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CALCIO TOTALE SENZA MONDIALE. Nel 1974 la Coppa del Mondo Fifa si gioca nella Germania Ovest. L’Italia gioca un brutto mondiale ed esce nel girone eliminatorio fatta fuori da Polonia e Argentina. Il Brasile non ha più Pelè e si vede. Passa il primo turno ma viene eliminato dalla favorita di quella rassegna, l’Olanda, una squadra che cambierà in maniera definitva la storia del calcio. Gli olandesi sono i primi ad applicare sistematicamente tattiche di gioco quali il pressing e il fuorigioco. E’ il cosiddetto “calcio totale” nel quale i giocatori hanno ruoli intercambiabili e si spostano su tutto il campo di gioco. Il suo “profeta” è Johann Crujff.
Gli olandesi arrivano facilmente in finale e di fronte hanno i padroni di casa. E’ la classica sfida fra vecchio e nuovo e, come spesso accade, a prevalere è il primo. Gli olandesi segnano subito non facendo mai toccare palla ai tedeschi. Ma presto la partita cambia registro e alla fine i tedeschi la spuntano 2-1.
Quattro anni dopo il Mondiale viene organizzato dall’Argentina guidata dalla dittatura militare di Videla. L’Italia è guidata da Enzo Bearzot e gioca un calcio che esalta gli appassionati. Vince il girone a punteggio pieno, permettendosi di battere anche i padroni di casa argentini grazie ad un gol di Bettega, a coronamento di una splendida azione corale. Nel girone successivo la partita decisiva è contro l’Olanda priva di Crujiff. L’Italia va avanti grazie ad un’autorete, ma due gol da fuori aerea (il portiere Dino Zoff verrà ferocemente criticato) ribaltano le sorti del match. Gli “orange” sono di nuovo in finale. Nell’altro girone se la giocano Argentina e Brasile. Entrambe hanno battuto la Polonia. Lo scontro diretto finisce 0-0. L’Argentina gioca l’ultima contro il Perù, già battuto dal Brasile. Il Brasile è avanti nella differenza reti. L’Argentina deve vincere con almeno tre gol di scarto. Il portiere del Perù si chiama Quiroga ed è di origini argentine. La partitia finisce 6-0 e gli argentini volano in finale fra mille sospetti. La finale vede ancora una volta l’Olanda soccombere. Ancora una volta contro i padroni di casa. Finisce 3-1 grazie ad una doppietta dell’idolo locale Mario Kempes.
IL "MUNDIAL" DEL 1982. Si gioca in Spagna, appena uscita da mezzo secolo di dittatura. L’Italia di 4 anni prima sembra un ricordo sbiadito. La squadra di Bearzot si è qualficata con il fiatone e ha stampa e opinione pubblica contro. Ha un girone facile (Peru, Camerun, Polonia) che viene passato a fatica e solo grazie ad un chiacchieratissimo pareggio per 1-1 con il Camerun. Agli italiani questa Nazionale non piace e i giocatori si chiudono in silenzio stampa. Il successivo girone è terribile: ci sono Brasile e Argentina. Nessuno crede che l’Italia possa andare avanti. La prima sfida è contro l’Argentina dell’astro nascente Diego Armando Maradona. Lo stopper Claudio Gentile gli si incolla addosso e non lo fa respirare. Con Maradona fuori gioco gli italiani la spuntano 2-1 con gol di Cabrini e Tardelli. Nel Paese torna la passione, ma di fronte gli azzurri hanno ora il Brasile. I verdeoro sono fortissimi e strafavoriti. Ma il 5 luglio si sveglia Paolo Rossi, fino a quel momento un fantasma in campo. La sua convocazione aveva creato anche diversi problemi a Bearzot visto che l’attaccante veniva da una squalifica di quasi due anni per lo scandalo del calcioscommesse. Quel pomeriggio Rossi trasforma in oro tutto quello che tocca. E il Brasile si inchina 3-2. Ora la squadra di Bearzot viaggia sulle ali dell’entusiasmo e in semifinale spazza via la Polonia di Boniek grazie ad altri due gol di Rossi. In finale il 12 luglio 1982 la squadra incontra la Germania Ovest, onnipresente. Nel primo tempo Cabrini manda fuori un calcio di rigore, ma neanche questo interrompe quella sorta di flusso magico che si è creato in squadra. Rossi, Tardelli e Altobelli firmano tre gol in 25 minuti. Il gol di Breitner serve solo per le statistiche. 3-1 e Nando Martellini può gridare per tre volte “Campioni del Mondo”
“LA MANO DE DIOS”. Nel 1986 il Mondiale si sarebbe dovuto giocare in Colombia, ma a causa di problemi interni il paese sudamericano cedette l’onore al Messico. L’Italia guidata per la terza volta da Bearzot passa abbastanza agevolmente il primo turno, ma negli ottavi di finale cede senza lottare contro la Francia del grande Michel Platini.
