capture 091 14072021 111401Roma, 28 mag – Anche se in assoluto è già in parte «vecchio», il fenomeno degli influencer comincia solo ora – almeno in Italia – ad avere una sua dimensione propriamente politica e non semplicemente legata al marketing. O, se vogliamo dirla in modo più brutale, solo ora si sta verificando la colonizzazione completa e definitiva della politica da parte del marketing per il tramite degli influencer. La vicenda delle clausole salva banche nel contratto di Fedez è a tal proposito eloquente.

Fedez e gli influencer in politica

Va da sé che finché Fedez è semplicemente un rapper, sia pur un rapper «impegnato», la questione non si pone: chi se ne frega di cosa può dire e non dire e a quali interessi economici decide di legarsi. Quando questa persona assume un ruolo pubblico, sia pur in senso informale, invece, sapere a chi risponde e di chi fa gli interessi diventa una questione politica. Ora, il Fedez 2.0, quello che arringa la folla del primo maggio contro l’omofobia e fa una diretta Instagram con lo stesso deputato Zan vista da milioni di ragazzi che verosimilmente non hanno mai guardato un talk show in vita loro, ha a tutti gli effetti un ruolo pubblico. E poco contano le obiezioni formali: certo, non è «pagato da noi»; certo, non esiste un ordine professionale degli influencer che possa dettare regole deontologiche; certo, nessuna legge gli vieta di interloquire sui social con chicchessia, politici compresi. Ma, per l’appunto, la questione è di sostanza e non riguarda ovviamente solo il marito della Ferragni. È infatti tutta la nostra concezione della politica e del dibattito pubblico che sta cambiando.

 

Non solo Fedez, un esempio emblematico

Facciamo un esempio non politico e non ideologico, ma che fa capire bene le dinamiche in corso: qualche giorno fa il più carismatico allenatore di calcio del mondo, Pep Guardiola, a ridosso di una finale di Champions League, ha concesso una intervista di 40 minuti in italiano. Alla Rai? A Mediaset? A Sky? Alla Gazzetta? No, al canale Twitch di Bobo Vieri. Dal punto di vista mediatico è una rivoluzione. Ma non a costo zero. Il prezzo per avere Guardiola su Skype per 40 minuti è stato ovviamente l’assenza di qualsiasi domanda scomoda: resterà ancora al City? Che ne pensa del fair play finanziario? E della Superlega? Cosa c’è di vero nelle voci che due anni fa lo davano alla Juve? E così via. Nulla che potesse metterlo a disagio è stato chiesto al tecnico catalano. Il risultato è stato una chiacchierata godibile, molto divertente, una discussione fra vecchi amici, ma del tutto anestetizzata. Allo stesso modo, Zan può spiegare a Fedez i dettagli della sua proposta di legge senza alcun contraddittorio, ammantandola di una presunta ovvietà.

La modalità di comunicazione da influencer

Ecco qual è il punto: questa modalità di comunicazione del tutto priva di conflitto, in cui saltano i ruoli e le funzioni e tutti chiacchierano come se fossero al bar, sta vampirizzando tanto la politica che il giornalismo. I quali, tuttavia, non sono la soluzione, ma parte del problema. Non si colonizza un territorio che non è disposto a farsi colonizzare. Giornalisti e politici sono del resto stati i primi a catapultarsi sui meccanismi di disintermediazione (due nomi su tutti: Salvini e Scanzi) e a cavalcare la destrutturazione di qualsiasi complessità. Quanto agli argini etici, culturali e politici che essi dovrebbero porre al potere reale, stendiamo un velo pietoso. Politici e giornalisti sono da tempo degli influencer meno bravi, c’è poco da sorprendersi che vengano gradualmente sostituiti da influencer più bravi.

Altro che “camerieri dei banchieri”

Ce ne faremo una ragione, sia chiaro. Anzi, dovremmo trovarne noi di più bravi ancora. Non bisogna però compiere l’errore di fermarsi a questo livello. Una volta si diceva, certo semplificando, ma neanche troppo, che «i politici sono i camerieri dei banchieri». Oggi persino questo assetto, che quanto meno lasciava ben distinte le due funzioni, viene meno: chi adesso anima il dibattito pubblico e forgia lo spirito del tempo non percepisce più nemmeno la differenza, crede di essere un commensale di chi detiene il potere reale, un interlocutore alla pari. Nessuno serve più nessuno, tutti chiacchierano, fanno cose, vedono gente. E invece è proprio in questa confusione di linguaggi, logiche e funzioni, che il dominio si fa più feroce.

di Adriano Scianca per www.ilprimatonazionale.it