lasciano intuire che davvero nel 2013 la diga può venire giù di colpo.
Per questo è giusto cominciare fin da ora a interrogarsi sul dopo. C’è un Paese da ricostruire. Ci sono priorità e programmi da stabilire.
E se poi a Parma un gruppo di cittadini normali riuscirà a risolvere problemi enormi – come la sostituzione in corsa di un costosissimo inceneritore e la buona amministrazione del quotidiano in un Comune messo in ginocchio da centinaia di milioni di debiti – altri cittadini capiranno che, impegnandosi in prima persona, davvero ce la si può fare.
Prima che, per tutti noi, sia troppo tardi.
di Peter Gomez per ilfattoquotidiano.it
La circolare del ministero dell'Economia sull'Imu conferma una interpretazione molto restrittiva dei criteri per l'individuazione della prima casa, sulla quale l'aliquota è più leggera e si beneficia delle detrazioni. Viene del resto confermata l'impostazione del decreto Salva-Italia che non solo ha istituito la nuova imposta sugli immobili a valere anche sulla casa di abitazione, ma ha anche fissato precisi paletti antielusione rispetto alla vecchia Ici, dalla quale erano appunto esenti, dal 2008, tutti gli immobili che risultavano prime case, circa il 60% del totale. Tipico l'esempio dei genitori che davano in comodato d'uso (affitto gratuito) un secondo appartamento al figlio o alla figlia. In questo caso gli stessi genitori non pagavano l'Ici su nessuna delle due abitazioni, né quella dove vivevano né quella concessa in uso. L'Imu, invece, sarà dovuta su entrambe: con aliquota agevolata sulla loro casa e con l'aliquota base più alta su quella data al figlio, perché appunto considerata una seconda casa.
La prima casa
La circolare diffusa venerdì è chiara: «Rispetto a quanto previsto per l'Ici, la definizione di abitazione principale presenta dei profili di novità». Per prima casa si intende infatti quella nella quale «il possessore e il suo nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente». Quindi se alcuni membri della famiglia stabiliscono la loro residenza e dimora «in immobili diversi situati nel territorio comunale, le agevolazioni per l'abitazione principale e per le relative pertinenze in relazione al nucleo familiare si applicano per un solo immobile». In altri termini la prima casa «deve essere costituita da una sola unità», quella sulla quale si verifica la sussistenza di requisiti: possesso, residenza e dimora. Se quindi si hanno due case e una la si dà per esempio al proprio figlio perché ci vada a vivere, non basta che questi ci risieda e vi dimori, ma deve anche avere la proprietà della stessa (acquisita anche attraverso la donazione) o un diritto reale su di essa (per esempio l'usufrutto, anche se questo di solito si verifica col figlio che dà l'immobile al genitore).
Due prime abitazioni?
In un solo caso la circolare illustra un esempio di nucleo familiare con due immobili su entrambi i quali è possibile pagare l'Imu agevolata per l'abitazione principale. Si verifica quando i coniugi risiedano e abbiano la dimora abituale in comuni diversi, «ad esempio, per esigenze lavorative». Ma se marito e moglie fanno questa stessa cosa in due case ubicate nello stesso comune la doppia agevolazione non scatta più e l'aliquota base (0,4%) si potrà applicare solo su uno dei due immobili.
Casa in affitto e casa in comodato
Le norme antielusive hanno certamente una loro ragion d'essere, alla luce dei numerosi abusi che si sono verificati in passato con le residenze fittizie, per esempio con i figli sulle seconde case al mare o in montagna. Resta però il fatto che la norma può essere penalizzante per la famiglia se si osserva che i genitori che danno un appartamento al figlio con comodato d'uso sono fiscalmente trattati allo stesso modo che se lo danno in affitto sul mercato. Anzi sono penalizzati. In entrambi i casi, infatti, devono versare l'Imu sulla seconda casa e in più, sulla prima casa, perdono la detrazione di 50 euro sul figlio che non vive più con loro. Senza contare che sull'immobile concesso al familiare non incasseranno l'affitto.