Quello messicano è forse l’unico torneo in cui a vincere non è stata tanto una squadra, quanto un giocatore: Diego Armando Maradona. Il fenomeno argentino è maturato dai mondiali spagnoli. Ha 26 anni, è nel pieno della maturità calcistica e si vede. Una partita lo fa entrare nella leggenda. Per due motivi. Nei quarti di finale la sua nazionale incontra l’Inghilterra. E’ un match che va al di là dello sport. Gli argentini hanno ancora addosso l’umiliazione della guerra persa contro i sudditi di Sua Maestà per il possesso delle Falkland-Malvinas. Quel pomeriggio Maradona fa dimenticare tutto. Prima segna il gol dell’1-0 con una mano galeotta non vista dall’arbitro (lui stesso la ribattezzerà a caldo la “mano de Dios”, la mano di Dio) e dopo segna il più bel gol della storia del calcio. Prende palla a centrocampo, salta tutti i difensori inglesi compreso il portiere e deposita la palla in rete... Qualche giorno più tardi gli argentini battono in finale la solita Germania Ovest per 3-2 dopo i tempi supplementari. 16 anni dopo Pelè lo stadio Atzeca celebra il nuovo dio del calcio.
ITALIA 90’. Dopo più di mezzo secolo il nostro Paese torna ad ospitare un Mondiale. Gli azzurri sono guidati da Azeglio Vicini che ha preso il posto di Bearzot dopo aver guidato l’Under 21. La squadra è un mix di giovani che Vicini ha portato con sè e uomini della vecchia guardia. La Nazionale non è spettacolare ma vince tutte le partite. Il trascinatore è un ragazzo siciliano convocato a sorpresa: Salvatore Schillaci. I suoi occhi spiritati dopo ogni gol sono il simbolo di questa squadra amatissima dal pubblico. La principale contendente degli azzurri sembra essere l’inossidabile Germania Ovest, un verro carro armato che avanza sicura verso la finale. Le semifinali vedono di fronte tedeschi e inglesi da una parte e Italia-Argentina dall’altra. Per uno scherzo del destino gli azzurri si giocheranno l’accesso alla finale contro Maradona e nel suo stadio, il San Paolo di quella Napoli che lo venera come un dio. Gli azzurri passano in vantaggio con un gol (in netto fuorigioco) del solito Schillaci. Sembra fatta, ma ecco che la difesa (fino a quella partita impeccabile) si fa infilare di testa da un altro giocatore che milita nel campionato italiano: Claudio Caniggia. E a questo punto accade un fatto strano. Parte dello stadio inizia ad inneggiare l’Argentina, o meglio, Maradona. I giocatori italiani sono palesemente straniti. Si arriva così ai calci di rigore. E quella sera inizia una lunga maledizione dal dischetto che gli azzurri si porteranno dietro per anni.
Quattro giorni si gioca la finale a Roma fra Argentina e Germania Ovest, alla terza finale consecutiva. Il pubblico, in maniera poco civile, fischia l’inno argentino mandando su tutte le furie Maradona. La finale è noiosissima e viene risolta da un calcio di rigore inesistente assegnato ai tedeschi e realizzato a pochi minuti dalla fine da Brehme. I tedeschi vincono la terza coppa della loro storia.
11 METRI MALEDETTI. Il “carrozzone” del Mondiale sbarca negli Stati Uniti, ultima frontiera del calcio. Gli azzurri sono guidati da Arrigo Sacchi che tanto bene ha fatto alla guida del Milan. Ma il gioco del commissario tecnico, che ha bisogno di allenamenti costanti e intensivi, male si adatta alla Nazionale. Gli azzurri arrancano ma avanzano anche grazie ad un pizzico di fortuna. Negli ottavi di finale la squadra di Sacchi incontra la Nigeria. A due minuti dalla fine gli azzurri sono sotto di un gol e ridotti in dieci uomini. Ma ecco che si sveglia l’uomo più atteso e fin lì deludente del nostro Mondiale: Roberto Baggio. Prima pareggia, poi nei supplementari firma la vittoria su calcio di rigore. Ai quarti è sempre lui a segnare la rete-qualificazione al 90’ contro la Spagna. Ed è una sua doppietta a stendere la sorprendente Bulgaria in semifinale. Sembra di rivivere la storia di Paolo Rossi al Mondiale del 1982. Ma a fine partita Baggio si tocca la coscia. Ha un risentimento muscolare e la sua presenza per la quinta finale della storia della Nazionale è in dubbio. Baggio stringe i denti, ma il giorno della finale contro il Brasile della coppia Romario – Bebeto non riesce ad incidere. La partita è inguardabile, bloccata dal tatticismo e dal gran caldo. Si arriva ai calci di rigore e la maledizione si ripete. Gli azzurri fanno fatica a centrare la porta verdeoro e l’ultimo errore dal dischetto, proprio di Baggio, consegna la quarta coppa del mondo ai brasiliani.
