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SPORT - Formula 1

E’ passato quasi sotto silenzio. Il primo maggio la gente fa gite fuori porta e l’attenzione dei media è concentrata sulle dichiarazioni dei politici e sulle polemiche sterili che la Festa dei Lavoratori porta ogni anno con sè. Ma il primo maggio, per chi ama lo sport e in particolare i motori, è una data triste.

Il 1°maggio 1994 morì Ayrton Senna. Considerato da tra i più grandi (se non il più grande) piloti della storia della Formula Uno. Simbolo di un’epoca che non c’è più, quella in cui era il pilota a vincere le gare e non l’elettronica o la strategia scelta dai box, Senna non detiene alcun record. Vittorie, titoli mondiali, pole position. Nella classifica di tutti i tempi hanno vinto di più Michael Schumacher, Juan Manuel Fangio, Alain Prost. Anche perchè Senna fu strappato alla vita a 34 anni, non molti per la Formula Uno.

CHI ERA E COSA RAPPRESENTAVA. Senna, a differenza dei piloti citati, era qualcosa di più di un vincente in pista. E non perchè sia morto giovane, per giunta alla guida della sua vettura. Quando muore un grande sportivo i mezzi di informazione tendono a ingigantirne il mito. Ma il pilota brasiliano era già entrato nel mito da vivo. Per la sua carriera, le sue vittorie quasi mai banali, per la sua incredibile capacità comunicativa (merce rara nel mondo delle corse), per la sua spiritualità espressa e mai ostentata. Le interviste di Senna non erano mai banali, la vita, i tronfi e le cadute di Ayrton non sono stati banali. Per questo motivo gli appassionati della Formula Uno che fu, interrogati su chi sia stato il più grande, ti rispondono quasi sempre Ayrton Senna e non Michael Schumacher che ha vinto il doppio rispetto al pilota brasiliano.

Senna nasce il 21 marzo 1960 a San Paolo, in Brasile. Nonostante nasca da una famiglia borghese che gli ha permesso sin da piccolo di coltivare la sua passione per i motori, Senna instaurerà durante la sua carriera un rapporto quasi mistico con il popolo verdeoro, quello delle favelas, le baraccopoli brasiliane. Amatissimo, idolatrato. Una sinergia che ricorda quella di Diego Armando Maradona con gli argentini. Ma se Maradona veniva dal popolo, Senna era di famiglia ricca e aiuterà sempre il popolo delle favelas con ricche somme di denaro devolute in beneficienza, compresa una grossa fetta del suo testamento. Ma non farà mai pubblicità a sè stesso. Lo si verrà a sapere solo dopo la sua morte.

LA CARRIERA. L’approdo in Formula Uno avviene nel 1984 con la Toleman. E’ una scuderia piccola, la macchina è quella che è. Senna fa conoscere il suo talento al mondo durante il Gran Premio di Montecarlo, dove l’abilità del pilota conta più dei cavalli nel motore. Nel Principato quel giorno piove e nasce così la leggenda del “mago della pioggia”. La sua Toleman arriva seconda. La gara viene interrotta proprio mentre stava andando a riprendere, in testa alla corsa, il già grande Alain Prost. Nel 1985 passa alla Lotus e arriva la prima vittoria in Portogallo. In tre anni vince 6 gare, poi lo chiama la Mclaren. Farà coppia con Alain Prost. E nascerà una delle più grandi rivalità nella storia dello sport.

Senna e Prost sono come acqua e olio. Sorridente, espressivo, grintoso il primo. Accigliato, di poche parole e calcolatore il secondo. Hanno una sola cosa in comune: la velocità in pista. Le stagioni 1988 e 1989 sono tra le più belle di sempre. Vincono un titolo mondiale a testa. Il giovane Senna vince il primo anno. L’anno dopo c’è la rivincita del “Professore”. I duelli sono meravigliosi, in pista e fuori. Prost vince nel 1989 grazie anche ad una strana squalifica che Senna riceve durante il gran Premio decisivo della stagione, quello in Giappone. Prost fa le valigie e va alla Ferrari che non vince da 11 anni. Il mondiale 1990 si decide ancora in Giappone. Senna parte davanti a tutti. Affianco c’è il rivale. Il brasiliano non ha mai dimenticato la strana vittoria di Prost dell’anno precedente e alla prima curva esce di pista. E porta con sè il pilota francese. Mondiale al brasiliano e polemiche infinite.