Una casa su 4 esente
Nonostante tutto ciò, il governo stima che il 24% delle abitazioni principali, cioè 4,6 milioni su 19,2 milioni, non pagherà l'Imu. Perché? Per effetto delle detrazioni e del margine di manovra attribuito ai comuni. Essi, infatti, possono intervenire sull'aliquota dello 0,4% aumentandola fino a 0,6% o diminuendola fino a 0,2%. Inoltre possono aumentare la detrazione di 200 euro prevista sulla prima casa «fino a concorrenza dell'imposta dovuta, nel rispetto dell'equilibrio di bilancio. Tale facoltà - aggiunge la circolare - può essere esercitata anche limitatamente a specifiche fattispecie meritevoli di tutela, fermi restando, ovviamente, i criteri generali di ragionevolezza e non discriminazione». I comuni non possono invece variare l'importo della detrazione prevista per i figli che è, per il 2012 e il 2013, di «50 euro per ciascun figlio di età non superiore a 26 anni, a condizione che lo stesso dimori abitualmente e risieda anagraficamente nell'unità immobiliare adibita ad abitazione principale». Le detrazioni sui figli non possono in ogni caso superare 400 euro.
La parola dunque, almeno sulle aliquote e sulla detrazione prima casa, passa ai comuni, i quali, però, viste le ristrettezze di bilancio e i vincoli del patto di stabilità interno, hanno davvero scarsi margini.
Enrico Marro per corriere.it
Ma la prima scadenza è a giugno: quanto si paga?
Entro il 18 giugno bisognerà versare il primo acconto. Per quanto riguarda l'abitazione principale il contribuente può scegliere se pagare in tre o in due rate l'Imu dovuta calcolando l'aliquota dello 0,4% ed effettuando le detrazioni (200 euro più 50 per ogni figlio). Su una casa con rendita 1000 euro e con proprietario senza figli se si opta per le tre rate si pagheranno 157,33 euro a giugno, entro il 17 settembre se ne pagheranno altri 157,33 ed entro il 17 dicembre il saldo sulla base delle regole definitive. Se si scelgono le due rate si pagano a giugno 236 euro e poi si va direttamente a dicembre. Per la seconda casa e gli immobili non residenziali invece si può pagare solo in due rate, la prima delle quali calcolata sulla base dello 0,76%, la seconda, a dicembre, a saldo sulle aliquote definitive. Si può pagare solo con il modello F24 e, ulteriore complicazione, per tutti gli immobili diversi dall'abitazione principale bisogna scorporare la quota di spettanza del comune da quella dell'Erario centrale. Si parla tanto di semplificazioni, ma il compito per le persone anziane o poco istruite è davvero arduo e costringerà molti contribuenti ad avvalersi di assistenza esterna, sobbarcandosi quindi il costo di un'ulteriore tassa, anche se occulta.
Gino Pagliuca per corriere.it
Le polizze vita e i versamenti nei fondi pensione possono rappresentare uno strumento di difesa del debitore nei confronti dei propri creditori, anche a seguito del fallimento dello stesso. Queste, tuttavia, devono rispettare due specifiche condizioni: 1) devono assolvere a reali finalità di tipo previdenziale; 2) non devono essere oggetto di riscatto anticipato.
In altri termini, il diritto di impignorabilità e non sequestrabilità dei versamenti in polizze vita (o in fondi pensione) risulta inviolabile, ma solo se dietro alle polizze c'è una chiara finalità previdenziale e non quella di eludere indebitamente i creditori.
È quanto risulta dalla più recente giurisprudenza intervenuta sul tema a proposito di uno degli istituti riconosciuto dal codice (insieme al fondo patrimoniale e ai vincoli di destinazione) in merito alla limitazione della responsabilità patrimoniale del debitore nell'adempimento delle proprie obbligazioni (art. 2740 c.c.).