CHAMPAGNE FRANCESE. Il 1998 è l’anno dei mondiali francesi. La nostra Nazionale è guidata da Cesare Maldini che, come Vicini, viene dall’Under 21. E come Vicini promuove nella Nazionale maggiore diversi giovani di belle speranze come Fabio Cannavaro, Christian Vieri e altri. La squadra è talentuosa e avrebbe in Alessandro Del Piero la stella. Ma l’attaccante juventino, reduce da una stagione strepitosa, è incappato in un’infortunio poco prima del Mondiale. Inoltre a fargli ombra c’è un certo Roberto Baggio. La squadra vince agevolmente il girone eliminatorio ed elimina la Norvegia negli ottavi. Del Piero non riesce a carburare, ma a fare i gol ci pensa Christian Vieri. Nei quarti di finale l’ostacolo è di quelli durissimi: la Francia padrona di casa. La partita è vibrante e l’Italia resiste agli assalti francesi, rischiando anche di segnare, con Roberto Baggio, il gol vittoria nei supplementari. Ma si arriva nuovamente ai rigori e, come nelle due precedenti edizioni, dal dischetto gli azzurri si dimostrano tutt’altro che precisi.
I francesi arriveranno poi in finale. La squadra transalpina è rinata dopo oltre dieci anni di anonimato. A prendere idealmente il testimone di Platini è un giocatore di origini algerine: Zinedine Zidane. Oltre ad essere il più talentuoso è anche il simbolo di una nazionale multietnica che ha fatto innamorare la Francia. Giunti in finale, i galletti se la vedranno con i campioni del mondo uscenti del Brasile. Nelle fila dei verdeoro gioca il centravanti più forte al mondo, soprannominato il “Fenomeno”: Ronaldo. Il quale ha già dato prove della sua forza durante tutto il Mondiale. Ma il giorno della finale il brasiliano è un fantasma, si regge in piedi a malapena. Pochi minuti prima della partita ha avuto una crisi non meglio precisata e lo staff medico brasiliano ha deciso di farlo giocare ugualmente, probabilmente sotto pressione degli sponsor.
Se il Brasile gioca in 10, la Francia ha un intero Paese che la spinge. E se Ronaldo si spegne a illuminare la serata ci pensa Zinedine Zidane che realizza due gol fotocopia nel primo tempo. I francesi vincono 3-0 e per la prima volta nella storia si laureano campioni del mondo.
IL MONDIALE PIU’ BRUTTO DI SEMPRE. Nel 2002 il Mondiale sbarca in Asia. Ad organizzarlo sono Giappone e Corea del Sud. L’Italia è guidata da Giovanni Trapattoni, vecchia volpe del calcio italiano che sulla panchina della Juventus ha vinto tutto. La squadra arriva in Estremo Oriente data fra le favorite. Ma dopo un buon esordio con l’Ecuador iniziano i problemi. L’Italia viene battuta dalla Croazia e si qualifica per un soffio grazie ad un pareggio sofferto con il Messico. Negli ottavi gioca contro la Corea del Sud. Sulla panchina degli asiatici siede Guus Hiddink, ma la squadra coreana è quella che è. Il problema però è l’Italia. Passa in vantaggio con Vieri ma poi smette di giocare. I coreani pareggiano a due minuti dalla fine e nei supplementari sale in cattedra l’arbitro Byron Moreno che favorisce platealmente i coreani, i quali segnano il gol vittoria al 117’. 36 anni dopo ecco un’altra Corea. I padroni di casa verranno di nuovo aiutati dall'arbitro anche nel turno successivo quando elimineranno ai calci di rigori la Spagna. Fermeranno la loro “strana corsa” solo in semifinale battuti dalla Germania. I tedeschi in finale se la vedono con il solito Brasile. La stella è ancora una volta Ronaldo. Il fuoriclasse brasiliano solo due anni prima ha rischiato di chiudere in largo anticipo la carriera a causa di un terribile infortunio al tendine rotuleo della gamba destra. Dopo più di un anno di stop è tornato in campo presentandosi in ottime condizioni al Mondiale. Ed in finale cancella anche il brutto ricordo di 4 anni prima segnando la doppietta che consegna ai brasiliani la loro quinta coppa del mondo nel mondiale tecnicamente meno spettacolare di sempre.
Il 2006? E' un ricordo troppo impresso nella memoria di tutti... “Il cielo è azzurro sopra Berlino”...
CLAUDIO FORLEO
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