Nel 1991 la macchina più veloce è la Williams di Nigel Mansell. Ma Senna, forte di un avvio di stagione strepitoso, rintuzza la rimonta del pilota inglese e conquista il terzo titolo. Quell’anno coglie la sua prima vittoria in Brasile. Non c’era mai riuscito prima. A pochi giri dalla fine, mentre Senna è in testa, alla sua Mclaren salta il cambio. Con uno sforzo fisico enorme riesce a portare la macchina al traguardo. Rimarrà negli occhi di tutti i brasiliani l’immagine di un Senna distrutto e in lacrime che sul podio fa uno sforzo enorme per alzare il trofeo del primo classificato.

Il 1992 e il 1993 sono gli anni della Williams. Senna mastica amaro, la sua macchina prende più di un secondo al giro. Impossibile lottare per il Mondiale. Ma la sua classe è cristallina e compie ugualmente degli autentici capolavori quando gli è possibile. Memorabile il Gran Premio di Donington nel 1993, corso sotto la pioggia. Senna alla prima curva è quinto. Al passaggio del primo giro è in testa. Gli altri guidano sulle uova, lui sembra volare.

IMOLA 1994. A fine stagione lascia la Mclaren. Vuole vincere l’ultimo titolo e ritirarsi. Approda alla Williams. Il miglior pilota sulla miglior macchina. Per tutti gli esperti sarà il Mondiale più scontato degli ultimi anni. Non è così. La Williams non si adatta a Senna, o forse è il contrario. Due gare zero punti. Poi arriva il Gran Premio di San Marino a Imola. E’ una mattanza. Il 29 aprile Rubens Barrichello fa un’incidente spettacolare ma ne esce clamorosamente illeso. Il 30 aprile in prova muore il pilota austriaco Roland Ratzenberger. Senna è terribilmente scosso. La sua espressione sulla grigilia di partenza il giorno dopo è inequivocabile. E’ il fantasma di sè stesso. Nell’abitacolo, lo si scoprirà anni dopo, portava una bandiera austriaca da sventolare in caso di vittoria. Dopo pochi giri, mentre è al comando della gara, Senna va fuori pista alla curva del Tamburello. Si schianta senza decellerazione contro un muro. La macchina è a pezzi e lui dentro l’abitacolo non si muove. Un elicottero atterra sulla pista per trasportarlo all’ospedale di Bologna. Lascia una chiazza di sangue enorme. Si spegne alle 17,50.

UN PAESE, UN SIMBOLO. Il giorno dei suoi funerali il Brasile si ferma. Oltre un milione di persone accompagnano il carro trainato da cavalli che porta il feretro al cimitero. A portare la bara in spalla ci sono l’amico Gherard Berger e il rivale di una vita, Alain Prost, con il quale aveva chiarito tutti i dissidi l’anno prima. Per capire lo stato d’animo dei brasiliani quel giorno, è bene ricordare il commento di un’abitante delle favelas ,intervistato in lacrime durante il funerale. Non era ancora il Brasile, potenza economica emergente, che è oggi: “Ayrton ci ha lasciati. Se adesso non vinciamo il Mondiale di calcio per noi è davvero finita”.

Tutto ciò che ho ottenuto attraverso la dedizione, la perseveranza, nasce dal grande desiderio di centrare i miei obiettivi. Desideri di vittoria. Vittoria nella vita, non come pilota. E a voi che vedrete, o che state vedendo ora, dico che chiunque voi siate, qualunque sia la vostra posizione, di altissimo livello o il più basso gradino sociale, abbiate sempre come meta molta forza, molta determinazione e fate sempre tutto con molto amore e con molta fede in Dio” (Ayrton Senna)

CLAUDIO FORLEO

 
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