* L'inchiesta di ItaliaOggi Sette sui contratti assicurativo-finanziari è in edicola per tutta la settimana e in abbonamento online, anche per tablet
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L'affluenza in calo di 14 punti percentuali. Il grido di battaglia di Grillo: "Forza belin!". Il Pd sconfitto a Parma e a Palermo. Orlando a valanga. Il Sel Doria conquista Genova. Affonda la Lega Nord: persi sette ballottaggi su sette. Alle urne 118 Comuni: dalle 15 è partito lo spoglio. L'affluenza si attesta al 51,38% con un calo di 14 punti percentuali rispetto al primo turno. Le sfide clou: a Parma trionfa il grillino Federico Pizzarotti, a Genova il Sel Marco Doria, a Palermo l'Idv Leoluca Orlando. Dopo la vittoria di Sarego, il Movimento 5 Stelle vince pure a Comacchio con Marco Fabbri e a Mira con Alvise Maniero.

Secondo i dati dell'Istat, nonostante il forte incremento delle imposte, che in termini assoluti sono aumentate di 23,7 mld, il peso delle entrate tributarie rispetto al totale delle entrate degli enti e' sceso di oltre 4 punti percentuali, passando dal 44,7% al 40,3%. In pratica meno della meta' delle risorse degli enti locali arriva dai tributi che vengono applicati, mentre il resto arriva in gran parte dai trasferimenti dello Stato.

E' un fenomeno che non è rappresentato dai mass media quanto quello dei padri separati, ma che è molto più esteso. I dati ISTAT evidenziano che a veder peggiorare la propria condizione economica dopo la separazione sono soprattutto le donne (il 50,9% contro il 40,1% degli uomini), le quali, dopo l'interruzione dell'unione coniugale, ricoprono più spesso il ruolo di genitore solo (35,8% contro il 7,3% degli uomini).
Le madri si trovano in una condizione di svantaggio anche sul fronte lavorativo: al momento della separazione la maggior parte degli uomini sono occupati (83,1%), mentre le donne con un lavoro sono il 61,4 % (il 52,7% a tempo pieno e l’8,7% part-time).
Cos'è che in Italia porta le donne ad essere meno disponibili al lavoro? Il peso della famiglia e della casa a loro esclusivo carico, secondo la spartizione dei ruoli che si realizza nella famiglia italiana tradizionale, che oggi per lo più ha abbandonato questa tradizione per molti aspetti tranne che per quello, più oneroso, delle mansioni domestiche.
Se accanto alla condizione lavorativa si considera anche la distribuzione dei redditi, emerge che il 27% delle donne che vivono sole in seguito a una separazione o un divorzio si trova nel quinto più povero della popolazione. Le donne inoltre hanno una maggiore probabilità rispetto agli uomini di trovarsi a rischio di povertà e quindi a incontrare difficoltà nel mantenimento dei propri figli.
Fin qui dati ISTAT, ma chi non ha mai appreso dai racconti di vita vissuta, dalle parole di qualche madre separata, un altro dato cruciale: molti padri dopo la separazione smettono di occuparsi del mantenimento economico dei figli, i quali restano totalmente a carico delle madri. Senza dubbio su questo comportamento incidono la crisi economica e le difficili condizioni dei padri separati, ma resta il fatto che il maggiore disagio economico riguarda le donne.
Vi sono purtroppo numerosi casi di negligenza esplicita, ossia di padri che dopo la separazione smettono di mantenere i figli non perché non possono, ma perché non vogliono. Questa situazione grava non solo sulle madri, ma anche sui figli, quelle nuove generazioni che si trovano a fare i conti con risorse ancora più limitate da investire nel loro (presente) futuro. Chi si trova, ad esempio, a dover mantenere figli che studiano fuori sede sa bene di quali costi si parla.
Per risolvere questo problema ci vuole da parte dello Stato un monitoraggio costante delle coppie separate e dei corrispondenti assegni di mantenimento, perché troppe donne accettano la violenza economica e, convinte che il gioco non valga la candela, non procedono legalmente contro l'ex marito e padre insolvente. Il Ministero dell'Istruzione si occupa dei servizi scolastici. Se ci deve essere un Ministero delle Pari Opportunità, deve occuparsi anche e soprattutto di questo.
