capture 052 08072021 105537Senza aver mai ricevuto una vera validazione scientifica, la multiterapia continua a sopravvivere sottotraccia, per opera di un numero imprecisato di medici e farmacisti. E la "nuova" letteratura scientifica a favore è di fatto irrilevante

Era il marzo del 1998, esattamente 20 anni fa, quando partì la discutibile sperimentazione, tutta italiana, della multiterapia Di Bella (Mdb) come potenziale rimedio contro il cancro. Furono 1.155 i pazienti coinvolti, 21 i centri di ricerca partecipanti, 9 i protocolli sperimentali per altrettante tipologie di tumore, ma solo 3 i casi clinici con riduzione significativa delle lesioni tumorali: alla comunità scientifica bastò qualche mese per giungere alla conclusione sulla sostanziale inefficacia (e anzi, sulla potenziale pericolosità, in alcuni casi) del cocktail personalizzato di sostanze proposto dal fisiologo Luigi Di Bella.

 

Le cronache di quegli anni di fine secolo raccontano di centinaia di articoli dedicati alla multiterapia solo sulle quattro principali testate giornalistiche italiane, per non parlare dell’immensa mole di scritti, atti giudiziari, dati clinici e commenti politici che alimentarono un dibattito pubblico intenso e senza esclusione di colpi. Già qualche anno fa qui su Wired abbiamo raccontato tutta la storia del metodo Di Bella, dagli inizi nel 1997 fino ai primi anni di questo decennio.

Sarebbe tuttavia sbagliato credere, come vedremo in dettaglio, che la vicenda della terapia medica più dibattuta e controversa nella storia recente del nostro Paese (al secondo posto tra i casi da manuale c’è la vicenda Stamina) sia conclusa e trovi posto solo nei libri di storia. Molto lontana da un riconoscimento da parte della comunità scientifica, come tra l’altro è stata da sempre, la multiterapia Di Bella continua a sopravvivere e a essere somministrata, seppur in una nicchia poco frequentata dai media e dai canali ufficiali scientifico-sanitari.

La multiterapia Di Bella: cos’è, in sintesi
Quella che va sotto il nome di multiterapia è di fatto una miscela – un cocktail, come è stato spesso definito – di farmaci, ormoni e vitamine. Pur in assenza di una composizione univoca, in tutti i casi la multiterapia include un cosiddetto modulo fisso, uguale per tutti, a base di somatostatina, bromocriptina, ciclofosfamide e melatonina. Il principio su cui si basa la formulazione, non accettato dalla comunità scientifica in questi termini semplicistici e generali, è l’idea che lo sviluppo dei tumori sia stimolato dall’ormone della crescita e dalla prolattina, e dunque che utilizzando somatostatina e bromocriptina per bloccarne l’azione si possa avere un beneficio terapeutico.

La parte variabile della miscela, invece, dovrebbe essere personalizzata dal medico in base al tipo di tumore e alle caratteristiche del paziente, includendo vitamine e retinoidi. Le quantità delle singole sostanze sono anch’esse, entro certi limiti, personalizzabili dal medico. Secondo Luigi Di Bella, la multiterapia era consigliabile per oltre 200 tipi di tumore, anche molto diversi tra loro, e addirittura poteva essere utilizzata per contrastare morbo di Alzheimer e sclerosi multipla. Nel corso degli anni la Mdb ha subito diverse evoluzioni e, pur mantenendo la struttura di base, è stata rivisitata dai diversi medici che la hanno consigliata ai propri pazienti, senza che sia mai esistito un protocollo definito per la sua prescrizione.

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(Foto: Richard Lautens/Getty Images)

L’eredità di Luigi Di Bella
Per raccontare che cosa resta oggi della multiterapia Di Bella conviene partire da chi ancora adesso la promuove e la utilizza. Dopo la morte di Luigi, nel 2003, apparve subito chiaro che la sua eredità (tanto clinica quanto morale) sarebbe passata ai figli Giuseppe e Adolfo. In particolare Giuseppe, oggi ultra 70enne e in attività nel suo studio a Bologna, sembra il principale prosecutore dell’opera del padre, grazie anche alla sua carriera di medico specializzato in otorinolaringoiatria e stomatologia.

