Rapporto dell'intelligence sulla radicalizzazione in carcere. Tra i nuovi musulmani anche un condannato per mafia. Per ora sono solo 13, ma sono il sintomo di una tendenza capace di amplificarsi e moltiplicarsi. Non a caso i tredici casi di detenuti italiani, tra cui una donna, convertiti all'Islam durante la reclusioni nelle patrie galere sono evidenziati in un elenco segretato allegato all'«Analisi di contesto e scenario 2016», il documento del Dipartimento amministrazione penitenziaria dedicato al fenomeno della radicalizzazione nelle carceri.

Quell'elenco spiega come la rete della predicazione clandestina gestita dai 148 detenuti stranieri che si auto-attribuiscono il ruolo di «imam» nelle carceri italiane non attragga più solo detenuti di origine musulmana, ma faccia proseliti anche tra i delinquenti comuni italiani. Un fenomeno già evidente in quelle prigioni europee dove da anni si assiste - come nota l'analisi del Dap - «a un aumento delle conversioni di individui fragili, che cercano nell'islam una tregua da un passato inquieto».

Il caso italiano più inquietante è quello di R.T. un detenuto originario della provincia di Brindisi condannato a oltre trenta anni di detenzione «per i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, rapina furto e altro». Indicato come un affiliato alla cosiddetta «cosca dei mesagnesi», R.T. è, fino al processo svoltosi nel 2011, il capo carismatico di una banda di criminali pugliesi affiliati alla Sacra Corona Unita, ma «ispirati», per loro ammissione, dalle gesta del boss corleonese Totò Riina. L'ex capo dei «mesagnesi» inizia il suo processo di avvicinamento all'islam durante la detenzione nel carcere di Trapani e abbraccia definitivamente la fede musulmana dopo il trasferimento all'Istituto di San Gimignano. «È stato assegnato spiegano le note sui convertiti - nella camera detentiva assieme al detenuto Zarnoune Hicham di nazionalità marocchina e di fede musulmana successivamente trasferito a seguito di provvedimento di declassificazione. Durante un'udienza con il personale di polizia penitenziaria riferiva che già nell'istituto di Trapani aveva iniziato una graduale conversione all'Islam che poi si sarebbe concretizzata nell'attuale istituto anche aiutato dal fatto di occupare con un detenuto musulmano la medesima camera detentiva». Ma quel che più sorprende gli operatori carcerari è il mutamento di carattere del detenuto. Descritto durante le cronache del processo come un personaggio spavaldo e tracotante, pronto ad accogliere con una risata sprezzante la condanna a oltre trent'anni di galera, il capocosca «mesagnese» sembra ora un'altra persona. «Dall'osservazione attuata del detenuto si evince che lo stesso mantenga un processo corretto, dignitoso e riservato. Si evince altresì che lo stesso sia molto perseverante e preciso nella pratica religiosa in quanto si reca sempre per primo nella sala preghiera e spesso si intrattiene per molto tempo con il conduttore della preghiera dal quale si fa spiegare alcuni passi del Corano».

Quei mutamenti caratteriali vengono evidenziati non a caso. Tra gli indicatori di un progressivo e avanzato processo di radicalizzazione vi è, nei casi più estremi, la tendenza ad assumere atteggiamenti riservati e apparentemente distaccati. Questo elemento inquieta, evidentemente, i suoi angeli custodi consapevoli di come dietro lo zelo di R.T. si nasconda il tentativo di spingere alla conversione anche il figlio minorenne. «Inoltre si fa presente - riporta l'allegato - che il T. abbia cercato di convincere il proprio figlio di 12 anni a praticare la religione islamica tenendo all'oscuro la madre, In particolare gli avrebbe riferito le seguenti frasi da quando mi sono convertito all'Islam sto meglio perché l'Islam non è quello che si vede in tv. E ancora una scritta in arabo con la relativa traduzione Dio è grande Dio è la luce spero che quando ti sentirò tu mi risponderai allo stesso modo. Chiaro segno di una volontà di conversione anche da parte del figlio».

di   per ilgiornale.it 

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