Camilla Dacrema per italiafutura.it

Camilla Dacrema, 26 anni, esperta di identità femminile, é laureata alla Facoltà di Filosofia dell'Università San Raffaele di Milano. Allieva di Emanuele Severino, collabora con A e con Sky.
Ultimo fango a Zagarolo, ma pure a Gallicano nel Lazio, Tivoli, e soprattutto a San Vittorino, bellissimi paesi costruiti sul tufo. È in arrivo, nei paraggi, in località Corcolle, la nuova discarica di Roma. Ancora un po’ di mal di pancia ed è fatta. Centinaia di migliaia di metri quadri zeppi e poi zuppi, di immondizia, percolato che percola, devastazione del territorio, alterazione permanente dell’ecosistema, deprezzamento ambientale definitivo (e certo anche economico), soppressione di attività agricole e di allevamento, agriturismi e iniziative a basso impatto ambientale da cancellare. La zona la conosco bene, ci vado in bicicletta. È quel che resta della meravigliosa campagna romana che turbò il cuore dei romantici tedeschi, li fece dipingere, scrivere versi, storditi e innamorati dal verde e dal sole. Una coltellata che puzza. Dopo aver ucciso la cintura prossima alla città, cementando tutto con i mostruosi quartieri di Tor di Nona e Roma Est, si passa all’attacco dell’ultimo lembo ancora intatto di Agro Romano. A pochi passi da Villa Adriana, Patrimonio dell’Umanità per l’Unesco (a rischio la denominazione), quasi sulle rive dell’Aniene, nei pressi del castello di Corcolle e soprattutto ai margini della meravigliosa tenuta di Passerano, mille ettari di verde, un polmone straordinario, l’area a più basso inquinamento luminoso di tutta la provincia romana. Ci sto proprio male. Con un po’ di intelligenza non verrebbe in mente di imbrattare così un territorio disseminato di reperti storici di importanza pazzesca: il basolato romano della via Prenestina, le strade di accesso per l’antica Praeneste, il sito archeologico di Gabi e la fuga verso meravigliosi borghi a pianta medioevale. Dove si dovrebbe imporre un vincolo e una tutela integrale paesaggistica e archeologico-culturale si organizza una megadiscarica. Bene così. E ora aspettiamoci mesi e mesi di sbancamenti, lavori senza sosta, sensi unici alternati, camion a centinaia giorno e notte, puzze di ogni genere. Il resto lo sappiamo già, non siamo nati ieri. Al degrado seguirà il degrado e, squarciata l’integrità verde dell’area, tanto varrà offrire concessioni edilizie, sanare, “andare a completamento”, cementare. Magari qualche nuova area di servizio per carburanti? Magari qualche deposito di materiali edili? E perché no una bella zona industriale con tanto di capannoni bianchi prefabbricati? Come al solito è il modello di sviluppo che non va. Se serve una nuova discarica (non dicano che è provvisoria perché niente e più definitivo di ciò che si annuncia provvisorio), la si faccia in territori già degradati. Roma se ne può fare facile vanto e ringraziare i suoi amministratori di destra e di sinistra. Firmato un uomo di sinistra. (da unita.it)
Gli aumenti record di Milano, gli esempi delle case di cura e degli esercizi commerciali.
Nelle pieghe dell'Imu è nascosta un'insidia che forse non è ancora stata messa in luce a sufficienza: la nuova imposta potrebbe portare nel tempo a un forte aumento dell'inflazione (GUARDA IL GRAFICO), perché colpisce molto duramente gli immobili di impresa e quindi i costi fissi delle aziende.
IL RECORD - A Milano - manca l'ufficialità dell'aliquota definitiva - potrebbe succedere che un negozio paghi il 243% in più rispetto all'Ici applicata lo scorso anno; solo un po' più lieve l'incremento per gli uffici, che vedranno l'esborso aumentare del 239%. Nella metropoli lombarda il balzo è così forte perché l'aliquota Ici era contenuta (lo 0,5%) ma il discorso cambia di poco a Roma, dove invece si applicava già l'aliquota massima dello 0,7%; e poco importa se chi occupa l'immobile è il proprietario e quindi deve pagare direttamente o è inquilino: in questo secondo caso aumenterà il canone.