Secondo quanto è emerso dalla stampa nel corso di questo decennio, sarebbero circa una ventina i medici italiani ancora fedeli al metodo Di Bella, che prescrivono più o meno abitualmente la multiterapia. Una terapia che, lo ricordiamo, ha come caratteristica fondamentale la personalizzazione in base al paziente, dunque non ha una formulazione definita e unica. Accanto ai medici, poi, a continuare a praticare la Mdb ci sarebbe anche uno sparuto numero di farmacisti, che prepara artigianalmente il mix di farmaci secondo quanto prescritto dai dottori. Da ciò che è emerso in un’inchiesta condotta da Vice Italia un paio di anni fa, tra questi ci sarebbe il (prima) farmacista e (poi) medico Domenico Biscardi, che non fa certo segreto dei cocktail che consiglia ai propri pazienti (esercitando la propria professione dall’estero) e che ha raccontato anche di aver provato a espatriare il metodo Stamina insieme al suo ideatore Davide Vannoni.

Tanto per citare un altro esempio, l’estate scorsa il quotidiano La Nazione ha raccontato la storia di un medico toscano che da 18 anni praticherebbe la Mdb a Firenze, incontrando i propri pazienti (anche terminali) a domicilio, e consigliando un trattamento al mese. Ciascuna somministrazione costerebbe mille euro, ovviamente del tutto a carico dei pazienti, e i cocktail verrebbero preparati da una farmacia della provincia di Prato.

Difficile, per non dire impossibile, viste le dinamiche pseudo-clandestine spesso ben distanti dai canali istituzionali, stabilire con precisione quanti siano i medici, i farmacisti e i pazienti che tutt’ora sostengono o restano ammaliati dalla Mdb. Se i medici e i farmacisti che realizzano i preparati galenici sono stimati nell’ordine delle decine, la conta dei pazienti potrebbe arrivare alle migliaia.

Dell’attività anche recente di Giuseppe Di Bella, in particolare, abbiamo anche una prova diretta dato che, in occasione di un piccolo caso di cronaca che avevamo affrontato qui su Wired meno di un anno fa, abbiamo ricevuto nel giro di poche ore una replica con il racconto della sua versione dei fatti. Inoltre, sul suo stesso sito si trovano tutt’ora i contatti per fissare un appuntamento, con tanto di riferimento esplicito al metodo Di Bella.

Secondo articolo pubblicato sula Stampa nel 2014, il solo Giuseppe Di Bella nel corso degli anni avrebbe accolto le richieste di alcune migliaia di pazienti. Pare che le consulenze e le visite fossero gratuite, e che a pagamento restasse solo il preparato personalizzato, con un costo effettivo di circa 2mila euro al mese (ma con la remota speranza di qualche forma di rimborso, magari ordinata da un tribunale come accadde a Lecce nel 2014).

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Aggiornamenti scientifici?
La battaglia a colpi di pubblicazioni scientifiche relative alla terapia Di Bella non si è certo conclusa al termine degli anni Novanta, ma in un certo senso è ancora in corso. In realtà non c’è ora, né c’è mai stato, un ripensamento da parte della comunità scientifica, che in larghissima maggioranza continua a ritenere il metodo inefficace per curare il cancro o ridurne gli effetti. Il dibattito sull’efficacia è tuttavia complicato da una serie di elementi, come per esempio il fatto che alcune delle sostanze previste nella Mdb (tra cui le già citate ciclofosfamidesomatostatinabromocriptina) siano farmaci chemioterapici riconosciuti in tutto il mondo e per i quali è stata dimostrata un’utilità clinica. Può accadere, dunque, che si sfrutti l’efficacia di un singolo componente della Mdb per sostenere che l’intero cocktail sia una giusta combinazione, oppure viceversa si fa passare per Mdb un trattamento che di fatto coincide con una normale chemioterapia.

Da inizio secolo sono stati pubblicati alcuni casi di studio che vanno oltre la ben nota sperimentazione che vent’anni fa bocciò il metodo. Nel 2001, per esempio, una ricerca condotta su pazienti affetti da linfoma non-Hodgkin e sottoposti a un trattamento simile alla multiterapia Di Bella ebbe risultati promettenti, ma fu viziata dalla dimensione del campione (appena 20 persone, statisticamente poco rilevanti), dal fatto che il componente principale del trattamento fosse ciclofosfamide (già normalmente utilizzato come chemioterapico contro quel tipo di linfoma) e dalla non-replicabilità del risultato in alcune simili sperimentazioni successive.

Un altro studio del 2006 riguardò invece 23 pazienti affetti da tumore al polmone, ma anche in questo caso le conclusioni piuttosto positive della ricerca furono contestate, sia per il piccolo numero di persone coinvolte sia perché i dichiarati miglioramenti clinici erano stati dedotti in base a colloqui medico-paziente, anziché essere fondati su parametri quantitativi oggettivi.

Molto numerosi, poi, sono i testi scientifici che confermerebbero la validità del metodo Di Bella raccolti sul sito metododibella.org, che è gestito da Giuseppe Di Bella in persona, così come accade per il sito giuseppedibella.it. Oltre alle ormai storiche contestazioni alla solidità scientifica della sperimentazione del 1998 (per la quale si grida al complotto organizzato dalle multinazionali farmaceutiche e sostenuto dalla politica), sui siti citati sono raccolte decine di pubblicazioni a favore della multiterapia Di Bella, di cui alcune recentissime, del 2017. Tali pubblicazioni concludono che la Mdb sia migliore dei trattamenti antitumorali standard, dunque consigliabile per un’ampia gamma di forme di cancro anche molto diverse fra loro.

Tuttavia, un’analisi attenta di queste pubblicazioni porta alla luce alcuni elementi di criticità. Anzitutto, una buona parte degli articoli scientifici citati sono pubblicati sulla rivista Neuroendocrinology Letters, che ha impact factor inferiore a 1 (dunque è ben poco autorevole) e nel cui editorial board si trovano sia lo stesso Giuseppe Di Bella sia un ricercatore che risulta affiliato al “laboratorio privato di fisiologia Prof. Luigi Di Bella di Modena”.

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Il laboratorio privato di fisiologia ‘Prof. Luigi Di Bella’ a Modena

Altri presunti lavori scientifici risultano essere relazioni o interventi a convegni, tra cui alcuni tenuti in Cina o a Singapore in occasione di congressi in cui chiunque poteva partecipare come relatore in seguito al pagamento di una quota di iscrizione. Inoltre, altri articoli sono lavori proposti per la pubblicazione ma di fatto mai usciti su riviste, oppure pubblicazioni scientifiche relative a casi di studio che analizzano il percorso clinico di un singolo paziente, o ancora che hanno un collegamento marginale con il metodo Di Bella, condividendo – per esempio – uno solo degli ingredienti previsti nel cocktail della multiterapia. Infine, alcuni studi sono riferiti a esperimenti condotti in vitro anziché su esseri umani, oppure riguardano miscele di sostanze con importanti differenze rispetto alla formulazione di base della multiterapia Di Bella.

Il metodo Di Bella nelle cronache recenti
Negli ultimi mesi c’è un sostanziale silenzio da parte dei media. Nella quasi assenza di notizie, l’unico riferimento a qualcosa di giornalisticamente rilevante è l’elezione in parlamento per la 18esima legislatura di Marco Bella (il cognome è solo una coincidenza), ricercatore e blogger su Il fatto quotidiano che si è candidato con il Movimento 5 stelle. Bella si è sempre schierato in modo molto critico nei confronti della Mdb, e anzi due anni fa sgridò lo stesso Beppe Grillo per aver concesso spazio sul blog del movimento alla multiterapia Di Bella.

Se il parere della comunità medica, e in generale scientifica, è praticamente unanime nel riconoscere l’inefficacia del metodo Di Bella, è il senso di disperazione dei malati e delle loro famiglie a garantirne la sopravvivenza. Nell’attaccarsi a qualsiasi soluzione che possa regalare una speranza, mille o duemila euro al mese sono una spesa più che sostenibile. Una spesa che può sembrare ragionevole anche quando le speranze di rimborso sono pressoché nulle e quelle di guarigione sono ancora inferiori, oppure coincidono con quanto garantito dai farmaci antitumorali di dimostrata efficacia che sono messi a disposizione dal Servizio sanitario nazionale.

wired.it