LA CIRCOLARE - Alcuni dei dubbi sull'applicazione dell'Imu sono stati chiariti da una circolare e dalla presentazione dell'Agenzia delle entrate dal suggestivo nome «Imu semplice»: il fatto che la presentazione sia di 57 diapositive e la circolare di 64 pagine sembrerebbe contraddire la lodevole intenzione dell'Agenzia. Dalle spiegazioni giunte da Roma ci sono anche notizie positive, ad esempio quella sul trattamento fiscale delle case degli anziani ricoverati: lo Stato rinuncia alla sua quota e lascia ogni decisione ai Comuni. Resta comunque il fatto che l'imposta è complicata da calcolare e da pagare, anche per le sue modalità di versamento e rischia di riservare ancora molte sorprese. A farlo sospettare è il fatto che tra i calcoli dell'esecutivo e quelli dei Comuni c'è una differenza di 2,5 miliardi di euro sul gettito potenziale dell'imposta. Qualcuno sta sbagliando i conti.
LA MANOVRA - I contribuenti però devono decisamente fare il tifo per il governo: se infatti avessero ragione gli amministratori locali sarebbe necessaria una manovra al rialzo di un decimo di punto delle aliquote con conseguenze non indolori nemmeno per i proprietari di prima casa: infatti su un'abitazione con rendita catastale da mille euro applicare lo 0,5% anziché lo 0,4% significa dover pagare, al netto delle detrazioni e in assenza di figli, ben 168 euro in più, ovvero 640 euro anziché 472. (da corriere.it)
Su cento consensi per il Movimento 5 Stelle, 24 provengono dal Pd, 22 dal Pdl, 20 dall'astensione, 18 dalla Lega e 7 dall'Idv. Un'analisi dell'istituto Demopolis sul fenomeno elettorale dell'anno. Che oggi è attorno al 12 per cento e può arrivare fino a un tetto del 20.
La nuova legge elettorale? Bloccata. Quella per tagliare il finanziamento ai partiti? Non pervenuta. Tutte le altre riforme? Impantanate. L'azione del governo? Già finita. Da noi è il Palazzo che ci sta portando verso la Grecia. Se Atene fallisce l'Italia rischia un contagio economico ma soprattutto politico. Aumenterebbero le spinte populiste a uscire dall'euro. Con conseguenze disastrose.
I bookmaker di Londra non accettano più scommesse sull'uscita della Grecia dall'euro: viene data pressoché per certa. A rendere questa scelta inevitabile non sono tanto ragioni economiche, ma ragioni politiche. Basta citare un breve dibattito che ho avuto con un ex consulente del Fondo monetario internazionale. Alla mia richiesta di cosa avrebbe fatto se gli fosse stato attribuito il potere assoluto in Grecia, mi ha risposto che avrebbe seguito fedelmente il piano di austerità e riforme strutturali delineato da Lucas Papademos, il primo ministro tecnico uscente.
Ma quando poi gli ho chiesto che reazione avrebbe avuto se la tensione sociale avesse minacciato il suo potere, ha risposto immediatamente: "Uscirei subito dall'euro". Qui sta il dilemma. Ammesso (e non concesso) che l'austerità funzioni, ha bisogno di tempo. E la gente non può più aspettare. Con il prodotto interno lordo che si è ridotto del 17 per cento dall'inizio della crisi (e continua a scendere), la disoccupazione che è salita al 22 per cento, e più di un giovane su due senza lavoro, i greci non ce la fanno più. Quando non si manifesta in piazza, questo scontento si riflette nelle urne. Dopo la disfatta elettorale dei partiti che hanno concordato il piano di austerità, nessun leader vuole suicidarsi politicamente sostenendolo. La stragrande maggioranza dei greci non vuole uscire dall'euro, ma non vuole neppure accettare il piano di austerità. D'altra parte, il Fmi e la Banca centrale europea non possono fare concessioni sui loro prestiti, per motivi reputazionali. Lo facessero, come potrebbero non garantirle a tutti gli altri Stati debitori in difficoltà? Rimane la possibilità di ulteriori aiuti da parte della Germania. Ma questo sarebbe un suicidio per la Merkel.
In questo contesto, governare la Grecia è come far quadrare il cerchio. Non è un caso se i tentativi di formare un governo si sono esauriti in pochi giorni e i partiti sono più desiderosi di tornare al voto che di assumersi la responsabilità di governo. La Grecia oggi ricorda l'Argentina del 2001, quando i presidenti si succedevano con lo stesso ritmo. Allora finì con il default e la rottura della parità tra il pesos argentino e il dollaro. Qui finirà nello stesso modo. E poi?
L'uscita della Grecia dall'euro implica necessariamente il default dello Stato greco sul suo debito. La Grecia non è in grado di pagare i suoi debiti oggi, tanto meno sarà in grado di farlo dopo aver reintrodotto la dracma, che si svaluterà fortemente rispetto all'euro. Come nel caso dell'Argentina il default sarebbe totale. Una volta pagato il costo politico di un default, allo Stato greco conviene non pagare più nulla. Questo comporterebbe il fallimento delle banche greche, che sono imbottite di titoli di Stato. Per permettere loro di funzionare lo Stato dovrebbe indebitarsi nuovamente per sostenerle. Visto che nessuno vorrà sottoscrivere il suo debito lo farà stampando moneta. Seguirà un'elevata inflazione. Per evitare la fuga di capitali, la Grecia dovrà introdurre controlli ai movimenti di capitale e, probabilmente, anche un congelamento di parte dei depositi bancari, come fece l'Argentina. Almeno all'inizio, però, la svalutazione della dracma ridarebbe competitività alla Grecia. Anche se Atene non ha un forte settore export, una svalutazione del 40-50 per cento può fare miracoli. E se i disordini di piazza si placano la Grecia può diventare la meta turistica d'Europa.
Dal punto di vista economico la Grecia non è un Paese rilevante e questi scenari catastrofici non dovrebbero influenzare direttamente l'economia italiana. L'esposizione del sistema bancario nazionale nei confronti della Grecia è di solo 1,5 miliardi di euro. Indirettamente, però, l'Italia rischia due tipi di contagio. Il primo è un contagio psicologico. Il giorno in cui vedremo i cittadini greci fare la coda per cercare di ritirare i risparmi dalle loro banche, il panico potrebbe diffondersi anche in Italia e in altri Paesi europei a rischio. Se tutti si precipitano in banca, la corsa agli sportelli si trasforma in una profezia autorealizzantesi: a meno di un aggressivo intervento della Bce, le banche non sarebbero in grado di farvi fronte da sole. Né potrebbero gli Stati sovrani, già fortemente indebitati, intervenire in soccorso. Anzi la crisi bancaria trascinerebbe in default anche gli Stati sovrani. (leggi il resto dell'articolo di Luigi Zingales su l'espresso.it)
Le falsità del governo Monti sull'IMU: parlano del 30% delle famiglie esenti, con una imposta media da versare di circa 200 euro. Ma facendo i conti su un appartamento medio-piccolo del valore catastale di 800 euro, l'imposta da pagare, sottratti i 200 euro di detrazione familiare, è di 337 euro. Il calcolo è fatto con l'aliquota del 4 per mille, ma tenendo presente che molti comuni aumenteranno l'aliquota, l'importo aumenta: a Roma è del 5 per mille e l'importo da pagare passa a 472 euro....!! Come li fanno i calcoli i tecnici ben pagati di Monti? Volete sapere quanto bisogna pagare se la rendita catastale della prima casa è di appena 300 euro con l'aliquota di base del 4 per mille? con la detrazione bisogna pagare 2 euro. Ma quale appartamento ha una rendita così bassa? solo se ha una superficie di circa 30 mq. |







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